La posta di Eretica, Storie, Violenza

Lei ha mentito, nessun@ mi crede: per tutt* sono il mostro!

Esiste questo ed esiste anche quello che sto per raccontare. Stavolta narrerò in prima persona, riportando, in sintesi, fatti e dinamiche così come mi sono state raccontate. Vi ricordo sempre che se e quando avrete voglia di parlare con me, raccontarvi, affinché restituisca qui la vostra storia perché sia utile a voi, agli e alle altr*, potete scrivermi su abbattoimuri@grrlz.net.

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Sbatto la porta, così finisce l’ennesimo litigio. Vado a dormire da un’amica. Nulla di sospetto. Cerco solo un posto letto e un po’ di pace per pensare e respirare. Da quanto tempo non riesco più a godermi l’ossigeno che mi serve? In quella casa la pesantezza si taglia col coltello. Il suo umore è sempre nero e io non ce la faccio più. Penso che tra qualche giorno posso tornare a prendere le mie cose. La chiamo prima per chiederle come sta, se si è calmata, se posso andare, così le lascio anche le chiavi. La casa l’abbiamo presa insieme ma io troverò un modo per arrangiarmi. L’operatore mi dice che il numero non è più attivo, allora non so cosa fare. Lei soffre di crisi depressive, ha sbalzi d’umore incontrollabili, mi preoccupo del fatto che stia bene. Corro da lei per accertarmene e busso alla porta. Dato che nessuno risponde uso le chiavi ed entro.

Faccio due metri e trovo le mie cose sparpagliate e distrutte. Ha massacrato i miei libri, i video che mi porto dietro. Ha danneggiato la mia telecamera e il mio computer che avevo dimenticato di portare via con me. E’ tutto lì per terra e penso si preparasse a fare un bel falò o un lancio in direzione dei bidoni dell’immondizia. Ciò nonostante supero gli ostacoli e corro in camera da letto sperando di trovarla viva, in salute, che non si sia fatta del male. Lei non c’è. Non ne trovo traccia. Rovisto tra le mie cose per prendere quello che mi serve ed è ancora recuperabile. Un paio di cambi d’abito. Le cose invernali per fortuna non le ha toccate. Quelle estive si trovano con poco. Non ho un soldo bucato ma devo recuperare il contenuto del mio hard disk, perciò prendo il computer e faccio per andare via.

Lei torna e fa una scena di quelle che avrei tanto sperato di evitare. Piange, batte i pugni sulla testa, si graffia la faccia e io provo ad abbracciarla per dirle di calmarsi, sediamoci e parliamo. Lei urla, chiama aiuto, dice che sto distruggendo tutto e allora capisco che la roba sparpagliata, quel caos in casa, era tutto pianificato ovvero lo ha programmato all’istante per trovare una buona scusa per buttarmi fuori di casa senza neppure restituirmi i soldi di cauzione che ho speso. Bussa un vicino che vede lei così graffiata, la casa ridotta malissimo, io con delle buste in mano e dico solo che voglio andare via. Lasciatemi andare ed è finita lì. Lo prego di chiamare un medico, qualcuno, perché io non riesco a calmarla e lei è completamente fuori di se’. Il tizio mi guarda come fossi un mostro. Un po’ di tempo dopo lo avrei incontrato ancora durante l’udienza in cui io attendevo l’ordinanza del giudice per violenza sulla mia ex.

Prendo l’ascensore, sono stravolto, talmente sfinito che inciampo, cado, e mi spacco anche un labbro. Quel che ho provato non mi era mai successo prima. La testa vuota, un mancamento, stavo malissimo. Non sono fatto di ferro e mi sembra di vivere un incubo. Ricevo una mail da lei che mi dice che dato che mi sono trasferito dalla mia “amante” non è il caso di continuare a collaborare insieme a quella tal cosa che stavamo facendo. Abbiamo, anzi, avevamo, un progetto in comune che era pure una roba di lavoro. Speravo lei si comportasse in modo civile e invece racconta a tutti quanti che io sono un mostro, un violento, che le ho fatto passare le pene dell’inferno. Inventa cose assurde e sostiene perfino che è stata lei a buttarmi fuori di casa qualche tempo prima. Dice che non ho diritto a pretendere i soldi della cauzione e non ho diritto neppure ad un risarcimento per il lavoro perduto. Nel giro di pochi giorni mi fotte lavoro, casa e vita e dopo un po’ mi arriva anche un avviso che mi impone di restare a distanza da lei, dai luoghi che frequenta, perciò anche dal posto di lavoro, e poi da quella casa.

