Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Violenza

Calci in pancia, come quelli che mi dava il mio ex!

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Update: pare che la persona che ha pestato il fianco della ragazza si sia presentato per sottoporsi a provvedimenti. Di lui si dice che sia un artificiere. Il capo della polizia e altri avrebbero dichiarato di aver attivato inchieste interne per individuare e sanzionare questa persona.

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Mi scrive T. Vi lascio alla sua mail.

Quando ho visto la foto con il poliziotto che calpestava il fianco della ragazza mi sono ricordata di un evento molto doloroso. Una volta il mio ex mi picchiò molto forte e mentre ero a terra e tentavo di ripararmi con uno stupido cuscino lui infieriva sulla pancia e sulla schiena. In ospedale dissero che c’è chi preferisce picchiare una persona su parti del corpo che non si vedono. Mi sono identificata in quella ragazza che stava per terra difesa dal suo compagno sanguinante. L’ho visto altre volte. Quando una persona è immobilizzata, disarmata, non rappresenta un pericolo per nessuno, i calci, le botte, le manganellate, sono solo espressione di una brutalità che non può neppure essere denunciata. Quando urlai al mio ex che avrei detto delle percosse lui rispose che era la mia parola contro la sua. Mi disse “sei distratta… hai sbattuto… sei caduta”. Immagino che se questa ragazza provasse a denunciare l’uomo che le pestava il fianco la accuserebbero di oltraggio a pubblico ufficiale, resistenza all’arresto, cose del genere. Il mio ex aveva i parenti che lo proteggevano. I tutori dell’ordine, come si è visto a Genova (G8 2001 ndb), si proteggono l’un l’altro, mettono in atto la stessa omertà. Se chiedi ai suoi colleghi il nome di quell’uomo te lo danno? Non hanno neppure i numeri identificativi. Come fa una persona che subisce un abuso da parte di un tutore dell’ordine a difendersi? Ecco, questo è quello che volevo dire. Tanta solidarietà alla ragazza e al ragazzo. Solidarietà a tutti.

Ho letto altro genere di commenti, anche da parte di chi dichiara di occuparsi di violenza sulle donne, in cui si diceva pressappoco che si, dai, se ti picchiano è un po’ colpa tua perché te la sei cercata, non va mica bene se vai in piazza con il cervello in minigonna che osa non seguir le regole dei tutori. C’è da obbedire e se obbedisci e fai la brava nessuno ti torcerà un capello. Si. Come no. 

In generale vorrei capire come si possa semplificare il discorso in questo modo. Fare victim blaming sui manifestanti picchiati è esattamente come dire che una donna che ha preso botte dal compagno evidentemente “non ha rispettato il percorso stabilito“. Se tu dici di occuparti di violenza sulle donne com’è possibile che non hai ancora chiarito a te stessa quali siano le dinamiche di dominio? Com’è possibile che non hai capito che non c’è libertà quando si reprime una scelta autodeterminata e si esige “rispetto” per i “percorsi” che gli oppressori “stabiliscono” per te? Come è possibile che non hai capito che se le linee del dissenso le controlla il tuo oppressore tu subisci comunque una violenza? 

Io credo che molte persone non sappiano dove sta l’oppressione, non sappiano riconoscerla, a prescindere dal fatto che si presenti in modi più o meno legittimati socialmente. Mi pare si tratti forse di una assenza totale di consapevolezza a proposito della maniera in cui agisce la repressione. C’entra anche un equivoco di fondo e una cultura appiattita sul vago e inconsapevole concetto di legalità dove la legalità assume di per se’ un valore anche morale come se le leggi razziali non fossero state approvate a suo tempo da un parlamento regolarmente eletto dal popolo.

Poi c’è la ricerca dell’elemento criminalizzante [vedi le molotov portate dall’agente alla Diaz per giustificare l’assalto] a dimostrare che in qualche modo quella violenza sia giusta. Qualcuna dice che portarsi dietro caschi, cose che possano coprire il volto, sia di per se’ un motivo per ritenere che tu sia una specie di terrorista. Il punto è che se vai ad una manifestazione e non hai chiaro come andrà o come sarà gestito l’ordine pubblico pararti da lacrimogeni e da botte in testa a volte può salvarti la vita. Non sono strumenti d’attacco. Sono strumenti di difesa. Casco e fazzoletto o occhialini devono portarseli dietro anche i giornalisti che ogni tanto ci vanno di mezzo. Tanto per dire.

In generale trovo comunque che certe donne, uomini, contesti istituzionali, che dicono di occuparsi di violenza sulle donne poi adoperino in maniera poco equilibrata e schizofrenica argomenti che talvolta dicono che la violenza non può essere giustificata mai e poi invece la giustificano eccome quando si tratta di salvaguardare il buon nome delle istituzioni patriarcali. Chi lotta contro la violenza sulle donne sapendo di cosa stiamo parlando non può che porsi contro ogni sorta di abuso nei confronti delle singole autodeterminazioni. Non può che essere contro ogni singola espressione di autoritarismo dove un patriarca buono non è affatto meglio di uno cattivo, perché è un patriarca e basta che deciderà, lui, quando, come e dove potremo esprimerci, parlare, dissentire; deciderà lui come, quando, dove punirci, reprimerci, censurarci.

—>>>Altri calci in pancia alle manifestanti: in Egitto, in Grecia.

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Un pensiero riguardo “Calci in pancia, come quelli che mi dava il mio ex!”

  1. Quelle che protestano per la mancanza di condizioni di vita decenti non sono le madri e spose (attuali o potenziali) da difendere, figure buone per tutte le occasioni e utili alle istituzioni come santini mariagorettiani per pubblicizzarsi come buoni&bravi difensori del sesso gentile. No, quelle che protestano sono donne da calpestare (letteralmente), da umiliare quando sono già a terra, da ferire ancora e ancora, così passerà loro la voglia di uscire ancora di casa per manifestare.

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