'SteFike, Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze

Le femministe moraliste e antiporno: “sei libera solo se ti dichiari vittima!”

tasha1C’è chi odia gli accattoni al punto tale da mettere punteruoli dove potrebbero stazionare i senza tetto, c’è chi raccoglie firme e si costituisce in comitato per cacciare dalla città le prostitute e poi ci sono le donne che odiano le donne e lo dimostrano con quello che in America si chiama “slut shaming“.

L’ho scritto in varie occasioni, la frangia moralista composta da donne che massacrano altre donne, sul web e ovunque, per dire loro che devono vergognarsi, sentirsi colpevoli, per una ragione o per l’altra, perché non avrebbero rispetto di se stesse o non obbediscono al diktat femminista che le vorrebbe autodeterminate solo quando con il corpo fanno quel che loro impongono, è veramente numerosa. Ci sono donne che hanno il dente avvelenato contro altre donne che non la pensano come loro, quelle che diventano fortemente normative ammantando l’odio, l’invidia, sentimenti primari, paura del diverso, intolleranza, autoritarismo, con intellettualismi da due soldi che infine terminano tutti, in ogni caso, con una limitazione della libertà.

C’è chi vorrebbe le donne tutte al coperto, sotto un cappello ideologico e identitario in cui dovrebbero accontentarsi di essere creature ammaestrate al cospetto di un comitato centrale che detta loro i termini della propria libertà condizionata. Ed è di libertà condizionata che parlano alcune quando dicono che sarai più libera solo se agisci come loro, purché tu non metta in discussione i loro dogmi, i limiti che ti impongono “per il tuo bene“, purché non dichiari apertamente che tu scegli, lo fai liberamente, gestisci il tuo corpo come ti pare, dunque sei un soggetto che si autorappresenta e che non intende essere intralciato, insultato, diffamato da chi alla fine, dopo tanti pietosi inviti a ravvederti, pentirti e redimerti altro non sa fare se non insultarti e darti della zoccola.

La misoginia delle donne è tanta è tale a volte, e la fobia nei confronti di quella che è diversa è palpabile, la vedi e leggi per ogni donna che, al di là di ogni previsione, è capacissima di darti della troia, troia perché non hai rispetto della tua dignità, troia del diavolo, troia perché la tua libera scelta sarebbe di per se’ un modo di darla al patriarcato, troia e basta, perché non è in grado di accettare la tua scelta. Così invece che combattere contro stigmi e moralismi, invece che difendere queste donne dagli insulti sessisti che arrivano da territori maschilisti sono loro stesse che insultano e aggravano lo stigma concludendo poi, infine, che se vengono insultate è perché se la sarebbero cercata.

Avevo parlato qualche settimana fa di Belle Knox, studentessa universitaria porno attrice che era stata atrocemente insultata da maschilisti e femministe. Capita oggi alla neolaureata Rachel Swimmer, nome d’arte Tasha Reign, che i suoi film porno li produce pure, sceglie i partner con cui girarli e tiene per se’ la maggior parte degli incassi, perciò dichiara di non essere vittima di nessuno, sfugge ancora di più allo stereotipo della donna/vittima che è il brand più venduto del secolo, e per tutta risposta si becca gli insulti delle femministe antiporno che la giudicano, per via di quella che viene definita “promiscuità sessuale” (neanche fossimo al medioevo), antifemminista solo in virtù del mestiere che fa. Lei, invece, a parte il titolo di Dottoressa, si definisce ambientalista e femminista.

Elisa D’Ospina ricorda, giustamente, su Il Fatto Quotidiano il nome di un’altra protagonista autodeterminata invisa alle femministe moraliste: “Hege Grostad, iniziò a fare i film porno da studentessa, oggi conosciuta in Norvegia per le sue battaglie per tutelare le donne che lavorano nel mercato del sesso, circa 3.000 donne che liberamente scelgono ogni giorno di prostituirsi. Vorrebbe legalizzare la prostituzione nel suo Paese che ha leggi molto restrittive in quanto lei stessa sostiene che ci sia una discriminazione verso coloro che vogliono essere libere di utilizzare il proprio corpo come, quando e con chi pare loro. Libertà di scelta contro moralismo. Chi la spunterà?

Perciò ricordo che al momento ci troviamo in piena guerra di religione. Le antiporno/moraliste e abolizioniste della prostituzione non fanno altro che delegittimare, denigrare e offendere le donne che scelgono mestieri che loro vorrebbero archiviare come “violenze”, sicché se non ti dichiari violentata non saresti femminista, onesta, libera, dunque l’unica idea di libertà da loro trasmessa è quella che coincide con un vittimismo oppressivo di quelle che raccontano altre libere scelte e altre idee.

Ricordo che la guerra al porno e al sex working per scelta negli Stati Uniti è a cura di un femminismo radicale che prende spunto da Dworkin/MacKinnon le quali, ovviamente, a parte evitare, spesso, di mettere in discussione privatizzazione e costi dell’istruzione, hanno prodotto seguaci anche in Europa. Da noi la caccia alle streghe viene sponsorizzata a partire dalle femministe promotrici del “modello nordico“, classista, a volte anche neocolonialista, che vorrebbe civilizzare le donne del sud europa a suon di leggi censorie e repressive che adoperano il corpo come feticcio da consegnare alla esclusiva tutela dello Stato.

Brutto andazzo culturale, brutta influenza anche in Italia ed eguale livello di fanatismo nei termini del “dibattito” per come viene a volte proposta da abolizioniste e antiporno. Il corpo delle donne non sarebbe delle donne ma della comunità, la nostra scelta dipenderà dalla tutela della morale pubblica e le nostre vite consegnate a un patriarcato buono, con benevole matriarche accanto, che giammai riconosceranno a noi il diritto di dirci soggetti autonomi, liberi, pensanti, in grado di intendere e volere.

La domanda è: per quelle preoccupate di cattive scelte fatte in assenza di reddito, o che giudicano morali o immorali alcuni modi di guadagnarsi da vivere (la badante è meglio?), davvero oggi il termine femminista può essere attribuito solo a quelle donne che si dicono vittime del mondo intero? Ma le femministe, una volta, non erano quelle che rifiutavano la vittimizzazione e prendevano in mano la propria sorte per gestirla liberamente? E gestire liberamente la propria sorte non significa ripudiare funzioni, ruoli, modelli che ad alcune non piacciono. Sarebbe come dire che se le femministe pensano che la maternità o la famiglia sia una trappola di genere allora ogni donna madre e moglie che sceglie di avere una famiglia sarà definita vittima o, diversamente, antifemminista.

Le donne sono tante e diverse e le trappole identitarie e normative tali sono: trappole. Non smetterò mai di dirlo: il femminismo non è una religione. Chi ha in mente di farne un dogma, con le sue crociate di presunta liberazione e salvamento di donne che neppure vogliono essere salvate, mettendo in circolo solo notizie di brandelli di carne sventrata, come e peggio di quel che fanno gli antiabortisti per raccontare con immagini e narrazioni splatter di bassa lega quanto siano assassine le donne che abortiscono, ha veramente sbagliato filosofia. Il femminismo, si, proprio quello, è veramente un’altra cosa.

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