Antiautoritarismo, La posta di Eretica, Storie, Violenza

Le donne sono vittime di violenze, perciò tu sei colpevole!

Sono una avvocata e mai avrei pensato di poter dire quanto sto dicendo. Un giorno arriva da me un uomo, distrutto, devastato, completamente massacrato. Il volto sofferente, gli occhi gonfi, i lineamenti tirati. Magro, sfinito. Racconta che ha trascorso anni di inferno, vorrebbe uscire da un incubo e non è neppure in grado di articolare bene le parole. “Sono imbottito di farmaci perché altrimenti arrivano le crisi di panico” – mi dice, e strascicando sillaba dopo sillaba mi parla di una storia alla quale stentavo a credere. “Sono stato condannato ingiustamente“, spiega, e parla di una condanna in primo grado per violenze ai danni di una donna che lo avrebbe accusato di averle destinato attenzioni aggressive e ripetute molestie in ufficio.

Una collega, di quelle che tu saluti al mattino di passaggio tra l’ufficio A e l’ufficio B, con la quale resti nell’ascensore tra un piano e l’altro e che talvolta incontri nelle pause caffè all’angolo bar e scambi giusto due parole. Dicevano che questa signora fosse una molto in gamba, riconosciuta nel suo ambiente, non fosse per il fatto che nel suo computer, a volerle cercare, trovavi lettere di fuoco dirette ora ad uno ora all’altro con toni del tipo: “ti ho chiesto di accompagnarmi a quella festa e tu hai accettato. poi però non mi hai degnata di uno sguardo per tutta la sera e questo lo giudico offensivo“. Delle sue lettere però vi parlerò alla fine perché adesso il punto è che davanti a me ho un uomo che prova a dirmi perché la sua vita è andata in pezzi.

Quando una donna denuncia un uomo perché è un pezzo di merda violento ha tutto il diritto di farlo, se crede che quella sia la soluzione, ma se ha solo voglia di soddisfare il vezzo di avere ragione su di lui con ogni mezzo finisce, come avviene per chiunque venga trascinato in un vortice fatto di cause, processi, interrogatori, sentenze e galera, per rovinare una, due, tre, quattro vite, includendo quelle dei familiari. L’uomo che si rivolge a me dice che sua moglie lo ha lasciato, perché il sospetto, alla fine, anche se tu dici mille volte che quanto dicono non sia affatto vero, resta. Ha portato con se’ i due figli e lui ha perso il lavoro.

Comincia tutto con un lavoro da svolgere insieme. Devono finire presto. Due incontri in ufficio nella sala riunioni e poi c’è da redigere un report per il capo e seguono altre piccole riunioni per gli aggiustamenti. Report consegnato, lavoro finito, si passa ad altro. Tra un incontro e l’altro, sempre in presenza di persone che avevano modo di vedere quel che succedeva in ogni spazio, i due si scambiano parole, qualche sorriso, un paio di battute nelle pause pasto, qualche sbadiglio per la stanchezza. Niente di più. La tizia infatti riferisce che molestie e affini avvengono in forma verbale. Lui avrebbe detto cose disturbanti e poi le avrebbe ripetute mille volte, come se lui fosse un pazzo dissociato che dietro il volto disinteressato dissimulava parole che la lasciavano atterrita. Un mostro dalle mille teste, così lei lo descrive, e quel che sarebbe stato chiaro, a voler guardare con più attenzione la faccenda, è che quelle erano, forse, le sue fantasie per nulla rispondenti alla realtà.

