Per chi è avvezzo all’uso di metodi repressivi anche per sedare il dissenso e per risolvere conflitti puramente politici in questura ovviamente la deriva repressiva che in Italia è visibile in tante parentesi – anche su questo blog raccontate – anzi diventa quanto di più auspicabile e salutare che ci sia. D’altronde anche nel centro-sinistra, in ambienti in cui i servizi “d’ordine” – reali e virtuali – al pluralismo preferiscono il pensiero unico, ormai si segue a ruota la corrente securitaria in ogni dove. Non esiste prevenzione, attenzione sociale, non esiste nulla se non la costante militarizzazione delle idee, dei luoghi di discussione e delle relazioni.
E tutto ciò è già complesso quando ti trovi ad affrontare i presidi repressivi nelle piazze o la prevaricazione di chi immagina che la censura sia il miglior antidoto al dis-ordine sociale, perciò figuriamoci quanto possa essere decisamente complicato quando ci sono di mezzo ragazzini o studenti, le scuole, luoghi di istruzione, cultura, di presa di distanza da altri contesti. Luoghi in cui gli alunni dovrebbero essere lasciati liberi di esprimersi e tutelati almeno dalla repressione.
Invece leggi che un bambino viene perquisito a scuola e i media ne parlano come del “marocchino”, ed è uno scenario che ricorda i peggiori momenti dell’atteggiamento securitario statunitense. Oppure leggi di una occupazione a scuola, come ce ne sono tante, e infine di identificazioni, interrogatori, che sarebbero dovute avvenire altrove, e denunce con la scuola trasformata in una simil/questura. Le reazioni, almeno nel secondo caso, non si sono fatte attendere, ma la domanda resta sospesa: come è possibile che non si percepisca il danno che viene realizzato quando anche le scuole diventano luoghi di polizia?
