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Femminismi, personal/politico e precarietà

Io so che c’è differenza tra le reti sociali esistenti nelle grandi metropoli e quelle che esistono altrove e tuttavia chiedo: se voi avete un problema concreto, la precarietà, lo sfratto, i debiti, la fame, la povertà, l’esigenza di qualcosa che vi serve per esistere, a chi vi rivolgete? Quali tra i numeri e contatti che avete in rubrica sono quelli per voi fondamentali? Quali e quante persone di riferimento conoscete che possano aiutarvi nel momento del bisogno? Perché le reti politiche, di fatto, spesso non sostituiscono i modelli comunitari classici e se in fin dei conti ci rivolgiamo sempre alla famiglia, il padre e la madre, i parenti, le persone che ci sono più care, senza poter andare oltre e immaginare che la solidarietà attiva si realizzi al di fuori da quella cerchia, come facciamo noi a parlare di comunità differenti?

E in tutto questo, chiedo, un certo femminismo che dovrebbe ragionare di autonomie ed essere il tramite più costante affinchè il personal/politico abbia voce, perché a me sembra invece offra anestetici che ci distraggono mentre le nostre urgenze sono altre? E’ una questione di priorità. Esiste il femminismo a parole e quello che ragiona di cose concrete. Se vuoi agevolare autonomie bisogna che realizzi – dal basso – reti sociali differenti in cui la dipendenza economica è la prima cosa contro cui devi combattere. Risorse, luoghi da abitare, e non monopoli per quelle che immaginano la sede associativa come un posto in cui trascorrere l’ora del thé tra un buon lavoro e una ottima cena da servirsi in case in cui il benessere è visibile.

Io non parlo di assistenzialismi ma di reti che favoriscano l’acquisizione dell’indipendenza. Luoghi di appoggio, job center alternativi, passa parola che devono essere utili per sopperire alle mancanze che la vita impone. Se una compagna o un compagno hanno bisogno di un posto in cui stare, qualche soldo, sangue e ossigeno per esistere, dove li mandate? A chi si rivolgeranno? Perché se il gruppo di femministe che discute e teorizza tante belle cose nel momento in cui la precarietà sbatte il muso sulla loro porta la spediscono indietro con imbarazzo e senza affrontarla direi che non c’è più molto da dire.

Dunque i femminismi o i movimentismi in generale, per quel che mi riguarda, sono divisi in zone di vero e proprio supporto che saranno presenti quando ti servirà aiuto e in zone che si riveleranno indifferenti salvo chiederti la presenza al convegno tal dei tali per fare numero sennò la deputata poi si scoccia.

Vi dico questo perché di recente ho avuto una conversazione doppia con due persone che fanno parte di due mondi differenti. Entrambe femministe. Fino all’altro ieri in contatto. Oggi non lo so, perché se ti rendi conto che la rete non esiste alla fine ti concentri su qualcosa d’altro. La prima mi diceva che aveva bisogno di un alloggio e un po’ d’aiuto. Stava cercando qualcosa. Le ho detto che io non ho assolutamente niente, non ho modo di aiutarla economicamente ma un pezzo di divano quando serve, finché ce l’ho, da me lo trova. L’altra, molto più fornita di risorse e soldi rispetto a me, le ha detto di incontrarsi alla riunione tal dei tali per il progetto tal dei tali e alla fine, dopo che la precaria s’era sorbita chilometri di discussione di cose, si, belline, ma delle quali al momento non gliene fotte un cazzo, la borghese, con un certo imbarazzo, dice che può indirizzarla presso un nome x che forse può darle qualche indicazione utile. Cioè l’ha mandata da una burocrate come fosse l’ultimo dei funzionari di un centro per l’impiego ché oramai lì, praticamente, fanno solo questo: rimandano ad altre stanze per non dirti che non hanno niente da offrirti.