E’ la parola di una donna contro quella di questo collega che si ritrova ad essere cacciato dall’ufficio da un giorno all’altro, con l’idea di riuscire ad aggiustare tutto perché la giustizia è buona è giusta e lui si fida senza dubbio dell’operato di ogni suo interprete e operatore. Prende un avvocato, si aspetta una indagine, invece l’indagine praticamente non c’è. Avviene che lui è ritenuto già colpevole sulla base dell’accusa e le parole di questa donna non vengono minimamente messe in dubbio perché:

A) quando una donna denuncia una violenza in genere viene trattata da colpevole e questo non è giusto;

B) le donne sono vittime di violenze con cifre e statistiche che dimostrano quanto il fenomeno sia sottovalutato;

C) la maggior parte delle donne che denuncia non viene creduta e finisce che quelle donne poi vengono perfino uccise;

D) tra lui e lei bisogna credere sempre a lei perché anche se può esserci un margine di errore alla fine è sempre meglio sbagliare e mettere in galera uno che non c’entra niente invece che vedere tante donne uccise.

Praticamente l’interrogatorio, il processo, e tutto quello che riguarda il mio cliente si basa sul fatto che le donne sono vittime, dunque lo è sicuramente anche la denunciante e anche se non lo fosse è sempre meglio una condanna preventiva per “fermarlo” e togliere a lui l’intenzione di fare cose sbagliate da lì ai prossimi anni. Nel dubbio è sempre bene condannare lui perché altrimenti il costo sociale sarebbe altissimo. Questo è il teorema che viene portato avanti, a volte, nei tribunali.

Però non generalizzo. Diciamo che è verissimo che le donne subiscono violenze, che spesso non vengono credute, che anzi le denunce sono ignorate e che bisogna prevenire. Ma la prevenzione può essere la galera? Ti condanno perché “potresti” farle del male? Ti metto in carcere e ti distruggo la vita perché ti punisco del tuo essere uomo, perciò potenzialmente violento? Perché è questa, praticamente, la sintesi della sentenza basata sul nulla.

Allora lui arriva da me, mi porta tutte le carte e penso che si tratti di un processo kafkiano. Sono piena di pregiudizi, non voglio neppure starlo a sentire, è il solito pazzo misogino, penso, uno di quelli che negherebbe le violenze fino alla morte e poi davvero si rischia di trovare un cadavere da qualche parte. Di storie del terrore ne leggiamo tante e troppe ne succedono ogni giorno alle donne. Però sono un’avvocata e sono abituata a basare i miei giudizi sulle carte. Cerco le prove, testimonianze e tutto si riduce al fatto che il giudice tiene conto della “percezione” della donna, la quale “si è sentita” molestata, il che non vuol dire che lo sia stata per davvero, vedo allegati documenti dell’accusa che parlano appunto di statistiche, donne che subiscono violenze e tutto l’abc utile a contestualizzare quel singolo fatto affinché si pensi che sia parte integrante di un meccanismo diffuso, di una violenza “maschile” e dunque naturalmente prevedibile in primo luogo quando hai a che fare con una donna di bell’aspetto.

Pesa sulla sentenza anche la fisicità del mio cliente: lei una bella donna e lui non è un adone, ergo deve essere per forza un maniaco, anche se ha famiglia e non ci sono stati altri episodi simili in tutta la sua vita. Nessuna prova tangibile salvo il fatto che l’accusante si sente a rischio e vuole che lui sia immediatamente allontanato dall’ufficio. Teme per la sua incolumità e bla bla bla, in men che non si dica, ottiene che lui sia fatto fuori da ogni pezzo di esistenza che lo riguardava.

Non credo neppure che sia in malafede” – dice lui, e spiega che la immagina piena di problemi, con profondi disagi e insicurezze e davvero non ricorda cosa lui può aver fatto o detto per farla sentire così a rischio. A nulla è valso tentare di rassicurarla, provare a dirle che c’era qualcosa di sbagliato in tutto ciò, ma lei ha usato i due momenti in cui lui ha provato a parlarle per accusarlo ulteriormente. Dunque lui aspetta e si affida alla giustizia e la giustizia con lui finisce per essere totalmente ingiusta.

