Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

La solitudine delle donne ai tempi del femminismo moralista (lapidata sul web, suicida, per un video porno)

xcolpaUna giovane ragazza, Alyssa Funke, gira un porno, qualcun@ lo scopre e lei diventa vittima di un cyberbullismo perfido al punto che alla fine si suicida. Aveva provato a dissimulare, a rispondere agli insulti e all’aggressione virtuale in un modo spiritoso ma alla fine era caduta in depressione e non ce l’ha più fatta. Non è un fatto nuovo, quello di essere vittima di insulti sul web o in generale, per via dello stigma che ti resta impresso. Pensate agli insulti ricavati solo pubblicando una foto in bikini, come è successo qui in Italia di recente, e immaginate il resto.

Succede anche se tu, che sei una ragazza, hai condiviso una fotografia in posa sexy con qualcuno e poi te la ritrovi pubblicata online con tanto di nome stampato sulla faccia. Può renderti questo pessimo servizio un ragazzo, un uomo, anche se spesso, come si legge dalle cronache, è l’amica, la rivale, la bulla di un gruppo XY, che innesca il meccanismo di dileggio per avere la meglio su quella che vuole vittima di linciaggio collettivo.

Un tempo le femministe difendevano le ragazze che si trovavano in questa situazione, perché era chiaro a tutte che ciò che bisognava sconfiggere era una cultura bacchettona, terribile, che induceva indignazione alla vista di un po’ di pelle nuda o rivendicava il diritto di punire, finanche con la lapidazione pubblica, quella che veniva considerata come una sorta di offesa alla pubblica morale. Poi arrivarono quelle che teorizzano che il corpo delle donne non apparterrebbe alle donne, assieme alle antiporno, a quelle che non sanno un tubo di comunicazione e nuove tecnologie e quindi sono lì a demonizzare ogni ragazza e donna che in piena epoca del culto dell’immagine, dal quale nessun@ sfugge, fa un selfie e lo piazza su facebook, arrivarono quelle che pensano che il punto chiave per prevenire la violenza resti, esattamente come dicono i maschilisti, la scelta di scoprirsi. Se tu ti scopri esasperi maschilismo ed esorti sessismo. Dunque bisogna tornare morigerate, considerare il corpo delle donne come di proprietà di moraliste che ti dicono quando, come e dove puoi scoprire il culo, e di paternalisti che non aspettavano altro che questo per poter apporre un timbro proprietario, a sorveglianza della nostra salute carnale, legittimati dalle femministe moraliste.

Questo atteggiamento ambivalente diventa perciò responsabile della solitudine di quelle che in rete vengono massacrate per una foto, una immagine, un video, qualunque cosa. Perché alla fine, come troppo spesso accade, non si stigmatizza il comportamento di chi assilla queste persone, le tortura psicologicamente, le ostracizza, le mobbizza e le massacra dal punto di vista psicologico. Invece si mette in croce lei, quella che viene giudicata, vivisezionata, alla quale viene addebitata ogni tipo di responsabilità e in termini mediatici tutto si potrebbe risolvere con una pubblica espiazione, un pentimento, la redenzione.

Mi chiedo perciò quando e se si smetterà di usare le donne per farne delle martiri che servono ad accreditare una certa versione della storia e quando semplicemente si comincerà ad ascoltarle, qualunque cosa dicano, senza correre il rischio di entrare nella sfera della patologizzazione e della criminalizzazione di quelle che non sentiamo simili a noi. E’ semplice, d’altronde, pensare che quella che si spoglia sia malata, costretta, comunque vittima, perché la donna “sana di mente” non farebbe mai una scelta del genere. Avrebbe altri obiettivi nella vita. Puliti, da signora perbene, di quelli che puoi andare sbandierando in giro per dire che le donne sono brave e potenti anche se morigerate. Ma se questo meccanismo mentale riguarda anche le femministe, ovvero quelle che dovrebbero assumersi il compito di sgravare le donne dagli stigmi moralisti che una società ricuce loro addosso, chi mai rimarrà a fare controcultura per dare loro spazio di poter essere quello che vogliono?

10308052_848437551851141_4261412639482155194_nSe anche noi alimentiamo un clima fatto di paura e di terrore in cui tutto quello che sappiamo loro dire è che lì fuori c’è un mostro brutto e cattivo e per questo dovranno subordinare le loro scelte al giudizio delle altre o dei tutori che sarebbero lì a proteggerle, cosa rimane del femminismo bello, quello che descrive la nostra forza? Quello che ci incoraggia a essere dritte e fiere sempre, qualunque sia la scelta che faremo?

