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Lettera a una vittima di violenza

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Cara vittima di violenza, parlo con te che la violenza l’hai vissuta per davvero. Io mi rivolgo a quella che ha avuto la forza e il coraggio di dire No e che ha mollato ogni pur minima certezza per rintracciare nuove parentesi di libertà. Parlo con la donna che sta a spalle dritte, che ha uno sguardo fiero, giacché si sveglia e cammina, con orgoglio, tutti i giorni. Parlo con quella che sa bene che il vittimismo non risolve niente e che dopo un terremoto c’è da tirare su le maniche e ricostruire.

Parlo con te perché io ti conosco, so cosa stai passando, so quanto è difficile e so quanto è rischioso il fatto che tu ti lasci incantare dalla retorica vittimista che sembrerebbe benedire il tuo martirio ma poi, alla luce dei fatti, se anche ti dedica una statua sconcia o un convegno a tema, ti lascia sola nelle cose concrete, quelle che ti servono davvero. Tu sai, mia cara, che quelle come noi con le belle parole possono ripulircisi il culo. Sai anche che a sfruttarti come fenomeno da baraccone, fingendosi interessati alla tua “esperienza”, infine ti usano come testimonial muto, che non può neppure esprimere una opinione, per raccattare benevolenza o addirittura ruoli di prestigio e soldi in quella o nell’altra direzione. Sai che nessuno ti dà gli strumenti che ti servono quando chiedi solo di ricominciare, poter disporre di una casa, un reddito, per non dipendere da nessuno.

Invece ti lasciano lì a fare andirivieni da luoghi militari, uffici, burocrazie, attese lunghe un chilometro, forse anche processi se decidi di inerpicarti per quella via, e nel frattempo vai a stare da tua madre o da tuo padre o stai a sentire gente che ti prende per il culo e ti fa credere che tu, in quanto vittima, avresti diritto a chissà cosa.

946716_461659923922718_1877293277_nMettiti in testa che più resti bloccata nella fase vittimista, più eviti di elaborare la questione che ti riguarda, più ti lasci incantare da chi divide il mondo in buoni e cattivi, mostri e martiri, e più resti costretta in una prigione, un bel recinto che è quello che ti stanno costruendo attorno. Tu vittima, tu soggetto debole, tu bisognosa di tutele, perché loro sostituiscono parole alle tue parole e decidono perfino quello di cui avresti bisogno. Non sei tu a esprimere desideri, sono loro che stabiliscono che a te serve si, forse, riconoscimento sociale, comunque sempre, però, uno status passivo, da fragile creatura bisognosa di tutela, archiviando definitivamente quella guerriera che ha resistito a chi voleva privarti della tua libertà.

E mentre tu stazioni in quella cripta mollando l’orgoglio della guerriera e vestendo gli abiti di una irriconoscibile piagnona, infine, della tua vita, sappilo, fanno solo uso e abuso senza aiutarti per davvero. Dov’è il lavoro? Dove una casa? Dove sono i tuoi diritti di persona? E non in quanto vittima di violenza ma di persona e basta. Dove sono quei diritti che possono prevenire violenze a venire, per te e per le tue figlie? Dov’è la risposta concreta ai tuoi bisogni? Perché io ti vedo: tu sei una donna intelligente, coraggiosa, eppure pensi che bisogna calar le braghe di fronte alla burocrate ben vestita che dovrebbe saperne più di noi, oppure di fronte la ricca parlamentare che dall’alto della sua posizione borghese pretende di stabilire di cosa tu abbia bisogno.

Tu sai che a quelle come noi non spetta un attimo di tregua e che stare a lagnarsi per un secolo per quello che ti è successo significa non avere neppure coscienza del fatto che tu metti in atto una dignitosa resistenza. Ed è resistenza forse quella che ti vede a fare la martire consegnando l’orgoglio alla prima imbecille di passaggio che ciancia di violenza senza saperne un cazzo? Parla per te, di’ quello che pensi, recupera la tua dimensione di soggetto, autorappresentati, chiedi quello che ti serve, concretamente, e fallo oggi. Non farti mettere in bocca i bisogni, perché con quello che ti mettono in bocca altre tu non mangi.

1017083_608521885833416_2022102463_nI tuoi bisogni concreti, quelli primari, quelli di cui nessuno vuole parlare perché è più comodo così: se hai smesso di stare in un posto hai bisogno di autonomia, una casa e un reddito. Se devi lasciare qualcuno ti serve casa e reddito. Se devi denunciare qualcuno ti serve che non sia quel qualcuno a mantenerti. Se sei economicamente dipendente ti serve reddito e lavoro. Se sei rimasta ferita ti serve una sanità gratuita. Se sei obbligata a cambiare città potresti aver bisogno di una rete di protezione e di riferimento che vada oltre i confini di questa stessa nazione. E invece siamo qui, ancora, ad ascoltare ragionamenti fumosi da parte di chi non sa parlare di te senza relegarti nei vecchi ruoli di sempre. Tu moglie e madre sarai socialmente riconosciuta come sfortunata e basta. Orfana di marito con giustificazione di Stato. Dopodiché non ti vedono neppure come una persona. La tua autonomia non esisteva prima e non esiste adesso. Tutto quello di cui sanno parlarti è repressione, galera, cose che non risolvono comunque il tuo problema.

