Affetti Liberi, Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Pensieri Liberi, Personale/Politico

Ti odio perché sei diversa da me

So che è complicato accettare il fatto che la donna con cui parli non la pensa come te. A volte lo senti come un tradimento. A volte ti torna addosso come un fallimento, una lesione, forse perché sai che non sei stata in grado di manipolarla, come quando ritieni che l’altra sia in mano tua, a fare e dire quello che vuoi tu, smettendo di pensare con la propria testa. A volte è semplicemente che tu sei un’ipocrita che si schiera a seconda delle circostanze, non perché convinta che quell’idea sia giusta, ma solo perché ti piace stare dalla parte comoda e non sopporti, proprio non lo sai fare, quell’altra che quando dice che ti è amica è sincera, maledizione, tanto sincera al punto che ti destabilizza il fatto che però non la pensi come te. L’amica è amica a partire dalla negazione di se stessa, questo è quello che qualcun@ pensa.

Perciò quella destabilizzazione la risolvi generalmente con un attacco personale, la fabbrica d’odio comincia spesso proprio da lì. Come si può spiegare altrimenti il fatto che lei sia tanto diversa da te? Più facile demonizzare che accettare una risposta molto semplice: le donne non la pensano tutte alla stessa maniera.

Vedete, io questa cosa della sorellanza in autonomia me la sono risolta nell’adolescenza, e forse a tante tra voi avrebbe fatto bene riuscire a gestire un rapporto con le vostre madri o sorelle a partire dalla comprensione piena delle vostre, reciproche, differenze. Diverse per molti versi, io e mia sorella, perfino la politica per noi era tema di scontro/incontro/dibattito perenne. Non parlo di quelle differenze nette, tangibili, che so, tipo lei fascista e io di sinistra, no. Entrambe di sinistra, rivelavamo, io, lei, altri componenti familiari, le 50 possibili sfumature di sinistra esistenti. Quando arrivò il maggioritario, con questa cosa delle coalizioni, io comunque anarchica, ci siamo trovate in difficoltà perché entrambe siamo consapevoli del fatto che a sinistra c’è poca tolleranza tra le diverse forme di sinistrosità. L’abbiamo risolta, io e lei, imparando a dibatterne, anche in modo aspro, senza perdere umanità e senza sentirci personalmente ferite, avendo chiaro il fatto che pensarla in modo diverso non significava perdersi. Sapevamo però entrambe che in questo senso tanta sinistra sociale era ancora ferma ai conflitti adolescenziali.

Avere superato quella fase significa che oggi non mi lascio più massacrare dai ricatti emotivi, non piego il mio cervello ai ricatti affettivi, se mi sei amica accetti quel che sono, accetti le mie opinioni, accetti l’idea di avere un contraddittorio e di ricevere delle critiche. Accetti l’idea di compiere un percorso con me su obiettivi precisi e non sulla base di un patto eterno di fedeltà con vincolo di totale rimozione di conflitti e sospensione del giudizio. Accetti anche di produrre discussioni in cui è assente il risentimento, la voglia personale di scannarmi, perché non puoi amputarmi la vita, il braccio, la testa, la dignità, ogni volta che oso pensarla in modo diverso da te. Finiti gli obiettivi, se non ce ne sono altri a unirci, siamo comunque amiche, per quanto diverse. Se non sai gestirti le relazioni così, se non lo sai fare, se invece che argomentare sai solo sputarmi addosso e insultarmi in senso personale quando dico che non la penso come te, se quello che sai fare è solo provare a evangelizzarmi e poi, a conversione fallita, andare a cercare consolazione da quelli che fino al giorno prima disprezzavi solo perché ti unisce a loro l’idea che insieme potete disprezzare me, se non hai ben capito che esserti amica non significa affatto doverti dire sempre di si, fare politica come la fai tu, votare quel che voti tu, la nostra discussione non può mai evolversi in nessuna direzione.