Mi dice che non dorme più, che è una persona perbene e che ha il terrore di finire in carcere. Mi dice che si sente espropriato di tutta la sua vita e che oramai non gli è rimasto proprio niente. Ha anche pensato al suicidio, qualche volta, e per lo stress ha sviluppato una malattia psicosomatica che gli sta frantumando la pelle dappertutto. Accetto di difenderlo, presento appello, mi faccio aiutare per l’indagine e scopro, appunto, che la signora aveva rotto le scatole a un paio di uomini solo per il fatto che non l’avevano degnata della giusta considerazione. Paranoica, con momenti di depressione e altri di euforia, così me la descrivono, e questi uomini mi fanno leggere le mail deliranti che lei aveva mandato. Praticamente parlava da sola e se ignorata scriveva altre parole caratterizzate da evidente follia.

So bene che a chiamare pazze le donne che accusano qualcuno di violenza sono spesso uomini terribili che usano quella strategia per difendersi, tra l’altro sono contraria alle perizie psichiatriche sulle persone che denunciano una violenza, ma provo semplicemente a dire che la faccenda non è poi così chiara e che il giudice è stato quantomeno, sicuramente in ottima fede, frettoloso. Nel frattempo lei usa quella sentenza per diffamare ogni giorno il mio cliente. Lo status della martire era, evidentemente, quello di cui aveva bisogno. Ovunque, anche sul web, leggevi di questa eroina che aveva denunciato il bruto ed era riuscito a sconfiggerlo. Lui era travolto dalla merda che gli arrivava fino al collo e se provava a ribadire due dettagli che non gli coincidevano qualcuno faceva notare che era irrispettoso nei confronti della vittima e che, giustamente, i processi non si fanno online. Si fanno in tribunale. Dunque zitto, in attesa, a macerare amarezza e dolore, in totale solitudine, con l’unica complicità dei genitori che a quel punto diventano il suo rifugio, la fonte del denaro utile alle spese legali e anche l’unico appiglio emotivo.

Quello che mi trovavo di fronte era un appestato sociale che oltre ad essere vittima di una sentenza ingiusta lo era anche di insulti, gogne e di un linciaggio infinito degno di un popolo sempre più giustizialista. “Tu non sei stata vittima di violenze, vero?” – mi chiede ad un certo punto. Dico di no ed è assolutamente vero, e spiega che se io lo fossi stata di me si sarebbe detto che ero quella che voleva salvare il violento, la masochista, colei che aveva traumi da risolvere e bla bla bla, perché alla fine ci sono quelle che non vorrebbero mai si parlasse di follia a proposito delle donne vittime di violenza e poi sono pronte a patologizzare le altre, quelle che non condividono punto per punto le loro teorie.

La storia finisce con una assoluzione in secondo grado e in cassazione, e tutto questo ha avuto una durata di anni e anni e anni che sono costati al mio cliente tutto quello che di più caro aveva, le prospettive, ogni cosa. Oggi lo vedi ed è praticamente un emarginato sociale, disoccupato, vive con i suoi, è diffidente nei confronti delle donne e non riesce a liberarsi dell’amarezza. Sa di aver scampato le manette ma per il resto la punizione che lui ha ricevuto non ha avuto e non avrà mai termine. Io chiedo, allora, con la consapevolezza del fatto che le donne sono esposte a violenze e spesso vivono ogni giorno una situazione pessima, quando però succedono cose del genere chi risarcisce mai una persona accusata ingiustamente? Chi?

Ps: so che la sintesi non è soddisfacente ma dovevo rendere meno burocratico il percorso che mi è stato raccontato e ho letto fin nei minimi dettagli. E’ storia ispirata da e riadattata al nostro tempo e luogo (riattualizzata) e accadde molti anni fa, in territori sconosciuti e a persone XY abitanti del pianeta. L’avvocata è un io narrante utile alla esposizione della storia e ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale. E no, questo non è un motivo per trarne la conclusione per cui tutti gli uomini sarebbero vittime e le donne meriterebbero l’odio e la misoginia di cui sono spesso oggetto.

—>>>Per raccontare e leggere le vostre storie scrivete a abbattoimuri@grrlz.net

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.