L’idea venne al più audace del gruppo: costituire una cooperativa, aprire un sito internet, piazzarci un po’ di pubblicità e trasmettere in streaming video la vita della gente del condominio 24 ore su 24. Serviva un investimento iniziale di un po’ di soldi ma quando ne parlarono alla riunione condominiale furono tutti d’accordo. Che altro possiamo fare se non questo? Invogliava Piero. E tutti rispondevano che effettivamente era una grande idea e se avesse reso qualcosa sarebbero stati tutti un po’ più contenti.
Piero in realtà aveva preso l’idea da una amica che faceva la webcam girl a pagamento, così gli venne in mente che se invece avessero seguito l’esempio di qualunque altro reality, senza plagiare il format originale ma inventando qualcosa di completamente nuovo, la questione avrebbe attirato molte più persone. Tanta gente sarebbe rimasta lì a seguire le storie di Caterina, quelle della famiglia Pucci, i bisticci tra Cristina e Giovanni, la vita dell’anziana Signora Roberta. Il condominio aveva storie a sufficienza per intrattenere tantissime persone e il sito avrebbe dato accesso a tutte queste vite e queste case con selezione interattiva delle stanze preferite.
Unici spazi inibiti sarebbero stati, a scelta, il bagno e la camera da letto. In qualche caso qualcuno avrebbe invece autorizzato l’intromissione per mostrare l’orgoglio di sane cagate e il piacere di qualche scopata. Tutto sotto le lenzuola ovviamente, perché non era un porno. Si sarebbe trattato di qualcosa di molto più sottilmente seduttivo. Intimità, privacy, i cazzi della gente a disposizione di chi resta a casa a guardare il mondo solo attraverso un apparecchio dotato di connessione internet, finanche con possibilità di commento e insulto libero.
Tutte queste persone avevano in comune il fatto che erano ridotte molto male. Precarie, povere, disoccupate, qualcuno con una depressione post/disoccupazione, anziane senza una adeguata pensione e famiglia in cui la tensione si tagliava con il coltello. Piero studiò perciò la presentazione del progetto. Non si sarebbe trattato di un trucco, di bugie, realtà abbellite e menzogne rifinite. Il Precarity Show avrebbe rappresentato la realtà, quella vera, senza trucchi né inganni.
Inutile partecipare ai casting e aspettare che qualcuno ti scelga per darti una opportunità. Esistono i mezzi tecnici per fare tutto da soli e allora eccoli lì a realizzare il reality più reality che ci sia. Piero iniziò con la campagna di promozione e si rese subito conto del potenziale del progetto. Montò le prime scene rubate qui e là e ne fece un trailer. Quei personaggi piacevano e in men che non si dica il video ebbe milioni di contatti.
Al lancio del progetto chiunque potè assistere alle scene di disperazione della precaria del quarto piano, alle bestemmie del disoccupato dell’ammezzato, all’abbandono in cui restava una famiglia con un figlio disabile, alla fatica di vivere di una signora anziana che non aveva soldi quasi neppure per mangiare. Si vide la povertà in tutte le sue sembianze, tentati suicidi inclusi, e nonostante ciò anche l’ironia, l’amore, la sensualità, la rabbia di tanta gente alla quale neppure interessava di essere guardata.
Dimenticatevi delle piccole telecamere piazzate qui e là e siate naturali, ripeteva Piero, e di sicuro non c’era nulla di più naturale delle vite spazientite di quelle persone. Quando i contatti arrivarono alle stelle e alcune aziende chiesero di regalare alle famiglie cibi, abiti, oggetti, comunque marchi famosi per pubblicizzare dei prodotti il condominio, decise che certamente sarebbe stata una buona cosa. Era la prima volta che qualcuno li pagava per essere esattamente quello che erano. Avevano dovuto svendere la propria intimità ma almeno avrebbero avuto di che nutrirsi, vestirsi, stare meglio.
Nel giro di poco tempo però quella ricchezza effimera cambiò i gusti e le abitudini di quelle persone. Non erano più sfinite. Non c’era più il realismo e la disperazione che gli spettatori cercavano, perché gli spettatori si nutrono di disperazione e non altro che quello. Gli accessi calarono, gli sponsor si ritirarono e tutti tornarono alla loro vecchia condizione di sempre.
Piero provò a suggerire maggiore tragicità per le scene ma a quel punto non ci fu più nulla di vero. Era solo passato un assaggio di capitalismo che aveva rubato anche quell’esperienza spontanea e autogestita e aveva trovato il modo di sfruttarla a proprio beneficio. Ed è così che in effetti poi funziona: il capitalismo non fa nulla per aiutarti affinché tu possa diventare autonomo. Sfrutta ogni tua idea, ogni energia, qualunque cosa tu faccia e ne trae beneficio. Quando non gli servi più ti butta semplicemente via, senza risorse, risparmi, pensione, garanzie per il futuro, nulla di nulla.
L’esperienza del Precarity Show perciò alla fine fallì miseramente tranne per Piero che registrò e vendette il format a una emittente nazionale che ogni anno, da quel momento in poi, avrebbe messo in scena la disperazione fasulla per raccontare di povertà e precarietà togliendo alle persone che la interpretavano la spinta rivoluzionaria e la rabbia. Riconfermavano soltanto quella bugia sociale basata sui meriti e sul sogno che prima o poi si avvera e così divennero elemento catartico per rincoglionire ulteriormente i precari.
Morale della storia è che in questo sistema di merda bisogna capire qual è il proprio valore sul mercato e utilizzarlo per campare perché comunque troveranno il modo di mercificare anche i tuoi respiri. Dunque, se mai si trovassero degli acquirenti, perché non pensare a una gestione autodeterminata della vendita di piccoli frammenti del proprio culo?
Ps: è una storia di pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.