Mi chiamo Teresa, ho un’età sufficiente a farmi ripensare al mio passato senza dover risparmiare nulla alle persone che fanno parte della mia storia. Sono lesbica, credo di esserlo sempre stata e da bambina io e una compagna di scuola fummo scoperte mentre facevamo giochi strani. Io le mettevo una matita dentro l’ano. Non era una cosa erotica, eravamo troppo piccole per pensare a certe cose, e quella matita era il termometro perché lei si fingeva malata e io facevo la mamma che la curava. Ci beccò sua madre che subito disse alla mia che dovevo essere curata. Dovevo stare lontana dalla sua figliola “perché se succede un’altra volta io non rispondo delle mie azioni“.
Non fu certo allora che scoprii di essere lesbica. Accadde molto più tardi, ma già allora fui accusata di essere depravata, un rifiuto sociale, e quelle accuse mi arrivarono addosso con tutta la violenza che queste sante mamme furono in grado di infliggermi. Mia madre non lo disse a mio padre per non farlo infuriare. Decise di punirmi forzandomi ad andare in chiesa e affidandomi a tutori che avrebbero aggiustato le mie perverse intenzioni.
Mentre mia madre realizzava, più per se stessa che per me, il sogno della donna anni ’50, cucendo e ricucendo il mio corredo, obbligandomi ad assistere a lezioni di taglio e cucito, ricamo, uncinetto, pulizie casalinghe e altri doveri domestici, io incontravo chi mi diceva cose più significative. Io so che lo stereotipo delle persone che stanno in chiesa è quello di cattivi patriarchi che condizionano le scelte delle donne. Per me, però, non fu così. In quella chiesa c’era un prete “moderno” che ascoltò le mie “confessioni” e quando seppe che io mi sentivo in colpa perché non amavo affatto obbedire a mia madre mi disse che avrei dovuto, forse, ascoltare il mio cuore.
Non era il linguaggio laico al quale sono stata abituata dopo ma era pur qualcosa. A modo suo voleva dire che avrei dovuto ascoltare le mie aspirazioni, propendere per i miei bisogni, i miei desideri, e fu in quel momento che realizzai che quell’uomo, il prete, il normalizzatore sociale, quello che viene usato dai genitori e nel mio caso dalle sante madri per fare aggiustare le figlie, si stava sottraendo a un ruolo e dichiarava la sua indipendenza. Mia madre voleva lui fosse il mio guardiano, e lui invece pensava seriamente di fare del bene.
Crescendo ebbi il primo incontro con una compagna di liceo. Fu veramente un attimo, niente di impegnativo, ma lei non era una brava persona e lo disse agli altri. La voce arrivò anche a mia madre che a quel punto mi affidò a uno zio lontano che viveva, assieme alla sua famiglia, in un posto che mi avrebbe sicuramente aggiustata. Lo zio era un personaggio strano. Sembrava buono, e in fondo in qualche modo lo era, gentile, però la sua gentilezza era manipolazione e quella manipolazione diventò presto molestia. Nella sua testa l’idea di aggiustarmi l’autorizzava a verificare che io fossi attratta dagli uomini. Diceva che non voleva provarci ma solo farmi vedere che gli uomini possono anche dare piacere. Avevo 16 anni e lui ne aveva 42, mi penetrò per la prima volta dopo tre mesi dalla prima molestia.
Fu strano, perché non fu brutale. Lui continuava a coltivare l’illusione che lo facesse per il mio bene e io mi convinsi che in fondo provare non mi costava nulla. Se tutti quanti attorno a me dicevano che ero sbagliata forse lo ero sul serio. Lo stupro era all’origine di quella manipolazione e imposizione culturale e solo poi, semmai, da addebitare a lui. Mi ritrovai quest’uomo gracile, dall’aspetto timido, tutto il contrario di quel che si può immaginare quando pensi ad uno stronzo che molesta le ragazze, quasi rinato grazie al mio arrivo nella loro casa. Sua moglie, la parente diretta di mia madre, una persona di merda. Suo figlio, un bambino che ancora non sapeva niente della vita.
