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La lotta contro la violenza sulle donne come dispositivo di potere

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Ricordate quella che diceva che il femminismo è diventato l’ancella del neoliberismo? Parlava anche del fatto che un certo femminismo ha usato la faccenda della violenza domestica per rivendicare donnismi e pratiche che dall’alto di posizioni borghesi e neoliberiste addomesticano le donne facendo pensare loro che non esistano differenze di classe, etnia, identità politica.

La lotta alla violenza sulle donne è stata usata per imporre una logica che diventa pinkwashing, la stessa che promuove la legge sul femminicidio per legittimare un governo che altrimenti non avrebbe legittimità, la stessa, ancora, che realizza una montagna di ragionamenti assolutori per tutte le donne, incluse le ministre, le rappresentanti istituzionali, quelle figure che dall’alto della poltrona che occupano dichiarano che bisogna considerarle vittime in quanto donne e dunque non si può neppure criticarle perché subito, anche quando non ce n’è traccia, lanciano l’allarme dell’assalto sessista.

La lotta alla violenza sulle donne è diventato il modo attraverso il quale una parte pseudo/femminista istituzionale ha legittimato il securitarismo razzista, le regole pro/decoro dei sindaci sceriffi e anche la repressione, ha lasciato immaginare che ci servissero leggi dure, più galera, più soldi all’industria del salvataggio, quando poi lascia le donne a patire le pene dell’inferno senza casa e reddito e dunque in condizioni di dipendenza economica dal violento.

La lotta alla violenza sulle donne è diventata la maniera per giustificare forme reazionarie di pseudo movimentismo moralista e censorio attorno al tema del “corpo delle donne” ed è un movimentismo che giudica le altre, le sottopone a inquisizione, le processa, le insulta rafforzando stigmi e marginalizzazione e dando vita ad una nuova e – sembrerebbe – più legittimata caccia alle streghe.

La lotta alla violenza sulle donne è diventato il mezzo attraverso il quale si rafforza quella maniera infame di guardare alle donne come buone, sante per natura, istintivamente materne e dedite alla cura. E’ diventata la maniera attraverso la quale posizioni di destra sono diventate “utili” a quelle che si dicevano di sinistra ma che forse tanto di sinistra non erano. E’ diventata la maniera attraverso la quale ricercare tra le pieghe del diritto ulteriori metodi per aggirare la giustizia, per cancellare il garantismo, per sposare la logica dei padroni, i tutori, le guardie, quelli che dovrebbero sorvegliarci per salvarci e che finiscono puntualmente per reprimerci e punirci. E’ diventato lo strumento utile a quelle donne che stanno sempre e solo dalla parte dei tutori e che giammai proferiscono frasi di condanna quando quegli stessi tutori manganellano in piazza di certo non la borghese, ricca, benestante ma solo quella senza reddito, la precaria, colei che si ribella davvero ad ogni forma di autoritarismo. E’ diventata la maniera per legittimare, di nuovo, la società del sorvegliare e punire, alla faccia di Foucault, senza avere in mente un nuovo patto sociale e nuove forme preventive se non quelle che realizzano una mera vendetta sociale.

La lotta alla violenza sulle donne è diventato anche un brand, condito di balletti internazionali e neocolonialisti, di neofondamentalismi sparsi, perciò pieno territorio del neoliberismo, perché a furia di annacquare la faccenda dando a bere al mondo che tutte le donne sono uguali e va tutto bene quando si parla di lotta antiviolenza si finisce per sponsorizzare un commercio che lucra sulla nostra carne, morta, sui nostri corpi, morti, sulle nostre vite, massacrate. C’è un femminismo che è complice e sponsor diretto di sciacallaggi di ogni tipo, incluso quello che solletica oramai un immaginario feticista pornografico sulla figura della vittima che tanto piace ai paternalisti.

Non c’è società più patriarcale e conservatrice di quella che continua a dipingere le donne come tutte vittime, deboli, passive, da salvare, la cui unica forma di attività possibile sarebbe quella di affidare la propria fragile sorte ai patriarchi (buoni) che giammai sono tramontati.

La lotta alla violenza sulle donne è diventato uno dei tanti dispositivi del potere, né più e né meno che questo, per imporre autoritarismi e spostare l’attenzione dalle eventuali forme di prevenzione che sarebbe invece giusto realizzare. E’ diventato uno spartiacque identitario per segnare in modo semplicistico la differenza tra società dei buoni e quella dei cattivi, dove i buoni sono tutti coloro che, per l’appunto, regalano tanti proclami e poi si nutrono della faccenda per specularci sopra. I cattivi sono tutti quelli che hanno un approccio critico alla questione. E’ diventata anche il mezzo attraverso il quale si pratica biopolitica con l’istituzionalizzazione della vittima, per cui c’è chi impone di consegnare i corpi fragili allo Stato, al potere, alle istituzioni, in definitiva al patriarcato. Sono corpi, oggetto, di Stato, e se li consegni: tu, donna, non potrai più autodeterminarti e salvarti. Potrai solo essere salvata e sovradeterminata. Strano che esista un femminismo che non si renda conto che consegnare i corpi allo Stato paternalista significa legittimare quello stesso Stato quando legifera sull’uso dei corpi delle donne, nell’aborto e nella gravidanza, ma tant’è.

Infine, la lotta contro la violenza sulle donne è diventato un modo per tacitare e sovradeterminare le stesse vittime di violenza, perché o realizzano una narrazione che va solo in una certa direzione oppure devono scomparire e giammai più parlare.

Io faccio a meno di farmi spiegare quel che è la lotta contro la violenza sulle donne da quelle che hanno uno stipendio, una casa, e che non fanno altro che sfruttare me, sopravvissuta alla violenza, per la propria posizione di prestigio, un po’ di soldi, popolarità o solo pieghe ridicole di micro/fama. Che ciascuna compia la propria lotta e rivendichi di poter esprimere e definire il proprio percorso, perché non è di linee di indirizzo che piovono dall’alto che abbiamo bisogno, ma della coscienza (di classe) delle “vittime” che dovranno prendere l’abitudine di parlare per se’.

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3 pensieri riguardo “La lotta contro la violenza sulle donne come dispositivo di potere”

  1. Dovrei essere contro questi ragionamenti troppo antilegalitari. Ma non riesco più a trovare motivazioni solide per confutarteli. Ecco, questo forse: abbiamo bisogno di un nuovo patto Stato-Cittadino, non di un Leviatano col sorriso

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