Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, Precarietà, R-Esistenze

Non basta essere donne per avere coscienza di genere e di classe!

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Grandi polemiche e seguito di commenti indignati a proposito del mio ultimo post su Il Fatto Quotidiano. Essere donne non ci fa migliori, dico io, e qualcuno invece pensa sia più utile “stabilire un’appartenenza di genere a discapito della considerazione dei meriti individuali, delle idee personali“. “Siamo stufe di doverci compattare solo perché apparteniamo a un genere, e non per le idee che portiamo avanti” – afferma Lea Melandri in un pezzo in cui racconta come le quote rosa “ci rimandino indietro, ancora una volta.”

Nancy Fraser sostiene che esista un femminismo borghese divenuto, nel tempo, “ancella del neoliberismo“. Altre affermano come la questione della “violenza domestica” sia diventata il pretesto per sdoganare neoliberismo e propositi reazionari. La spinta di questi ultimi anni è stata quella di perseguire l’unità tra donne perché aventi un utero e non perché avessero coscienza di genere. Una donna pessima, razzista, omofoba, antiabortista, classista, è sempre meglio di un uomo pessimo, alcun* affermano, perché pare che basti essere donne per avere in se’ la giusta dose di buone intenzioni che viene attribuita di default alla categoria oppressa.

Difficile raccontare, senza beccarsi fior di insulti, che tra gli oppressori ci sono anche le donne perennemente assolte e giustificate quando fanno le razziste, le antiabortiste, le classiste, le reazionarie. Un giovane precario che vede una qualunque ministra che decide per il suo futuro, sottraendoglielo, come dovrà considerarla? Vittima? Ancora oppressa? O semplicemente una persona autodeterminata che sceglie di stare dalla parte del capitalismo? Vi sembrano donne sottomesse, costrette, quelle che decidono per noi quando ci impongono una retorica antiabortista che ci massacra la vita? Vi sembrano vittime quelle che pronunciano frasi razziste contro migranti che con piacere auspicano vedere rinchiusi dentro i Cie per questioni di “sicurezza”?

La cosa senz’altro vera è che non basta essere donne per avere una coscienza di genere e tantomeno una coscienza di classe e il brand “donna” viene rivenduto in maniera convincente più spesso proprio per fare finta che la coscienza di classe non sia utile, come fosse un optional di questi tempi. Ed è vero anche che mentre alcune ci parlano di “femminicidio” poi proferiscono le frasi peggiori che mai potremmo voler sentire a proposito di gay, lesbiche, trans, migranti e di aborto. La stessa discussione sulla violenza di genere sfrutta l’onda dell’emotività e si appiattisce a partire dalle inclinazioni di queste donne che ovviamente parlano di madri/mogli/etero abusate e giammai di delitti su sex workers, trans, gay, uomini obbligati nel proprio ruolo di genere. Parlano di violenza sulle donne e poi partecipano alle marce della vita, in processione, ad augurarsi che le donne che abortiscono siano arrestate o comunque lasciate sole, in un freddo corridoio d’ospedale, dopo aver preso una ru486.

Che queste donne non abbiano né coscienza di genere né di classe lo vedi dalla maniera in cui intenderebbero risolvere i problemi. La repressione è il metodo e la consegna a tutori e patriarchi di Stato l’obiettivo. Siamo più sicure se i patriarchi buoni ci proteggono, sembrerebbero dire, mentre definiscono le donne tutte in quanto vittime perché alle “vittime” vittimizzate è più semplice togliere la parola per poi ergersi in loro rappresentanza con proposte di legge che parlano di censure, sanzioni, galera, punizioni, tutto meno che di prevenzione, nuove culture e visioni differenti.

