Critica femminista, Violenza

Elliot Rodger: il killer misogino e l’industria delle armi

killer

Elliot Rodger, 22 anni, ricco, figlio di un regista, armato fino ai denti, posta su youtube un video di cui QUI potete vedere un assaggio. Non capisce perché le donne non lo trovino attraente, vanno con tutti ma non con lui, reputa un’ingiustizia, addirittura un crimine, il fatto che le ragazze non vadano con lui, dice di essere ancora vergine e poi annuncia una vendetta, contro chiunque. Lo fa compiacendosi della posa, l’espressione, con un parlato fluente, lento, un sorrisino e una risata in stile cinematografico, perché mi pare ovvio che lui sappia di vivere un momento che in qualche modo lo renderà celebre. Percorre strade già intraprese da altri che prima di lui hanno progettato stragi, dentro le scuole, nei supermercati, per le strade. Non è che uno dei ragazzi completamente fuori di testa, stravolto da psicofarmaci o da una vita che non è stato in grado di elaborare, e che poi hanno pensato di emulare gesta stragiste per ricavarne un minimo di gloria. C’entra sempre una lettura sociologica, l’esclusione, dalla classe, dai compagni, dal gruppo, dalle dinamiche sociali, e per costui, che si è nutrito non so di quali interpretazioni d’odio, tutto ciò viene sintetizzato in 140 pagine in cui scrive di se’, la famiglia, le ragazze, la gente di altre razze, eccetera eccetera, mischiando in un unico calderone mille cose assieme che sembrerebbero fornirgli, nella sua tragica follia, tutte le ragioni per fare poi la scelta che ha fatto.

Sei vittime, tre studenti con i quali condivideva l’appartamento, due ragazze uccise davanti una associazione universitaria femminile, un giovane che stava facendo la spesa, ancora una dozzina di persone colpite o investite con l’auto, e tutto ciò dopo aver postato varie volte video dello stesso tenore senza che nessuno se ne preoccupasse. Lui viene trovato morto, per via di un colpo in testa. Non si sa con certezza se si è suicidato o è stato colpito dai proiettili di chi lo inseguiva.

Pare soffrisse “di una forma di autismo conosciuta come Sindrome di Asperger: la stessa di Adam Lanza, il ventenne autore della strage della scuola elementare Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, dove persero la vita 20 bambini. E disturbi mentali avevano anche James Holmes, il 26/enne che in un cinema di Aurora, in Colorado, ha ucciso 12 persone, e il 19/enne Darion Marcus Aguilar, che ha ammazzato due persone in un mall nei pressi di Washington. Tutti in possesso di armi da fuoco micidiali.

Voi siete animali, pagherete per quello che mi avete fatto, alla fine si vedrà chi è il vero maschio alfa. Odio tutti voi. L’umanità è disgustosa.” e via di questo passo, queste alcune delle battute che potete cogliere dal video. E c’è misoginia, sessismo, follia, c’è che si ripete uno schema che già abbiamo visto in passato, come per nazisti in stile Breivnik o per altri folli misogini, che poi sono stati eletti, in qualche caso, a mito in nome di un odio contro le donne, in qualche caso contro le femministe, che utilizza questi eventi come fossero la dimostrazione primaria del fatto che le donne siano responsabili di questo scempio.

Il punto è che fatti di questo genere vengono usati anche da un certo femminismo per dimostrare che gli uomini sono tutti sporchi, brutti e cattivi. In qualche caso sarebbero frutto e conseguenza della libertà di immagine sui corpi delle donne, qualcuna ne approfitta per sparare bordate contro il porno (tutta colpa di chi si spoglia, dunque), qualcuna per buttare fango contro tutti i padri separati che vengono accostati a questo o quel tale troll misogino in rete, in una costante e pretestuosa generalizzazione, delegittimazione, demonizzazione di tutto quel che concerne la discussione sull’affido condiviso. Ciò è dimostrato dalla guerra di tweet che viene fuori in rete con uomini che hanno lanciato l’hashtag #notallmen, non tutti gli uomini sono così, misogini, assassini, diffusi anche da chi ha una visione critica nei confronti di un certo femminismo ma non per questo puoi definirli criminali e misogini, e rispondono alcune donne con l’hashtag #yesallwomen, per dire che tutto ciò, la misoginia, a volte i suoi effetti, comunque riguarderebbero tutte le donne. Il punto è che sono vere entrambe le cose e se non si smette di interpretare anche questi tragici eventi ciascuno per la propria parte, come in un derby, per acquisire punti di legittimazione per la propria battaglia politica dubito che chi ascolta capirà mai non solo dove sta un reale interesse per la salute psico/fisica delle donne ma anche di questi uomini che di sicuro vanno compresi in un progetto culturale nuovo in cui si insegna ad accettare un rifiuto, ad elaborare lutti, a crescere senza odio nei confronti di nessuno.

