Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Critica femminista, R-Esistenze

Un corpo a corpo

di Elettra Deiana

Paola Bacchiddu ha compiuto un inaspettato atto di rottura del meanstreaming politico comunicativo della sinistra, animando oltre misura l’invasivo blablare gossiparo della rete e, soprattutto, quella mescolanza tra politica e gossip che oggi va per la maggiore. Tuttavia ha anche rimesso in scena questioni non di poco conto per chi ha avuto a che fare con la vicenda del femminismo e oggi pensa che il femminismo non debba essere soltanto il lontano fantasma di una magica stagione politica. Io sono tra chi la pensa così ma penso anche che, come per altre dimensioni del pensiero e dell’esperienza umana, ci sia femminismo e femminismo e oggi valga la pena discuterne il più liberamente possibile. Sono infatti convinta che il modo di pensare le cose da parte delle donne continui a influenzare le più complessive dinamiche politiche e sociali, dell’Italia, per quel che ci riguarda, proprio perché il femminismo ha rovesciato il senso delle cose e l’ordine del discorso che le rappresenta. Ma il rovesciamento spesso poi prende le direzioni più diverse, come è inevitabile che succeda. Non tutte esaltanti.

Per quel che mi riguarda ho più volte espresso la mia ostilità politica nei confronti del cosiddetto femminismo moralista che si è affermato – non solo in Italia per altro – in un’atmosfera di compiacimento da parte del mondo politico e dell’informazione – il contrappasso del berlusconismo delle alcove – e comporta il rischio di diventare un canone del politically correct. Questo tipo di approccio femminil-femminista infatti, contrariamente a quanto argomenta Ida Dominijanni, non si limita all’azione ristretta di quante siano interessate a selezionare una classe politica femminile – istituzioni, media, partiti e altro – ma, proprio per questo ruolo che si assegna, aspira a formare e alimentare un’opinione pubblica conforme alle istanze penitenziali e prescrittive dell’oggi; un’opinione pubblica conformista, perbenista e soprattutto adattiva, che fa da pendant, se vogliamo proprio addentrarci nel rapporto tra neoliberalismo e vite delle persone, come fa Ida, a quell’opinione pubblica contemporanea di tutt’altro segno e vocazione che se la gode, può permettersi di godersela o se ne infischia della sfrenatezza del mercato, potendo fare su vari livelli – magari solo quello strettamente comportamentale – tutto quello che esso concede e alimenta. Sono le due facce della stessa medaglia, se stiamo all’analisi di quello che succede nelle dinamiche generali, aspetto ovviamente importante ma non il solo perché poi ci sono le vite delle persone, la quotidianità dove ogni donna è una donna, e ci sono le scelte che ognuna (e ognuno) fa a partire da quello che si sente di fare, o si sperimenta a fare, o non può fare a meno di fare, in base a una scala di riferimenti che lei – ma anche lui, nel caso – si è data e attraverso cui si districa nel corpo a corpo con i condizionamenti, le suggestioni, gli affetti e gli inganni e quello che volete voi di quell’ordine generale che la trascende ma non la determina in automatico. Neanche nel patriarcato strettamente inteso succedeva, come il femminismo ha messo bene in chiaro.

Si tratta, per tornare al femminismo di cui sopra, di un approccio moralista che viene da lontano ma si rinnova oggi e gode di una legittimazione che viene in gran parte anche dalle file femminil-femministe, in forma di “competenza” femminile su tutto quello che riguarda la vita delle donne. Così è più facile promuovere un “senso comune” conforme su tutto quello che riguarda l’ambito del personale, del familiare, dell’eticamente sensibile e simili: scelte di vita, di costume, di sessualità, di annessi e connessi. Basti pensare ai temi della prostituzione e delle sex workers, dell’aborto, della violenza sulle donne, della fecondazione artificiale. C’è l’autorizzazione femminile, insomma, per scelte “restrittive”, compatibili e altro. C’è per questo insomma anche un legittimante metro di misura femminile. Mica una cosuccia. Si rimette in discussione l’aborto con argomenti femminil-femministi e si discute nella stessa logica di scelte personal-politiche in qualche misura fuori dal coro: la mossa non va bene, oppure sino a qui ok, ma quest’altra mossa più quella di prima guasta il quadro e via sanzionando.