Questo è quel che riguarda le “sorelle”, o per lo meno quelle che fino a quando sei d’accordo con loro si dichiarano tali. Poi c’è il problema delle madri. Si sentono ferite pure loro ogni volta che assumono certezza del fatto che la loro figlia è cresciuta e ha una propria identità. La figlia che smette di guardare alla madre come fosse una dea, nella politica nostrana, incluso quella femminista, piace poco. Le madri si sentono ferite, umanamente, come se la tua differenza di opinioni fosse una dichiarazione di guerra e infatti sono loro, per la maggior parte, che ti dicono che tra le donne non ci si fa guerra. Ma se io porto sul tavolo della discussione un conflitto e tu, per archiviarlo e rimuoverlo, la chiami guerra sarà mica una mia responsabilità?

Io credo che alcune volte il punto sia semplicemente che non si ammette una discussione in senso pluralista, d’altronde sono qui da tempo a raccontarvi come e perché ci sono donne che ti fanno, loro si, la guerra, ma una guerra vera, squadrista, insultante, disumanizzante, priva di spessore politico, perché non ammettono una narrazione differente dalla loro, un punto di vista diverso, una visione di futuro e una progettualità diversa, perché vedete, il punto è che il personale è politico, e io sono assolutamente d’accordo, ma chi maschera quel personale in un politico vago, fumoso, fatto di dichiarazioni che in fondo vanno tutte nella stessa direzione – tu non puoi contraddirmi, solo io so quel che è bene per te – non fa un bel regalo né alla politica né tantomeno al femminismo.

In questo senso credo che aver vissuto in famiglia tra donne, di varie generazioni, mi abbia reso chiaro il fatto che io non posso mai dirmi tua sorella se non accetto che tu sei diversa da me. Devo guardarti nella tua interezza, nella tua complessità, devo non sentirmi lesa dalle tue visioni indipendenti, devo anche avere chiaro il fatto che un giorno le nostre strade possono separarsi e io non la vivo come una frattura. Passo oltre. So che può succedere. Sei tu che non accetti questo distacco e ne soffri. Sei tu che la vivi come una cosa dolorosissima e per risolvertela interiormente devi descrivere l’altra come se fosse il diavolo. Avere una sorella che non la pensa come te ti insegna a capire che sulla pelle delle donne non puoi coltivare alcuna illusione e che non puoi dire a lei che è un mostro quanti ti accorgi che su certe cose ha una idea proprio diversa. Domani sarai sempre con lei e le vorrai bene e la soccorrerai e la troverai come tuo punto di riferimento e lo stesso vale per te.

Poi ci sono quelle più giovani, che assumono una relazione con alcune donne come se fossero un faro, una luce, accreditano leadership mai richieste e infine le risputano fuori quando ‘ste madri involontarie evolvono in qualche direzione. Ci sono quelle figlie che si affidano, ancora, in senso adolescenziale e ritengono che il tuo pensiero debba essere immutato, immobile, più che di una persona si innamorano di pagine di un libro che immaginano abbia già scritta la parola fine. Non ammettono, proprio per niente, che non solo non esiste un libro, non c’è un dogma, che sono loro stesse autrici di una mitizzazione non richiesta, ma quando assumono coscienza dell’umano che resta in quell’altra persona proprio non se ne capacitano e allora i toni, le modalità, i risentimenti, sono tipici di chi assiste alla caduta degli dei. Finché ti metto su un piedistallo ti amo appassionatamente e pendo dalle tue labbra e quando ti vedo umana, imperfetta, indipendente da me, allora posso anche trattarti male perché l’umanizzazione è quel che non sopporto. Se sei una mia pari quello che meriti è fuoco e tempesta, per aver spento la mia illusione, per aver smesso di alimentare il mio fuoco.

