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Neocolonialismo, pornoindignazione e sedativi sociali

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Questa settimana avete avuto la vostra dose di pornomostruosità per pornoindignazione. C’è da soddisfare per un mese anche i pruriti delle forcaiole neocolonialiste che concludono che i patriarcati altrove e le culture di violenza sessista dipendano sempre da fattori etnici e non di tipo culturale. Perciò correte tutte a mettere un like per “salvare” le ragazze che nel mondo vengono offese, umiliate, stuprate e uccise. Ci sono alcune, poi, che dicono: vedete? eccola la dimostrazione del fatto che le donne sono vittime di brutalità atroci perché l’uomo, in quanto uomo, è cattivo. Si dice questo senza che si analizzino le cause e le fonti culturali, chiunque sia a veicolarle, o senza che si ragioni sulla prevenzione, che si provi ad arrivare a conclusioni di buon senso.

Di quel che avviene altrove un dì ve ne parlammo. Si disse che la repressione non paga. Che c’erano ben altri problemi e che vista da quaggiù non potevamo che stare a sentire le donne che lì vivono e sono testimoni, più e meglio di noi, di quello che sta succedendo. In India ci sono donne che hanno parlato di guerra tra caste, di ragazze delle classi inferiori che vengono braccate e stuprate e poi di poliziotti, gli stessi, immagino, che avete visto – e lì si spiega perché non sono affatto amati – rincorsi e bastonati dalle donne in piazza, che sono stati arrestati, ora, perché pare siano coinvolti nelle ultime tragedie. Già l’ultima volta che l’Italia non aveva molto da dire si parlò della severità delle pene prossime a venire in quella terra e si disse che la pena di morte avrebbe aggravato la questione. Lo dissero per prime le donne ma quello Stato è paternalista, un po’ più del nostro in effetti (ma anche noi in fatto di paternalismo non scherziamo) e decise per la pena di morte che ovviamente è diventata un incentivo a togliere di torno le vittime di stupro, ucciderle, per togliere di mezzo delle scomode testimoni. Ma al di là di questi brandelli di carne, con tanto di foto che avete condiviso per rappresentare l’orrore, io registro, come sempre, il fatto che le tragedie altrui, in special modo quando si parla di violenza sulle donne, servono come anestetico per distrarvi da quello che succede sotto il vostro naso.

Perciò mentre voi condividete o mettete un like alla immagine splatter che impreziosisce la vostra bacheca, dall’alto di una concezione borghese del fare femminismo (presumo!), sedute sulla vostra sedia, davanti al vostro splendido computer, nella casa in cui avete quello che vi serve, che voi siate ricche signore annoiate o depresse schiffarate che così si impegnano a non pensare a se stesse, succede che solo nella vostra strada o nel vostro condominio c’è una ragazza che pensa di aver meritato uno schiaffo dal fidanzato perché non si sarebbe comportata bene, quell’altra che combatte con il padre e con la madre per ottenere l’autorizzazione a frequentare l’università, un uomo che vorrebbe essere libero di essere gay e non può, la vecchia che è in stato di abbandono perché non va a trovarla più nessuno, e poi ci sono quelle che subiscono violenza dello Stato, sicché ve ne vorrei raccontare un esempio.

Giulietta, facciamo finta che si chiami così, aveva il cuore che batteva forte. Il suono del campanello era insistente e lei premeva la mano sulla bocca della figlia, di cinque anni, perché bisognava non farsi sentire. Di là c’era lo sfrattatore di esistenze, il pignoratore di respiri e lei aveva ancora bisogno di respirare e le serviva un posto dove fare dormire quella figlia. Giulietta non ha soldi né prospettive ma non vuole mollare. Però pare che la sua vita stia completamente andando a rotoli. Gli ultimi anni trascorsi in preda all’ansia così trasmettendo il terrore alla figlia che già dai primi passi fuori dalla porta d’ingresso le batteva forte forte il cuore.

Non aprire la porta, anima mia, non rispondere al telefono, non dire nulla, non fiatare, se vengono i cattivi ci portano via tutto e poi ci sbattono in mezzo alla strada. Chissà che brutta idea doveva avere la bambina della “strada”, tant’é che non andava più neanche a giocarci perché pensava che i cattivi fossero appostati fuori dalla porta. Usciva per prendere il cibo e accompagnarla dalla nonna solo sua madre e poi era proibito mostrare di essere vive. In quella casa Giulietta e figlia fingevano di essere morte, inesistenti, invisibili, perché se pensano che non ci siamo, forse smetteranno, ci lasceranno in pace, ci lasceranno vivere.

La resistenza di Giulietta durò in quel modo circa un anno e poi arrivò lo sfrattatore, il pignoratore, e siccome lei svenne e la bambina cominciò ad urlare, chiamarono una ambulanza e la portarono alla neuro. La bimba andò da nonna con tutela dei servizi sociali. E anche lì, che paura, stai buona, figlia mia, attenta a non fiatare perché altrimenti quelli ti portano via. Fai piano, non parlare, non dire, non litigare, e la bambina così crebbe immaginando che fosse peccato mortale anche pensare. La mamma e la figlia, che insieme ora stanno dalla nonna, direi che sono due sopravvissute e certe volte penso che restino sottotraccia per paura che altri “cattivi” si accorgano di loro. Donne e bambini, ma questo riguarda anche gli uomini, che trattengono il fiato per non farsi male e finiscono per restare in apnea, al chiuso, senza mai un briciolo di sole, di speranza, di autonomia, di vita.

Giulietta adesso ha una di quelle malattie che si sviluppano alle persone che restano troppo tempo al buio. La bambina è diventata una adolescente e ha paura che la mamma muoia. E non si sa da dove sia iniziata questa loro lenta agonia, il punto è che non è indispensabile lo shock immediato per dirci che c’è chi vive e c’è chi muore perché nel frattempo, in un modo o nell’altro, c’è una banalità del male che trascina via con se’ la vita di tante persone. Ebbene, queste persone che stanno tanto inguaiate, l’altro giorno discutevano delle povere bambine in India e si sentivano quasi fortunate. Perciò direi che i media hanno appreso una lezione dal marketing di certe religioni per cui la povertà ti rende felice perché le disgrazie sono sempre quelle altrui: così le classi non agiate anestetizzano la propria fame di ribellione e quelle agiate insegnano ai subalterni la catarsi e che se restano subalterni e buoni comunque sia a loro non accadrà mai nulla del genere. Pregate e godrete del paradiso altrove. Pregate e pensate al vostro prossimo che sta sempre peggio di voi.

Con il prossimo post vi racconterò come e perché la “vittima” diventa necessaria al mantenimento dell’ordine sociale. Se la “vittima” è altrove ancora meglio perché il nemico è esterno (lo straniero, la cultura altra) e non c’è nulla che sia più utile in termini di coesione sociale che questo. La donna come psicofarmaco sociale è già un bell’affare. Se poi la donna è “vittima” di un altrove qualunque figuratevi che risultato…

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2 pensieri riguardo “Neocolonialismo, pornoindignazione e sedativi sociali”

  1. Interessanti le considerazioni finali sulla “vittima+altrove” come dispositivo di potere per contenere il conflitto sociale (nelle sue varie declinazioni) e di genere (in particolare)… in attesa del prossimo post, dove magari scapperà qualche riflessione intersettiva con lo sguardo alla “vittima” dato da Daniele Giglioli (e Badiou, e molt* altr*), che approccia la questione da un punto di vista a mio avviso altrettanto efficace e scomodo, stratificando plateaux sulla materia.
    Buona giornata!

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