Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Sex Worker uccisa a Firenze, Pia Covre: “non obbligateci alla fuga!”

Photo by Giant Girls, Network for Sex Workers' Rights in South Korea
Photo by Giant Girls, Network for Sex Workers’ Rights in South Korea

A proposito della orribile morte di Andrea Cristina, uccisa da un sadico, violento, stupratore e femminicida seriale, ecco alcune parole scritte da Pia Covre, presidentessa del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute. Buona lettura!

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A volte credo di non avere piu parole ma solo rabbia. Dolore e rabbia per una compagna assassinata e non ci sono parole nuove per dire BASTA.

Resta un sentimento di frustrazione perché non riusciamo a fermare questo stillicidio di donne uccise, e quando ad essere vittima è una donna che lavora nella prostituzione mi viene il sospetto che si poteva evitare, che si poteva fare qualcosa. Nel caso di Andrea Cristina uccisa da un seviziatore sadico seriale certamente c’erano episodi precedenti che avevano lasciato tracce ed elementi di investigazione utili a chi avrebbe potuto e dovuto fermarlo gia da tempo.

Gli episodi precedenti non sono stati presi in seria considerazione, la parola e le testimonianze di una donna che fa questo lavoro spesso non viene creduta. Le lavoratrici del sesso esistono ormai nei media e nell’ immaginario collettivo solo in due modi, o come “indecorose” poco vestite che disturbano e quindi da cacciare fuori dalle città con le retate di polizia o con le crociate e le processioni dei cittadini, o come “vittime ” abbandonate, nude, morte o moribonde oltre le periferie in strade senza uscita. E ci sentiamo senza via d’uscita in questo clima di abbandono e di emarginazione, con una società che sentiamo troppo spesso ostile e con amministratori che non si fanno scrupoli a fare ordinanze contro di noi e che, come nel medioevo, ci allontanano fuori le mura e ci lasciano in balìa di sfruttatori e violenti condannate allo stigma e alla morte.

Tutto questo ci rende sempre più vulnerabili. Non ci sono sufficienti interventi di empowerment e di supporto per le lavoratrici.

Nei due decenni precedenti sono stati realizzati progetti e servizi che tramite gli operatori fornivano interventi di strada per informare le donne sulla prevenzione e l’accesso ai servizi sanitari; gli operatori erano un punto di riferimento per le tante donne e anche trans che passavano. Ci sono esempi storici come il progetto TAMPEP a Torino che a fatica ancora esiste e ancora potrei citare il servizio del Comune di Mestre. Le donne con il supporto degli operatori trovavano il coraggio di denunciare, cosa che oggi fanno sempre meno perche impaurite dalle possibili ritorsioni o dal rischio di essere allontanate con misure di polizia.

Molti dei progetti di unità di strada nella prostituzione sono stati chiusi per mancanza di finanziamenti, perche gli aministratori pensano sia piu conveniente fare multe ai clienti e dar la caccia alle donne per multarle e infine, se riescono, per allontanarle. I politici peccatori ma cattolicissimi dibattono e alimentano la retorica della tratta ma allo stesso tempo riducono sostanzialmente anche i fondi per l‘accoglienza delle vittime. Solo poche città mantengono ancora interventi, e in regioni come il Trentino o l’Emilia Romagna, come ad esempio a Modena dove poco tempo fa le donne nigeriane rapinate per due volte hanno infine, con l’aiuto degli operatori della unità di strada, dato alla polizia le informazioni utili ad arrestare i delinquenti.

Qualcosa si deve fare, non si può lasciare che ci uccidano senza provare a ridurre la nostra vulnerabilità. Dobbiamo essere unite e attive nel difendere i nostri diritti e le nostre vite, nessuna deve essere isolata. Non ci sta bene che poi si realizzi una comunicazione da stampa dell’orrore da parte di chi scrive su di noi in toni che creano orride suggestioni, fino a superare la tremenda drammaticità dei fatti. Tutto questo ci espone ancora di più alla violenza dei maniaci. Esiste una solidarietà fra le donne che lavorano quando si conoscono e stanno abbastanza vicine nello stesso luogo. Sono i fattori di disturbo esterno, come le continue retate e il dover cambiare spesso città per lavorare, che impediscono la costruzione di relazioni solidali, perciò dovrebbero smettere di obbligarci ad essere sempre in fuga.

Devono lasciarci vivere, nessuno ha il diritto di perseguitarci in nome della propria morale e dei propri pregiudizi. La società civile deve fare qualcosa contro la nostra emarginazione, deve rispettare e far rispettare la nostra autodeterminazione qualsiasi sia la circostanza che ci ha fatto decidere di fare questo lavoro. I politici devono prendere consapevolezza della realtà e discutere con noi le scelte e le decisioni che vanno prese e che ci riguardano.

Pia Covre

per il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute

www.lucciole.org

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