Si tratta spesso di relazioni costruite in totale dipendenza e che ancora misurano con l’intolleranza la differenza di opinioni. Madri, figlie, sorelle, amiche, vincolate da autoritarismi ritenuti indispensabili ad evitare una crescita, laddove non sembra possibile che esista chi non vuole vivere queste relazioni in maniera morbosa, chi vuole semplicemente respirare e andare avanti, perché la conoscenza non può subire limiti e perché che tu sia mia sorella, madre, figlia, e io ne ho una, diversa da me, io diversa da lei, anche in questo è sperimentata una convivenza in cui lo strappo è stato ampiamente superato, che tu sia una qualunque delle persone che ho citato, quando e se subirò un ricatto, un’amputazione ideale, se mi impedirai di andare oltre e di seguire il flusso dei miei pensieri, se non riuscirai – tu – ad accettare il fatto che ti voglio bene anche se non la penso come te, se non capisci che la sorellanza non si manifesta per omologazione, ché non è necessario il pensiero unico per renderci pari, se non assumi una identità personale, umana, più matura, io vado comunque avanti, con te o senza di te. Con te o senza di te.

Ecco perché le relazioni si realizzano per affinità ideale, per obiettivi, misurati non nell’eterno volgersi delle nostre iniziative future, non come fosse una promessa matrimoniale di eternità, ma come situazionismo movimentista, da cagne sciolte, libere dai vincoli dei branchi e questa libertà io la rivendico, l’ho pagata, la pago ogni giorno, salvo in quei casi in cui incontro persone solide, mature, sicure di se’, che non si lasciano ferire dalla mia differenza di opinioni perché la stima reciproca va oltre questo. Questa libertà di tessere relazioni e non vederle sgretolare ogni qual volta manifesto un pensiero indipendente me la sono guadagnata, perché ha un costo. Lo stesso costo che ti riserva, per l’appunto, chi gestisce la vita di relazione tra ricatti e dipendenze, insicurezze e assenza, talvolta, di coerenza a se stesse e integrità. Lo stesso costo che ti riserva chi mente quando dice che ti ama al di sopra di tutto perché non è affatto vero: ti ama solo se sei il suo riflesso. Ti ama solo se gli o le somigli. Solo se sei perfettamente uguale e se invece non è così, se riveli una alterità, di quell’alterità si fa beffe, non la tollera e non la concepisce in quanto ricchezza, la massacra, la stordisce di patetiche giustificazioni alla sua intolleranza, la mortifica affinché si pieghi all’unica scelta possibile: o con me o contro di me, o la pensi come me oppure sarai sola, espulsa, scomunicata, esiliata, eretica.

Infine, posso dire, che sono sopravvissuta, quasi indenne, a molte “relazioni” – con donne – che sono state disastrose, alcune costruttive, meravigliose, dolorosamente mutate, non evolute, ma solo interrotte, giusto nel momento in cui si sono manifestate delle diversità, perché si cresce in modo diverso e infine ci si separa. Tanto dolore sulla pelle, che nulla ha a che fare con chi, da donna, mi insulta sul web senza neppure conoscermi perché indirizza semplicemente l’odio in una qualche direzione, prima lui/lei, poi io, poi chissà, con una violenza senza pari, tante ferite, rimarginate o meno, mi fanno dire che ho il diritto, me lo sono guadagnato, di essere intellettualmente indipendente. E se è l’indipendenza intellettuale di una donna che può fare paura, se alla fine l’unica idea di “libertà” di una individua che riuscite a concepire è solo quella piegata alle vostre stereotipate imposizioni, direi che il vostro non è un mondo libero. Proprio non lo è.

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3 pensieri riguardo “Ti odio perché sei diversa da me”

  1. Mi è piaciuto moltissimo non solo perché mi corrisponde ma perché pretende – e io credo che in certi casi occorra pretendere – di parlare al cuore dei problemi non alla superficie. E poi è scritto benissimo. Un abbraccio. Elettra Deiana

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