Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

Ha ancora senso chiedere alle donne un voto in quanto donne?

Finita l’alleanza contro il bikini di #Bacchiddu (in podcast [1] [2] intervistata su Radio Kalashnikov e qui riceve il premio Durruti) ora le donne del Pd e quelle di Tsipras hanno finalmente chiaro di essere in concorrenza per i voti. Leggete la discussione in corso tra Zanardo (Tsipras) e Terragni (Pd) per verificarlo. Diciamo che #Bacchiddu è stata anche, immagino involontariamente, usata come nemico “estraneo” (come se non fosse neppure donna) con l’effetto di anestetizzare e attenuare conflitti politici, di diversità ovvia, che esistono e che non possono essere rimossi con il solito frame dall’effetto omologante del siamo tutte donne e dunque dovremmo pensare uguale etc etc che finisce per invisibilizzare le istanze di altre sinistre. Perché a questo serve tanta attenzione dicotomica, polarizzante, sui corpi delle donne, a volte: a rimuovere comunque diversità di opinioni e conflitti in nome di un presunto bene superiore. Conflitti che resistono perfino all’interno dello stesso partito e della stessa lista. Figuriamoci altrove.

In questo confronto dialettico, chiamiamolo così, sembrerebbe dunque emergere la possibilità che ad una sorellanza se ne affianchi un’altra. Perché le donne è bene vadano per sorellanze e non ciascuna a ragionare con la propria testa. Quando si rendono evidenti queste sorellanze sono lì a chiedere il voto delle donne in quanto donne compattamente in direzione di altre donne che farebbero il bene delle donne. Quel “bene” poi viene deciso di volta in volta, e il gioco riesce facile benché le donne, per l’appunto, non siano tutte uguali, non vanno per schieramenti, e immagino che perfino quando chiesero e ottennero il diritto di voto avessero un’altra idea di utilizzo del suffraggio universale.

Tra l’altro questa cosa di votare donna per le donne ha un che di stravagante, perché la proposizione del “bene” di cui parlavo prima, variabile a seconda della persona che lo pronuncia in nome di tutte le donne e variabile anche a seconda di chi lo accoglie, risponde ne più e né meno che agli stessi meccanismi di marketing che si usano in pubblicità quando si parla di induzione, rappresentazione e soddisfacimento dei bisogni. Chi dice qual è il bene delle donne? Di quali donne? Ed è per questo che le donne, tante se non tutte, spesso si scontrano, nel tentativo di ampliare quel punto di vista affinché comprenda le istanze che se non sono di tutte almeno possano riguardare molte.

E’ certamente un passo avanti, ovvio, perché prima di qualche decennio fa in fondo a decidere qual era il bene per le donne erano gli uomini e all’epoca si pensava, con grande ingenuità, così come talvolta si pensa ora, che le donne potessero rappresentare un punto di svolta, di progresso, un po’ come quando si pensa che i migranti sono tutti uguali e si ci sente tanto progressisti in questo senso omettendo il fatto che arrivano da mille nazioni, che hanno culture diverse e che se anche esercitassero diritto di voto non è affatto detto che voteranno a sinistra. Ed è anche giusto che rappresentino la loro diversità perché la logica di integrazione non può essere assimilazionista né in un senso né nell’altro. Invece ancora assimilazionista è la logica della rappresentazione e della espressione delle donne che comunque sono, dapprincipio, bianche, etero, borghesi, occidentali, e tanto c’è voluto per comprendere le nere, le straniere, le indiane, le orientali, le arabe, le postcoloniali, le lesbiche, le libertarie, le precarie, le anarchiche, le trans, le sex workers, le ecologiste, le differenzialiste, le intersezionali, le anticapitaliste, eccetera eccetera eccetera. Qui da noi difettiamo molto quando c’è da ricomprendere i più svariati femminismi ma i tentativi, con evidenti conflitti, mutevoli esercizi di delegittimazione di chiunque tenti di aggiornare l’agenda politica, e resistenze da parte di chi vuole conservare il monopolio e l’egemonia culturale della questione, sono esattamente identici.