A parte il fatto che la tipa s’è mostrata un po’ con la faccia da buona cristiana che fa tanto catto/comunista, di quelle che quando possono ti piantano un coltello sulla schiena e che sono tutte casa, chiese e associazioni umanitarie, e l’altra invece s’è sentita una accattona, a parte quello, dicevo, bisogna pur problematizzare la faccenda. Le compagne universitarie sono universitarie e non hanno un soldo. Quelle che lavoricchiano sono precarissime e non possono dare una mano. Quelle più sistemate o hanno famiglia, per cui non puoi invadere la loro sfera privata fatta di mariti e figli, oppure se ne fottono e difficilmente puoi dire loro quello che davvero ti passa per la testa. Finisce che quando le vedi, le pensionate benestanti o le lavoratrici stabili e ben stipendiate, le funzionarie di partiti o di sindacati che ancora resistono nella propria collocazione e portano voti al partito, ti sembra per davvero che per loro la militanza femminista sia una specie di passatempo per uscir fuori dalla routine, senza nulla voler togliere alla generosità che poi in realtà in tante impiegano e che non è dovuta. Diciamo che per essere stronze non bisogna necessariamente essere ricche perché di militanti poverissime e completamente egocentrate ne ho conosciute abbastanza. Però l’immagine che ne viene fuori è abbastanza surreale.

Queste compagne benestanti quando le vedi davvero sembrano un minimo svampite e parlano… parlano… e nel frattempo tu ti chiedi dove diamine resti il loro buon senso. Cosa stanno dicendo? Dove sta il loro progetto? Di che parlano? Teorie, fumo, intellettualizzazioni e neppure tanta creatività. Per avere la forza di sognare e inventare un mondo nuovo bisogna anche sapere di che pasta è fatto quello vecchio, ma se il tuo punto di vista non abbraccia i problemi delle tue vicine di movimento, di che sostanza è fatto il tuo progetto?

La cosa curiosa è che se alzi la mano per intervenire e dici che il tuo punto di vista coincide di più con il mondo com’è adesso, non quello di trent’anni fa in cui c’erano ancora le future pensionate e le lavoratrici garantite, ti dicono che la tua prospettiva è limitata e che tu sei travolta dall’emergenza.

C’è sempre un ceto borghese che intende rappresentare chi è più povero. Accadeva quando il povero era analfabeta e il borghese era istruito. Oggi la persona povera è istruitissima. A volte ha perfino due lauree. Questa è la bolla che è esplosa in mano alla borghesia che intendeva continuare a governare le masse. Tornando alle reti sociali di affinità, però, il punto è che bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. Nelle grandi metropoli lo fanno: case occupate, esperienze autogestite, progetti a tempo ma che comunque rappresentano uno spiraglio. E altrove? Altrove il nulla. I luoghi autogestiti sono spesso gestiti da chi comunque ha un tetto sulla testa e una famiglia di riferimento. E’ un pezzo della rete borghese che si stacca dal nucleo originario e gioca a fare militanza dal basso. Se sono belle persone aprono le porte per migranti e gente che ha bisogno d’aiuto. Se sono solo perditempo li vedi solo a farsi un pezzo di carrierina che presto o tardi li porterà alla candidatura in un partito di centro/sinistra.

Insomma è finita che la donna precaria che aveva bisogno di aiuto è stata da me qualche notte e poi però se ne è tornata dai genitori, ottantenni, e ora è giustamente allergica alla militanza e al movimentismo. Son tutte balle, dice. Tutte balle. Voi che ne dite? Siamo in grado di generare altra energia e progettualità che punti a questo genere di bisogni?

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3 pensieri su “Femminismi, personal/politico e precarietà”

  1. Vai a casa, vai. Dalla famiglia di origine, se puoi permetterti di raggiungerla, perchè la tua cameretta in cui rientrare nel ruolo di figli@ probabilmente c’è ancora.
    del resto, è la soluzione che viene sempre incoraggiata in qs Paese mammone, che non ti aiuta ad andartene da casa dei tuoi, e ti ci ricaccia alla prima occasione, per il precariato, un divorzio, una malattia (tua o dei tuoi familiari).
    Perchè per il welfare paghiamo, ma poi, quando ti serve, te lo devi procurare da sol@, e trovarlo a gratis

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