Penso che si debba recuperare con chiarezza e anche sfrontatezza femminile il concetto di autodeterminazione, che fu l’audace mossa delle donne di sottrarsi all’ordine patriarcale, al performativo sviluppo relazionale secondo cui dovevi essere come loro ti volevano, come lo sguardo maschile, il giudizio sociale, l’educazione familiare, la Patria, la Chiesa e allora anche il Partito, si attendevano da te. Mossa di sottrazione, di radicale contestazione politica e teorica, di azione sul campo ma soprattutto di produzione di un altro approccio mentale alle cose, uno spostamento dello sguardo, che cambiò il mondo. Oggi autodeterminarsi significa anche mettere in conto quanto il femminismo moralista sia tarpante. E’ questo infatti il problema principale che la mossa di Paola ha messo in chiaro. Mossa innocente, spontanea, calcolata, strategica? Mossa di una donna che l’ha decisa, se ne è assunta in chiaro la responsabilità. Punto e a capo. L’autodeterminazione fu un vissuto prima ancora che una consapevolezza e un sapere, l’avvio di un percorso, che fu politico in senso molto ampio e radicale, rivoluzionario, ma per ognuna una sfida che si poteva proseguire o abbandonare e costruire giorno per giorno, tra le ambiguità e le contraddizione della vita che continuavano a prodursi anche allora. Perché c’è la sovranità dell’autodeterminazione e c’è la vulnerabilità della vita. Ognuna e tutti siamo vulnerabili e dipendenti dalle relazioni con gli altri. Ida ricorda che lo dice Butler ma lo sappiamo dalla vita, sappiamo tutte quanto pesi sulle nostre scelte il peso del rapporto con l’altro che ci circonda, ci sovradetermina, ci inibisce. Ci ama appassionatamente non di rado. Per noi veterane delle lotte per la 194 non fu mai un pranzo di gala, negli interminabili confronti sul tema, riuscire ad affermare alla fine, a dispetto di ogni sotterfugio dialettico dei contrari alla legge, “alla fine, l’ultima parola è della donna”. Il che fa facilmente capire che la sovranità – se vogliamo usare il concetto – si esercita in modo incarnato, posizionato, contestualizzato. Condizionato. E tuttavia, non per questo, per il condizionamento che subisce, possiamo negarne la forza interna, l’essere una vocazione umana incomprimibile. C’è l’universo delle relazioni che ti inchiodano a qualche modello, si aspettano che tu faccia così o cosà, e c’è il momento del “prendi e parti” e magari non sai bene attraverso quali insondabili ghirigori mentali lo hai fatto. Ma l’hai fatto, agendo nella stretta faglia che ti è data tra sovranità e dipendenza, tra desiderio e condizionamento. E nel farla, per riecheggiare Butler, non è detto affatto che la tua capacità di agire rimanga comunque vincolata alle condizioni di prima – per ricaderci subito magari – o che quelle condizioni rimangano invariate a prescindere dalla forma dell’azione. Insomma hai modificato le cose, spostato i rapporti, ricodificato la semantica del potere. La libertà femminile non è infatti uno stato di natura a cui una dea ci ha condotto, o uno stato di diritto che la fine del patriarcato ci ha assicurato. E’, per ognuna, il corpo a corpo per non stare alle cose, se il suo desiderio è non starci. Ed è il riconoscimento – o il dover subire – da parte del mondo che le cose stanno ancora così.

 

Leggi anche:

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3 pensieri riguardo “Un corpo a corpo”

  1. ma l’universo di relazioni (affettive, amorose e non solo) in cui siamo tutti immersi e a cui nessuno può rinunciare salvo facendo l’eremita totale (condizioni a cui pochissimi aspirano per fortuna) è davvero sempre e solo limitante? Non è detto.
    Poi le critiche ad una parte del femminismo sono interessanti

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