Scopai con lui, anzi, mi feci scopare, non molto partecipe in realtà, e non sapevo neppure cosa fare. Erano altri tempi e non c’era neppure tutta l’informazione che si trova in giro oggi. Poi capitò che sua moglie trovò sporco di sperma sulle mie lenzuola e allora venne a interrogarmi. Un po’ sembrava sollevata perché ciò voleva dire che la mia permanenza lì aveva prodotto i suoi frutti e d’altra parte pensò al rischio che io restassi incinta e mi ricordò che il suo compito era quello di tutelare la mia virtù.
Mi interrogò a lungo, poi decisi che forse quella era una buona mossa per liberarmi di quella famiglia, della fragile sessualità dello zio del quale avevo dovuto prendermi cura, di quella casa che non sentivo mia, così le dissi che avevo scopato con suo marito. La zia urlò indispettita che io ero una persona molto cattiva, che non ero abbastanza bella perché suo marito si interessasse a me e che per me ci voleva la galera, altro che confino nella loro casa di montagna. Chiamò mia madre e le comunicò quello che avevo detto. La mamma era una persona pessima e autoritaria ma sapeva che io non avrei mai potuto mentire su una cosa del genere. Arrivò col primo treno e dopo aver detto a zia e zio che erano delle chiaviche umane mi portò via con se’.
Lo zio mi scrisse lunghe e accorate lettere piene di passione, aveva perfino immaginato di sposarmi con la maggiore età, diceva che sarebbe venuto in città per incontrarmi e dopo varie comunicazioni, senza ottenere una mia risposta, gli scrissi un piccolo biglietto, due parole, di quelle che dette al momento giusto possono salvarti da rotture di palle e da imbarazzi. Sono lesbica. Sono lesbica. Sono lesbica.
Nella sua prima sua reazione ribadì che ero malata. Nella seconda mostrò di sentirsi in difetto, chiedeva conferme, forse pensò di non essere abbastanza uomo, perché si sa che le lesbiche sono lesbiche per assenza di virilità nell’altro. Due spinte virili in più e sei guarita. Mia madre non mi fu più da ostacolo perché si rassegnò e poi era certa che non sarei andata da nessuna parte. Non era tempo di convivenze con altre donne, uscite mano nella mano, sono tutte cose che ho recuperato quando ero già piuttosto grande. Invece era sicura che una figlia lesbica le sarebbe rimasta accanto, a svolgere un ruolo di cura finché la morte non l’avrebbe portata via.
Ho badato a lei e non ho mai vissuto una storia troppo impegnativa. Ho vissuto in solitudine per tanti anni. Frustrata sessualmente. A combattere anche i pregiudizi in famiglia. La zia venne solo una volta in occasione della malattia di mia madre. Lo zio non ebbi più modo di vederlo. La famiglia mi odiava e aveva preso le distanze anche da mia madre, in un certo senso. La compativano, aveva avuto la disgrazia di far nascere una figlia che sapeva creare solo guai.
Da poco ho saputo che lo zio è morto e quindi posso dirlo: come hanno fatto quei due a restare insieme dopo quello che era successo? Quanta solitudine e miseria ci può essere in una relazione portata avanti per convenienza e per non dare scandalo? E per mia zia quella infelice sarei io?
Sono un’adulta, vivo con un’altra donna, ho faticato tanto in tutta la mia vita, quando mi parlano della sacralità della famiglia mi viene da ridere e non rimpiango niente, inclusa la scelta di non avere figli. Se quello era il mondo in cui avrei dovuto farlo crescere che diamine di futuro avrei potuto darle? Per fortuna c’ha pensato la mia compagna: due figli, da un matrimonio finito, entrambi adulti e per fortuna intelligenti.
Questa è la mia storia. Grazie di averla ascoltata.
Ps: E’ una storia di (quasi) invenzione. Ringrazio chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente causale.
grazie per la condivisione.