Io so solo che l’evoluzione alla quale si assiste è atroce e che un certo femminismo, che oramai va per la maggiore, finisce per intellettualizzare concetti moralisti di quelli che neppure mia nonna avrebbe osato tanto. So che ci sono altre necessità da affrontare. C’è il fatto che non si può affrontare la costante violazione della privacy, i meccanismi persecutori attraverso i quali in rete viene lesa la psiche di donne ree soltanto di aver fatto una scelta che altr* non condividevano, con lo stesso atteggiamento a tratti persecutorio, lesivo, stigmatizzante, ostracizzante che isola quelle donne e quasi le lascia in pasto ai/alle cyberbull* incattivit* come se meritassero tutto quello che subiscono.

I meccanismi della comunicazione attuali, gli strumenti che utilizzate grazie alle nuove tecnologie, non lasciano proprio nessun@ indenne. Non si combatte il padrone con gli strumenti del padrone, eppure tante lo fanno. Restano lì ad assediare quelle che fanno scelte che non condividono, non riescono a risparmiarsi un giudizio negativo, non riescono a contenersi dalla battutina acida, dal riferimento velenoso, dalla frecciatina, non riescono alla fine, per quanto parlino di meraviglioso futuro per le donne, a inventarsi linguaggi differenti, che adoperino le critiche non come pietre da scagliare contro tizi@ e cai@ ma come elementi, numerosi, che vanno sommati nella discussione per arrivare ad una lettura culturale che sia plurale. Invece no. Invece, come è stato per esempio per la questione di Bacchiddu, le critiche, gli articoli, i post, vengono branditi per realizzare uno scontro tra fazioni, non in chiave dialettica ma solo per definire una divisione in branchi, per polarizzazioni, e in quelle polarizzazioni finisce che i testi critici vengono usati da chi adora leggere che il corpo delle donne non appartiene alle donne perché sono lì, da tempo, ad aspettare che il backlash gender le/li aiuti per imporre alle donne vittimizzazione, tutela coatta, sovradeterminazione.

Dunque inutile produrre un discorso critico se non lo contestualizzi e non capisci in che situazione ti muovi, includendo la lettura dei femminismi moralisti, bacchettoni, che sono egemoni dal punto di vista culturale, ai quali sei perfettamente funzionale, perché se tu che dici di fare cultura non produci una sovversione, non ti smarchi da quella roba e non cogli che al momento quel che serve è una provocazione costante che liberi le donne, qualunque sia la direzione che vorranno prendere, per evitare siano strette da questa morsa giudicante, a tratti ossessiva, puritana e moralista, allora la tua critica vale poco. Diventa solo un’altra, tra le tante, pietre che partecipa alla lapidazione. Un’altra pietra che infine produce stigmi, isolamento per quelle che vengono sottoposte a giudizio e moralizzazione.

La società del web è ferma, purtroppo, al tempo in cui il “popolo” lapidava chiunque non la pensasse allo stesso modo. L’alternativa non è quella snob di alienarsi dai nuovi mezzi di comunicazione o di esigere controllo e ordine social/virtuale per dirigere le masse. L’alternativa è capire dove ti trovi e imparare che se sul web una persona mette lì un video, una foto, qualunque cosa che non condividi, quando tu sommi il tuo indice puntato a quello degli altri non sei che un@ delle persone che si pone al lato della strada, sputando, proferendo insulti, lanciando pietre, alla reietta che passa in mezzo. E se ti schieri con la conservazione tu sei giusto quella cosa lì: conservazione. E fai la differenza solo quando ti stacchi dalla mischia, ti poni al centro della strada e cammini assieme a quella che si becca i colpi di pietra, chiunque lei sia. Più siamo e meglio è. No? Io ci sono a solidarizzare con quelle che si pigliano i colpi di pietra. E voi, invece, dove cazzo siete?

Ps: e no, questo non è un invito a supportare le deliranti proposte di censura e ipercontrollo della rete. E’ un problema culturale e il punto è che se anche le “femministe” alimentano e legittimano le lapidazioni virtuali direi che la questione va affrontata in modo diverso.

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