Io faccio sport, arti marziali, so come recuperare un temperamento zen. Respiro a fondo, chiedo alla mia amica se davvero io sono mai stato così tanto stronzo, chiudo gli occhi e provo a volare basso. Me ne resto quieto per un po’ e forse la tempesta passa. Capisco che lei si senta ferita ma non riesco a capire esattamente per quale ragione. Sa bene che la mia amica non è la mia amante e voler vedere a tutti i costi come io sia un mostro è una cosa che va anche oltre il suo livello di bassezze minime. Supponevo fosse un po’ più intelligente e soprattutto dotata di un minimo di coscienza sui ruoli di genere. Schiacciarmi in questo ruolo rigido, il carnefice, il mostro, con lei che da centrosocialista diventa quella che si consegna alle istituzioni per darmi una lezione, non la riconosco più, non so chi sia.

Eppure lei sa bene che io non sono un violento, non sono uno stalker e forse il punto è proprio questo. Io non sono né violento e né uno stalker e dunque l’unico modo per continuare a tenermi vincolato è quello di impormi il braccio forte della legge, il ricatto di un arresto, un processo, una condanna, tutte cose che lei sa perfettamente io non merito. In ospedale mettono un paio di punti al mio labbro rotto. Mi rendo conto di avere anche un braccio tumefatto e deve avermi fatto la pelle nera lei quando mi lanciava di tutto e poi mentre mi mollava sberle. Il medico chiede come ho fatto a procurami le ferite e io non so che dire. Penso che se dirò che me li ha fatti lei non mi crederanno mai. Penso che non dire nulla significa nascondere quel che è avvenuto, come se io fossi colpevole, e ancora non riesco a immaginare come e perché lei sia diventata così perfida da utilizzare anche queste cose per portare avanti la sua crociata contro di me.

Contatta un avvocato che si occupa di violenza sulle donne. L’altra, ovviamente, in totale buona fede, le crede. Le viene qualche dubbio solo quando legge la sfilza di mail che lei mi ha mandato e una serie di documenti che dopo un po’ di mesi, nonostante io non mi sia mai sognato di cercarla, ho dovuto mettere insieme come memoria del nostro periodo insieme per dimostrare che tutto quello che raccontava lei era una serie infinita di balle. Questa è una cosa che val bene ricordare: se subite una accusa scordatevi la presunzione di innocenza. Lei vi accusa e voi dovete dimostrare di essere innocenti. Ecco tutto.

L’avvocato e il giudice si rendono conto che a quel punto la procedura per mollare l’atto restrittivo è più complessa. Mi dice l’avvocato che per togliermelo dalle balle dovrei comunque andare a processo. Ci vuole tanto tempo e invece mi consiglia di tenermelo sul groppone, dire di si con la testa, raccontare al giudice che le starò lontana e obbedirò e dopo un po’ di tempo, dato che non la disturberò mai più, non scatterà d’ufficio alcuna denuncia per violenze e la questione si chiuderà lì.

Non ho soldi, non conosco tanta gente in questa città e avere contro un avvocato che si occupa di violenza sulle donne in qualche modo significa apparire come tu fossi sempre dalla parte del torto. Per osteggiarlo avrei dovuto assumere una di quelle avvocatesse che parlano un linguaggio condito di pregiudizi contro le donne e forse avrei fatto qualche passo in più. Però io non volevo prestarmi a questa gara a chi la dice peggio e non avevo neppure i soldi. Mi limito ad un avvocato d’ufficio che non sa fare niente, perciò mi pare più sensato quello che mi dice l’avvocato della mia accusatrice. Così lei non fa la figura della calunniatrice e io riesco a superare tutto come si fosse trattato di un litigio estemporaneo invece che di un maltrattamento continuato.