Bisogna imparare, tutt*, che le donne non la devono dare per forza e che se non te la danno non hai il diritto di sterminarle. Non hai il diritto di coltivare odio, risentimento, nei confronti di un intero genere. Serve insegnare un approccio più maturo, che tenga conto del fatto che senza consenso non c’è relazione, che la figa non ti spetta di diritto e che i rifiuti bisogna accettarli in modo sereno. Serve non fornire giustificazioni a fatti di questo tipo perché se si insiste nella convinzione che la colpa sia delle donne, dall’altro lato altri estremismi raccontano che sia di tutti gli uomini, e in entrambi i casi non facciamo un gran favore a nessuno, incluse noi stesse. C’è anche da smettere di spostare l’attenzione da un fatto che negli Stati Uniti, mi pare, mentre c’è il battibecco tra uomini e donne, pochi mettono in discussione, perché prima ancora del diritto alla figa pare ci sia quello a possedere un’arma e se questo ragazzo non avesse avuto in mano tre pistole, o quel che erano, forse un bel po’ di gente sarebbe ancora viva, lui compreso. Perché si può sfidare il maschilismo o la cultura misogina ma giammai si può sfidare la lobby delle armi. Giusto il padre di Elliot, Richard, dopo la tragedia, ha fatto un appello per il controllo delle armi: «Non pensi mai che accadrà a tuo figlio, finché non accade. Tutti parlano del diritto ad avere armi, ma allora il diritto di mio figlio Chris a vivere? Bisogna dire basta a questa follia. Non un morto di più». Aggiungerei il diritto delle persone uccise da Elliot a vivere senza dover essere costrette a subire la follia misogina di costui. In ogni caso chiedo: quante sono le donne, quelle che recitano slogan femministi, che negli Stati Uniti sarebbero disposte a fare una battaglia seria contro l’industria delle armi? Perché su questo, al momento, si basa il discorso pubblico negli Stati Uniti. C’è chi vorrebbe ragionare su tutto, includendo la lotta contro le armi e c’è qualche femminista che afferma che l’arma è la misoginia e che bisogna parlare solo di quello. Voi che ne pensate?

http://vimeo.com/80167499

 

6 pensieri riguardo “Elliot Rodger: il killer misogino e l’industria delle armi”

  1. soffrire un rifiuto è normale, non è normale farsi travolgere da questo odio distruttivo, devi per l’appunto accettare il fatto che nessuno ha il dovere di trovarti attraente (e credo che la maggioranza degli uomini e delle donne lo sappia): o succede oppure no. Ma se ti fai dominare dalla tua frustrazione anzichè gestirla e incanalarla, se rifiuti di vedere in te stesso le cause delle tue difficoltà nelle relazioni, se incolpi sempre gli altri e sopratutto le altre per le difficoltà tue se pretendi che tutti ti adorino allora sono guai..a cui si aggiunge il fatto che da quelle parti un qualsiasi joffrey baratheon può procurarsi un arma automatica senza troppi controlli psicologici

  2. Solo una cosa: non strumentalizziamo. Lui poteva anche avercela colle donne o col mondo ma chi parla del coinvolgimento di tutto il genere maschile e/o di tutto il genere femminile nella questione mostra che evidentemente non è l’unico e che il meccanismo è diffuso nella nostra cultura anche da parte di chi non arriva alla pistola.

  3. A margine aggiungo un punto di vista dalla mia esperienza in alcune scuole statunitensi.. Nelle scuole e nei college americani è molto forte la catalogazione degli individui e dei gruppi di persone secondo il criterio definito genericamente di “popolarità”. Su questa base, che imita e in molti casi segue la distinzione di classe e/o “razziale”, si modellano rigidamente gli status, i ruoli e le modalità di relazione fra le persone secondo la linea dell’esclusività e dell’esclusione. Chi non è popolare non solo è escluso, ma spesso è definito non “normale” o meglio “weird” e infine umiliato se cerca di rompere lo schema. Il gruppo dei “cool people” conserva e afferma, sulla base dell’esclusione, l’esclusività delle proprio status, del proprio divertimento e del proprio diritto alla figa, nonché nei più dei casi di un futuro di benessere. Questo è l’immaginario dominante, che si riproduce anche fra gli esclusi.
    La discriminazione/gerarchia sociale viene coronata, ad esempio nelle scuole superiori, durante le feste dei balli di fine anno attraverso l’elezione della “coppia migliore dell’anno”, della “persona che farà più carriera”, della “persona che resterà sempre nella città di origine”, della “persona più buffa”, e così via. Elezione (o condanna) che sia, gli status dominano le percezioni di sé e degli altri, omologate a questi immaginari che inevitabilmente rinchiudono gli individui in graduatorie non solo sociali ma anche sessuali. Per molti andare al college è una seconda occasione per emanciparsi, ricominciare da capo e rifarsi una vita alla ricerca di un nuovo status, di una nuova vita, soprattutto sessuale. Spesso la ricerca rimane sullo stesso schema, la felicità riservata all’esclusività dei migliori.
    Quando penso a queste mie esperienze, rivivo altri stessi schemi oppressivi che racchiudono le sessualità, i desideri, le identità e le relazioni in ruoli e modalità di prevaricazione e esclusione. La misoginia è una merda e penso che #yesall, uomini e donne, ci dovremmo rendere conto di quanto uccidono e ci fanno soffrire certe oppressioni alla nostra libertà di essere.

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