Cara vittima di violenza, non ti sei stancata di essere presa per il culo? Io si, moltissimo. Perciò penso che bisogna ricominciare da noi, quelle che non pietiscono niente a nessuno, che rivendicano solo diritti, che hanno rimesso assieme i cocci e dignitosamente sono andate avanti, quelle che rivendicano la libertà di scegliere i tempi e i modi e le soluzioni per la propria salvezza e che rifiutano di essere adottate da un tutore/stato e di consegnare i propri corpi ad una istituzione patriarcale che più patriarcale non si può. Ma anche questa, volendo, è una valutazione soggettiva: il punto è che bisogna cominciare a chiederlo e a dirlo, cosa vogliamo noi? Perché chiediamo A e ci danno B o non ci danno proprio niente? Perché antiviolenza e istituzioni varie sono impegnate in soliloqui che non ci rappresentano?

998819_10201368304906734_789827800_nE tu, mia cara, tu che a distanza di tempo ancora stai a rompere il cazzo a tutta la comitiva con la violenza che fu, tu che adoperi la violenza come alibi per non esistere, per dare al mondo intero la responsabilità per quello che tu non fai, tu che racconti di aver subito traumi che più traumi non ce n’è, tu che hai il trauma intermittente, perché se scopi e godi poi sparisce, chiamiamola solitudine, talvolta, diciamo che hai problemi con te stessa, che puoi anche addebitare al mondo intero ma se ce li hai ancora significa che sono cose antiche e in fondo ti piace restarci dentro, tu che pensi che a volerti bene sono solo quelle che ti dicono “poverina”, dopodiché sai bene che dietro le spalle ti mandano comunque a fare in culo, tu che ti circondi soltanto di persone con le quali puoi celebrare il martirio, talvolta facendone uno strumento di tirannia giacché se qualcuno osa contraddirti e rompere il tuo schema tu vai letteralmente in bestia, tu che non riesci a venire fuori dalla tua cazzo di prigione, dato che ho incontrato donne che ti somigliano io so che il migliore regalo che posso farti è quello di dirti di tirare su il culo e andare fuori. Vai a cercarti un lavoro, vai a battere pietre, chiodi, quel che vuoi nei luoghi in cui puoi rivendicare diritti, vai a vivere, accidenti, e smettila di fare la zombie in nome di quel che accadde anni fa.

1939541_284415805045632_427738640_nNon hai più scuse, non ti si può proprio ascoltare, sei di una pesantezza unica, hai rotto le ovaie, le tue e quelle di molte altre persone, e te lo dico perché in questa terra siamo in tante e guardaci un po’ tutte come sopravvissute che devono andare avanti nonostante tutto, perciò del tuo piagnisteo continuo non è detto che qualcuno voglia farsi carico. Sbagliato pretendere cura eterna soprattutto se vai in giro cianciando in femministese di dismissione di ruoli di cura. Prenditi cura di te, smetti di vomitare cazzate, di imparanoiarti con la tizia su facebook e di molestare chiunque non reciti il verbo del martirio proprio come fai tu. Smetti di restare chiusa in casa, esci, trovati un hobby, studia, vivi, passeggia, e scopa, se ci riesci. Non importa con chi: uomini, donne, il sesso non ha sesso ed è sempre bello uguale. Datti alla vita, fatti di cose che danno il buonumore e se invece hai un problema, una tua depressione, allora comincia a dirti che la vita è qui e oggi. Non lasciare che te la portino via. Ne hai solo una, non sprecarla. Muovi il culo, pettinati, fatti una doccia, metti il primo costume che hai a portata di mano e anche se pesi un quintale vai al mare.

Si vive troppo spesso di rimpianti. Non vivere nel rimpianto della violenza che fu (o perfino di quella che non fu). Altrimenti stai ancora lì a rimuginare il fatto che l’unica vita che tu ritieni essere stata tale fu solo quella. La vita è altro, non è all’insegna dell’emergenza, è routinaria, è la gestione di quel che resta, è la ricostruzione intima di una identità tutta da scoprire, è anche meraviglioso passaggio da una consapevolezza all’altra, è conoscenza di quel che è stato e quel che sarà, è costruzione di un futuro, gestione del presente. La vita sei tu, antipatica, rompipalle, perché una vittima di violenza non deve per forza essere santa, simpatica, bellissima e trendy, anche se questo dicono di te e questo modello idiota vorrebbero ricucirti addosso. Ti stanno scippando anche l’umana corporeità, capisci? L’orgoglio di essere fisicamente bella, mediaticamente spendibile anche se hai la faccia massacrata. La vita, mia cara, sei tu che sputi al vento quando ti svegli al mattino, tu che stringi i pugni e poi comunque ridi. Tu che ancora vivi con passione il momento in cui ti fai un bidet perché ti puoi toccare e ritoccare e senti che laggiù c’è tutto quello che ti serve per farti stare bene. Tu che ne hai abbastanza di piagnone che vogliono accostarsi alla tua personale causa e ti usano come alibi per dire che le donne tutte sarebbero assolvibili e vittime. Tu che hai le idee chiare, che sei piena di contraddizioni e che svolgi un lavoro prezioso e faticoso su te stessa anche se non importa a nessuno.

Io scrivo a tutte queste donne, quelle che ho citato e altre ancora e dico a loro di maturare una coscienza di quel che sono. Categoria, classe, non iscritte di default all’associazione di donne tal dei tali, perché siamo donne, vittime ma siamo anche molte altre cose. Povere? Precarie? Migranti? Incasinate? Cosa? Categorie primarie e sulla base di quelle raccontatevi, parlatevi, dite quel che bisogna dire e organizzatevi. Quando qualcuno vi chiede cosa vi serve, oggi, in questo preciso momento, ecco, voi: cosa rispondereste?

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