In poco tempo perdo soldi, casa, lavoro, in altre due occasioni mi capita di svenire e in generale non sto proprio benissimo. Quello che lei ha fatto è punirmi mandandomi all’inferno mentre lei si fa consolare da tante persone che la trattano come se fosse effettivamente una vittima. Ovviamente non le basta, perché aver denunciato, a prescindere dalle conclusioni della sua denuncia, le consente il lusso di poter dire quel che cazzo le pare. Sono io che non posso dire proprio niente. Non posso pronunciare una sillaba che parli di lei. Mai. Non le basta e continua a buttare fango su di me. Continua a diffamarmi e ad alienarmi anche i pochi amici e le poche amiche che mi restano. Sono solo. Con me c’è la mia famiglia, un paio di amici e amiche che mi conoscono bene e sanno quel che sono e poi c’è la mia nuova compagna, conosciuta nel bel mezzo di tutto questo casino, che mi sostiene e mi vuole un gran bene.

Sono passati un tot di anni da quando quello che ti ho raccontato è successo. Lei ancora dice in giro di essere stata vittima di un mostro. Io sono riuscito faticosamente a ricrearmi uno spicchio di esistenza sebbene abbia ancora forti problemi lavorativi perché lei mi ha fatto terra bruciata dappertutto. E’ finito il tempo dell’ordine del giudice e io non ho avuto alcuna conseguenza. Come volevasi dimostrare io non l’ho mai perseguitata né mai le ho fatto violenza. Volevo solo continuare a vivere anche se con lei era andata male. Volevo solo lasciarle indietro le chiavi di casa e andare per la mia strada. Evidentemente non è così semplice.

Racconto questo perché sono un uomo, un compagno, uno che si è sempre reputato dalla parte delle donne e perché a prescindere da tutto mi scoccia che nei miei ambienti ancora mi guardino come se io fossi un uomo di merda. Forse sono uno stronzo per tanti altri aspetti ma in quel caso no, io non lo sono stato, e allora avviso di una cosa che può avvenire ad altri: se mai vi succedesse di essere accusati da una donna che gode di credibilità in ambienti antiviolenza sappiate che non è possibile difendersi. Qualunque sia il risultato di un processo, se lo affronterete, o le conseguenze dell’accusa, voi rimarrete sempre il mostro per chiunque. Ci vuole un soffio per rovinarvi la vita e non vi nascondo che se io non avessi avuto gli strumenti che ho, la rete di conoscenze che ho, la possibilità di immaginare un futuro così come mi succede, avrei anche potuto mettere fine alla mia vita per assoluta mancanza di prospettiva.

Questo succede a me, con tanta solidarietà nei confronti delle donne che sono vittime di violenza. Il punto è che non sono tutte vittime e che se uno come me diventa invece quello che subisce la violenza nessuno mi crederà mai. Nessuno. Forse neanche tu.

Ps: Ogni riferimento a cose, fatti, persone, è puramente casuale. La faccenda risale a un tot di anni fa ed è successa in un luogo non identificato sulla faccia della terra.

4 pensieri su “Lei ha mentito, nessun@ mi crede: per tutt* sono il mostro!”

  1. Io ti credo e non sono l’unico. Chi purtroppo ha avuto a che fare con vicende simili, ti da sicuramente ragione. Certe cose bisogna provarle in prima persona per sapere come vanno.
    Hai tutta la mia vicinanza e solidarietà. Un fraterno abbraccio.
    Luca

  2. Io non so se questa storia è vera, ma sinceramente importa poco. Questa società che da semplicemente patriarcale è diventata credulona e stupida, che sta dalla parte dei ruoli e non delle persone, non sta nè in cielo nè in terra. Chiunque a questo mondo è potenzialmente vittima e carnefice, e se non si riescono a comprendere le persone e le storie che si portano dietro allora questo mondo cesserà di essere un posto degno di essere vissuto.

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