C’è un dibattito a volte sincero, genuino, interessante che si può leggere per assistere ad una evoluzione culturale che racconta come l’integrazione e la conquista di diritti non è di certo un percorso semplice perché si procede sempre per gerarchie. Ricordate, per esempio, quanto difficile sia per le sex workers essere considerate soggetti aventi diritto ad esprimere una propria idea, invece che essere rappresentate e sovradeterminate dalle solite bianche, borghesi, etero, occidentali che vorrebbero solo trattarle da vittime o carnefici. Allo stato attuale, poi, attraversiamo l’epoca in cui il “vota in quanto donna e vota donna“, invece che vota perché sei persona o forse non votare affatto, perché le donne non è detto che votino e non è detto che votino a sinistra, è diventato un brand. Lo chiamano pinkwashing e, come tante volte si è detto, ha l’utilità di dare una ripassata di rosa per dare l’impressione che un governo, una legge, una organizzazione, un’impresa, sia migliore. In questo senso il prodotto “donna” si vende come non mai ed è un oggetto che si preferisce “vittima” da consegnare ai tutori e da far rappresentare a donne consapevoli che meglio di tutte saprebbero quel che è bene per tutte noi.

Il vota donna è diventato a volte, quando non è la sincera proposizione di un programma di intenti e di un preciso interesse custodito e portato avanti con passione, una sintesi inequivocabile della maniera in cui alcuni partiti considerano le donne: delle autentiche imbecilli. Siamo imbecilli perché voteremmo solo quel che riguarda la nostra fica scissa da tutto il resto, per cui dovrebbe andarci bene votare un partito che ci toglie lavoro, ci precarizza, ci rende ricattabili, ci toglie perfino acqua, gas, luce, se occupiamo, per bisogno, una casa; ci destina alla repressione se ci chiamiamo NoTav o se facciamo parte di un qualunque movimento di lotta, per la casa, il reddito, per i nostri diritti; ci toglie il diritto si sentirci cittadine se siamo migranti, povere e ricattabili; ci rende complicato esercitare la nostra professione se vogliamo vendere servizi sessuali perché supportano istanze e ordinanze securitarie pro/decoro nei comuni; ci destina ai Cie quando non abbiamo il permesso di soggiorno e ci considera fastidiose se siamo lesbiche e vorremmo parlare di sensibilizzazione contro l’omofobia o di diritti che mai ci vengono riconosciuti; ci rende complicato anche trovare una pillola del giorno dopo perché ci sono un paio che la pensano come noi ma poi tutto il partito vota diversamente (dunque cosa ci resti a fare?), perché tutto quello che dovrebbe interessarci è il fatto che ci sono delle donne che lottano per altre donne.

Questa questione è tra l’altro la stessa che anima la spinta verso le quote rosa. Noi non possiamo che esistere in quanto donne e io dovrei votare una donna anche se non la stimo e non mi piace. Dovrei votarla non perché la penso come lei e mi rappresenta, per quanto io suggerisca di non delegare mai le proprie istanze di rappresentazione ma di prendersi voce prima di ogni cosa, ma perché è una donna che mi garantisce due istanze minime, forse, anche se per il resto voterà cose che mi faranno venire il fumo verde dalle orecchie. Non può funzionare, convincetevi che è così. Ciascuna di noi ha le sue priorità e non è detto che si somiglino affatto. E non funziona in ogni senso perché, giusto per dire, parlando in giro, so per certo che ci sono compagne, insospettabili, che votano il Movimento Cinque Stelle e non fanno coming out perché temono il linciaggio da parte di altre compagne e compagni. Così stiamo mess*, altro che vota donna.

Ecco, dopo tante chiacchiere belle e utili fatte in questi giorni magari pensiamo a questa cosa. Pensiamoci seriamente. Potrebbe esserci utile, per il futuro.

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