Se una donna è precaria, dipendente economicamente, come tante altre persone d’altro canto, queste rappresentanti in quota rosa se ne fregano perché non è un loro problema. La quota rosa non è una quota precaria e se c’è una differenza che viene assolutamente rimossa nelle discussioni politiche è proprio quella di classe. Vanno al potere, a ricoprire ruoli di prestigio, donne ricche, appartenenti a famiglie benestanti, ben inserite in determinati contesti, donne borghesi lontane mille miglia dalle precarie come me. Sono donne che hanno votato la attuale riforma elettorale: escludente, con una soglia altissima di sbarramento fatta per tagliare fuori classi e rappresentanze “deboli”. Vanno al potere le razziste che mai potranno identificarsi, se non in senso neocolonialista, con la migrante che arriva e non ringrazierà chi le “regala” la miserabile “opportunità” di lavare il culo ai vecchi per due soldi e non ringrazierà neppure per essere stata “salvata” quando non l’ha mai chiesto ogni volta che si ragiona di velo e di altre forme di sovradeterminazione. Vanno al potere donne di identità politica diversa dalla mia, dalla vostra, e il fatto che siano donne non me le rende più simpatiche.

Se una donna promuove una cattivissima riforma del lavoro, una legge militarista, una regola sovradeterminante e autoritaria, perché mai dovrei trattarla in maniera acritica? Perché donna e dunque vittima? Davvero è una vittima? Di chi. Di cosa. Non lo è. Non è una minorata, una idiota, è una donna autodeterminata che sceglie cose diverse da quelle che sceglierei io e dunque in quanto tale si assumerà, come io me le assumo, le responsabilità per le sue scelte. Non c’è assoluzione per l’appartenenza ad un genere se mi opprimi. Non ti assolvo se sei un uomo e neanche se sei una donna. Perciò esigere che le donne siano votate in quanto donne senza tenere conto delle precise idee delle quali si fanno portatrici è una sciocchezza. Ditemi chi siete e cosa pensate e poi si vedrà se sostenervi o meno.

Parliamo di programmi e idee e ditemi: in Europa, per esempio, come affronterete la questione dell’immigrazione? Contribuirete al finanziamento di Frontex? Darete più potere alla banca centrale europea? Deciderete di precarizzare la nostra vita, ancora? Cosa farete in relazione all’aborto? Cosa sui diritti lgbt? E cosa sul rispetto per l’autodeterminazione delle sex workers? Cosa voterete quando si parlerà di tutt* noi? Queste e altre cose mi interessano. Che tu sia donna o uomo, o quel che ti pare, se dici, per esempio, che “chi ha reddito zero non ha combinato nulla nella vita“, non puoi mai essermi simpatic@. Questo è quanto.

Ps: Parlando di femminismi, poi, date un’occhiata a quello libertario, trans, postcoloniale, nero, intersezionale…

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3 pensieri riguardo “Non basta essere donne per avere coscienza di genere e di classe!”

  1. Donna non è sinonimo automatico di qualità, di garanzia di qualcosa di meglio, di difesa dei diritti e tutte le aureole che di solito le si appiccicano per far propaganda e farsi belli. C’è la stessa percentuale di fallibilità e di incapacità che abita l’universo maschile. Ma se si vuol far digerire una donna in un posto di potere devi spingere per pompare la sua fama eccezionale. Siamo sempre alla costruzione di un mito, alla rincorsa di una certificazione che agli uomini normalmente non viene richiesta. Naturalmente ti va meglio e sei più facilmente propagandabile se sei nata bene.

    1. La costruzione di un mito, in termini di immagine, oggi è alla base della comunicazione politica per chiunque. Le donne non sono meno responsabili di chiunque altro nello sponsorizzare il leader in quanto unico, solo, splendido, ed è quella politica su base leaderistica che produce la necessità di diventare miti, personaggi, per avere poi il diritto di dire qualcosa e partecipare alla vita pubblica. Quindi si, ad alcune donne è richiesta l’eccezionalità ma non credo proprio sia il caso degli ultimi anni perché di donne precisamente eccezionali in politica o a ricoprire altre cariche di prestigio non ne ho viste moltissimissime. 🙂
      Anche qui comunque c’entra la differenza di classe. Tu donna puoi competere solo se hai soldi e media a disposizione e i grandi media li hanno a disposizione le persone che un nome e soldi li hanno.

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