Malafemmina

#Malafemmina e il convegno per le pari opportunità

Il mio primo incarico da svolgere per Raggia è quello di farle considerare l’idea di cambiare la grafica del pieghevole di cui ha già prenotato la stampa. Servirebbe a pubblicizzare il suo mega convegno che parla di pari opportunità. Ha invitato la sua amica del Quore, il pezzo di cuore che seleziona umani per consentirle di fare carriera. Poi c’è anche il solito assessore tal dei tali, anche se tutti sanno che la loro storia è già finita, e mi dovrò sorbire chilometri di occhi dolci e battutine di complicità, ché lui è una ciofeca d’uomo e ama far notare, come spesso accade in questi casi, che è riuscito a farsi una gran figa.

Un’altra volta vi parlerò del sessismo degli uomini che siedono in cattedra e discorrono di pari opportunità anche se hanno il cervello settato all’opzione “impari”. Oggi vi parlo di questo momento prioritario per l’esistenza di almeno una donna al mondo: la mia datrice di lavoro.

Raggia ha invitato al suo convegno anche una rappresentante di una associazione tal dei tali, famosa, secondo l’opinione di Raggia, perché una volta si sarebbe perfino battuta per ottenere presso l’assessore un finanziamento per la pubblicazione di un testo dedicato alle madri. Spettacolare la foto in copertina con la tizia e un bambino trafugato al reparto maternità per l’occasione. Da allora in quel reparto sanno che le partorienti corrono il rischio di dover ossequiare da un lato la suora che arriva a benedire le creature e dall’altro la benefattrice che a detta di tutti in realtà si concentrerebbe più sull’aspetto propagandistico della faccenda che non sulla salute delle mamme.

La grafica del pieghevole è orripilante. Mi pare una lezione elementare da elargire ma se devo migliorare la tua immagine, signora mia, serve che tu non metta in giro questa merda. Il patto tra le donne è celebrato con un suo primo piano, di profilo, e lei che ammicca verso qualcuno che sta in lontananza, in basso il titolo del convegno “Donne che contano: il giorno della memoria“.

Lei mi presenta la sua trovata con queste parole: “la foto vuole essere un invito alle altre donne a confidare sulla mia presenza” e io penso che evidentemente lei si crede la Madonna. “L’espressione è rassicurante e la posa naturale incoraggia le donne a credere che io sono una di loro” – e qui capisco che deve aver rinunciato ad un neurone o due prima di arrivare alla quarantina. La sua espressione è di una che vuole scoparsi la persona che la sta fotografando. E’ seduttiva, non rassicurante. Dato che ha scelto anche una foto in cui è bona oltre la media diciamo che questo, evidentemente, non incoraggia affatto a pensare che lei sia “una di loro”. Le dico senza mezzi termini che quello che sta organizzando è un convegno sulle pari opportunità e non un appuntamento per vedere l’apparizione della santa concupiscente l’anima delle sorelle in totale fase di arrapamento. Nessun giudizio, figuriamoci, ma anche il titolo in basso è fuori luogo. Scippare la frase a chi ricorda l’olocausto mi sembrerebbe un minimino esagerato. Tra l’altro la “memoria” riguarderebbe le grandi gesta istituzionali che la mia datrice di lavoro avrebbe compiuto come consigliera dell’assessore. Diciamo che potrebbe terminare con un premio alla carriera perché per come l’incontro è concepito pare una celebrazione al suo alto contributo alla comunità invece che un momento di informazione per le donne.

Tento di metterci una pezza. Pieghevole che non sembri uno spottone elettorale e cambio titolo del convegno. Mi chiede anche di correggerle il discorso di apertura.

Dimmi cosa può interessare alle donne oggi… tu che sei tanto informata…” e mi verrebbe da dirle che usare il termine “autoreferenzialità” nel suo caso sarebbe perfino un complimento. Non è la politica che risponde alle richieste della gente ma è la gente a dover fornire qualche rigo utile al copione che serve alla sopravvivenza di questa carrettata di figure politiche prive di senso.

Chiedo di spiegarmi qual era la sua originale idea. Mi dice che c’è di mezzo ancora la presentazione di un altro librino della benefattrice delle madri. Si apre con il saluto dell’assessore, poi Raggia introduce le altre con un intervento che non faccia addormentare il pubblico, infine le altre raccontano un po’ di cose e la conclusione va alla stalker delle partorienti che racconterà come per le donne sia fondamentale, oggi, poter diventare madri. Così le donne si sentono pienamente realizzate e una amministrazione pubblica deve facilitare questo importante compito che le donne svolgono nella società.

Un po’ vorrei porre riparo alla cascata di cazzate che so perfettamente causerebbe disastri su disastri culturali. Mi consola solo l’idea che in quel convegno vedrò ancora in prima fila le donne attempate mogli di funzionari di partito, poi le parenti delle mogli, poi le figlie che hanno formato l’ala giovane di donne del partito e infine quel paio di uomini che solitamente arrivano perché vogliono agganciare l’assessore per parlare di cose da uomini.

Mi limito a dire che le donne sono precarie, fare figli è complicato e se proprio vuole aggiungere due righe ad una discussione in cui si celebra il valore dell’utero, scavazzando totalmente la vita di quelle che hanno esistenze a prescindere da esso, allora sarebbe il caso di dire due parole sulla precarietà, sulla maternità responsabile, sulla decostruzione del materno, sulla sessualità non riproduttiva, sull’educazione sessuale, i consultori, l’applicazione della legge 194, i servizi che mancano, gli asili, i congedi parentali anche per gli uomini, la procreazione medicalmente assistita, l’omogenitorialità ed è alla parola “omo” che mi ferma e, pensando di ottenere molta comprensione su questo, dice che la tipa che approfitta dell’occasione per presentare il suo capolavoro letterario è un minimino, per così dire, omofoba. Meglio non dire cose che potrebbero urtare la sua sensibilità.

E a proposito di “sensibilità” dice anche che bisognerebbe dire due parole sulle donne migranti, perché “poverine” sono trattate malissimo dai loro mariti. Dare un segno di solidarietà nei loro confronti è importante. Tra l’altro dovrebbe partecipare anche la rappresentante di una comunità etnica tal dei tali che è tanto carina e poi veste in una maniera “così creativa“.

Trattenendo vari conati di vomito sintetizzo perciò i concetti che servono a Raggia per fare bella figura. Lei è una reazionaria opportunista di merda. Io devo farla apparire come la creatura più meravigliosa che ci sia. Poi ditemi se un rimborso spese e poche decine di euro al mese bastano a compensare il mio lavoro.

—>>>Capitolo 1] Malafemmina e la datrice di lavoro che fa politica

NB: Malafemmina, diario di una precaria qualunque, è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. 

2 pensieri su “#Malafemmina e il convegno per le pari opportunità”

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