Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

Di femminismo moralista, effetti culturali e uomini che sfuggono alle dicotomie

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Questa immagine mostra in qualche modo come viene affrontata la nudità, anche quando è una libera scelta, dalle nostre parti. Si mette a fuoco lo sguardo censorio delle suore e quello compiaciuto degli uomini. Sparisce lei dal centro della nostra attenzione perché di lei finiamo per non interessarci proprio più. Del fatto che lei voglia spogliarsi, camminare in quella maniera non frega nulla a nessuno. Lei è la protagonista eppure sparisce perché quel che deve essere messo in evidenza è la reazione altrui.

Così è ridotto il dibattito sulla nudità o sul corpo delle donne in generale qui in Italia. Tutte le opinioni complesse schiacciate in questa dicotomia rigida che non prevede eccezioni, per cui le moraliste dicono che lei ha da coprirsi per evitare di stuzzicare lo sguardo malizioso e sporco dei maschilisti e certi maschilisti giocano a fare i libertari per il bene del proprio uccello prima che per lei.

In mezzo a tutto questo esistono altre mille sfumature di possibile autodeterminazione in cui ciascuna si orienta come può e come vuole. C’è chi si spoglia perché vuole usare il corpo come strumento di comunicazione politica, chi lo fa per caso, chi lo fa e basta, chi lo fa in maniera collettiva, chi lo fa seguendo un codice militante, chi invece  un altro e un altro ancora. Perfino la declinazione della soggettività autodeterminata consta di mille e più declinazioni. Sarebbero visibili se non fossero schiacciate tra queste due forzate priorità morali. Saremmo un po’ più liber* di andare oltre un culo, in qualunque discussione, non fosse che siamo lì a barcamenarci tra chi ti dice che se la pensi in modo libero e libertario allora somiglieresti ai sessisti, per esempio.

Il punto è che se ogni volta che una donna si spoglia dovrà pensare che un femminismo antimoralista potrebbe incontrare il favore dei misogini finisce che l’antimisoginia vorrebbe essere intesa come sollecitazione a rimetterci tutte quante un burqa. In un filo di discussione che funziona per sillogismi idioti, per cui c’è quell@ che ti dice “vedi, se tu ti spogli, sei d’accordo con quelli là“, dove non è ammissibile che esistano altre mille forme di espressione autodeterminata senza rischiare la gogna, la demonizzazione e un rogo, quel che a noi spetta di fare è togliere di mezzo la confusione creata ad arte per non darci più alcuna scelta. O sta di qua o di là, come funziona per via delle tante annunciazioni di emergenza che sollecitano ad una presa di posizione integralista contro un nemico equivalente a tutto un genere, ed è complesso dire che sei portatrice della tua nudità portandoti appresso mille altri e più compiuti contenuti.

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Mi spiego meglio: testate come Libero, per dirne una, propugnano la libertà delle donne. Libertà di essere al servizio di patriarchi. Noi ragioniamo di libertà delle donne di essere libere per se stesse. Libera di fare quello che vuoi, quando e come vuoi, incluso fare cose che io non farei mai. In questo senso la prospettiva è totalmente differente. Invece: il femminismo moralista è quello che piace ai patriarchi, i paternalisti, che amano fare i cavalieri, i tutori, quelli che vogliono salvare le donne facendo i fustigatori del pubblico costume o salvando le donne per fustigarne i costumi. Se c’è una categoria sociale alla quale le moraliste hanno dato fiato e legittimità in questi ultimi anni è proprio quella. Così la discussione ne ha tratto totale appiattimento in un pro o contro il culo per il bene delle donne. A questo punto siamo, purtroppo.

Il femminismo moralista è quello che ha tolto anche agli uomini l’opportunità di raccontarsi in una maniera che non rispondesse ad una enorme forzatura. Un intero genere raccontato secondo lo stereotipo del carnefice o tutore, senza via di scampo. Per cui trovi sessisti che dettano il copione alle donne per un verso e maschilisti benevoli che dettano il copione alle donne per un altro. Eppure esistono tanti uomini che per davvero non ne possono più. Non sono carnefici e non vogliono essere patriarchi/tutori. Non gliene importa nulla del paternalismo sollecitato e legittimato dal femminismo moralista. Casomai vorrebbero essere ascoltati senza essere criminalizzati prima che aprano bocca. Così le donne che non rispondono alla dicotomia santa/puttana o vittima/carnefice.

Capite quanta povertà culturale abbiamo ereditato per via di chi aveva evidentemente una visione ristrettissima sulle questioni di genere? Allora io spero che riusciremo a traghettarci fuori da un’epoca tanto buia e se per farlo serviranno mille provocazioni le produrremo. Intanto, a parte ragionare di donne che pretendono il rispetto per le proprie libere scelte, comincio a chiacchierare con uomini che per l’appunto non sono né carnefici e tantomeno vogliono essere tutori/salvatori/protettori delle donne.

Se c’è chi ha voglia di raccontarmi com’è essere questo e in quali e quanti modi subite imposizioni circa il ruolo di genere che dovreste assumere, scrivetemi su abbattoimuri@grrlz.net. 🙂

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3 pensieri riguardo “Di femminismo moralista, effetti culturali e uomini che sfuggono alle dicotomie”

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