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Le donne sono sempre buone e caritatevoli…

La mia amica Monica mette su uno status in cui semplicemente racconta un punto di vista a proposito della fine delle relazioni a causa di problemi economici. Si formano due gruppi in reazione: quello che approfitta per spargere pregiudizio contro tutte le donne sulla faccia della terra e quello che sostiene che invece no, le donne, non sono solite lasciare una persona bisognosa di aiuto. Sono crocerossine per natura, empatiche, materne, bla bla bla, dunque forse c’è un’altra ragione per cui le persone di cui parla Monica hanno lasciato i mariti.

Della promessa “nella buona o nella cattiva sorte” a me non importa niente né sto lì a raccontare che sia malvagio il fatto che alcune donne lasciano i mariti perché poveri, perché non tollerano le difficoltà, perché alla fine è molto più semplice tornare alla vecchia vita di figlie di famiglia ovvero provare a ricominciare scrollandosi di dosso quell’orpello. Ma che le relazioni sono messe a dura prova dai problemi economici non c’è alcun dubbio. Nella mentalità comune, poi, almeno qui nel sud, un uomo deve fare il suo dovere e mantenere la famiglia. Se lui non riesce, non ce la fa, se non ha lavoro, viene considerato meno che niente. Non c’è la stessa percezione rispetto alle donne, tantissime, senza lavoro. Non che sia meglio, anzi, ma alle donne è concesso bonariamente e senza purghe sociali lo status della disoccupata perché in realtà alle donne viene destinato il ruolo di riproduzione e cura. Il fatto che una donna debba lavorare invece che fare la moglie/madre/casalinga nel caso in cui fosse necessario dare una mano al coniuge viene visto in alcuni contesti, non in quelli che frequento io, come un disonore. Non per lei ma ancora per lui.

L’uomo che obbliga la donna a lavorare la fa santa, martire, e lui viene visto come fosse niente. Moltiplicate per cento queste pressioni sociali e culturali su uomini che vivono di questa mentalità e che ad un certo punto sono obbligati a vendere l’auto, la casa, a non poter garantire più alla famiglia un certo tenore di vita, a non avere più lavoro e avrete una tra le ragioni possibili di alcuni suicidi.

Alcune donne non sono aliene a questa cultura ma la veicolano, ne sono intrise e forti della percezione sociale che si ha del loro valore in quanto mogli e madri possono indurre i compagni a sentirsi dei falliti. Le vedi confabulare con i genitori, talvolta i loro padri, quelli che non hanno alcun problema a mettersi in casa un genero per sistemare la figlia prima che resti “zitella” e a scaricarlo quando non dimostra d’essere quel che a loro piace. Donne che sono soddisfatte quando al matrimonio hanno trecento invitati, che spendono migliaia di euro in abiti e ricevimenti e poi ci tengono ad esibire al mondo i mobili più costosi beandosi di una sfarzosità tamarra che svela, miseramente, la faccia di una precarietà che si consuma sulla pelle di questi individui ma senza che mai smetta la recita della ricchezza a tutti i costi.

Sono le donne che tolleravano l’uomo finché portava il pane a casa e quando lui “cade in disgrazia” smettono il contratto perché non hanno più di che guadagnare e campare. Possono a quel punto rinfacciare le pulizie di casa, i sacrifici fatti, possono consegnare in tavola un piatto non condito facendo pesare in ogni gesto il fatto che in quel contratto lei non rispetta più i patti e non li rispetta neppure a letto se lui non paga più. Chi pensa che il coniugio sia in qualche caso diverso dalla prostituzione, con tutto il rispetto per la prostituzione, sbaglia perché è un contratto come un altro, solo un po’ più convenzionale, e dunque finita la parcella lei vuole la liquidazione e passa a fare altro.

Ci sono donne, dice Monica, che mollano il marito perché povero e tra uno scazzo e l’altro lo mandano al macero e pretendono di prendersi la casa, quella che hanno comprato insieme, perché così funziona anche in Italia, se tu sei povero ed è povera anche lei, comunque sia lei tiene i figli, se ne ha, così la casa, e lui va a dormire ovunque capiti provando a raccattare di che campare per i prossimi mesi. Capita anche questo, perché capita e il fatto di dirlo produce una reazione quasi ostile di chi ti viene a dire “le donne sono più povere”, immaginando che fare a gara tra chi crepa più di fame o meno possa servire a rimuovere un problema economico e culturale che comunque c’è. Perché il problema, come sanno tutte le persone che vivono sulla terra guardandosi un po’ attorno senza paraocchi, evidentemente c’è.

E’ un problema che parla di guerre tra poveri, di culture tutte da rivedere, di precarietà che massacra le relazioni, di tante donne costrette a tornare dai genitori o, quando possono, ferme lì a pensare che il loro nemico sia il marito o l’ex senza il cui contributo non sanno tirarsi fuori dalla merda. E’ il problema di una richiesta di reddito complessiva che non viene soddisfatta, di rapporti concepiti all’insegna della dipendenza economica dove in certi contesti, ebbene si, io e Monica lo sappiamo bene, non trovi la ragazza che si fa il culo così per sopravvivere, perché c’è l’orgoglio di non ripulire culi, scale, piatti, di fare mestieri sporchi, come se essere donne, mogli e madri, per l’appunto, conferisse a noi una sorta di titolo di nobiltà.

Io conosco quelle che crescono figli e che non appartengono a quel contesto, quelle che prima di vincere la mentalità machista, che non digeriva la loro (anche la mia) precaria indipendenza, dovevano anche sfidare la mentalità un po’ aristocratica e snob delle altre, tante, che ti chiamavano puttana perché lavoravi da mattina a sera, perché non eri una madre onnipresente, perché condividevi le responsabilità genitoriali e perché non ti sentivi in colpa per questo. Tante donne che ti guardavano come fossi una specie di minorata, disgraziata, sfortunata perché invece che aspettare che il cibo ti piovesse in bocca senza fare un cazzo per guadagnartelo facevi tre lavori inclusi quelli che altre donne non avrebbero fatto mai. Donne che giudicavano ogni cosa e che se, oltretutto, dicevi che saresti andata ad una manifestazione insultavano la tua intelligenza perché pensano di essere superiori e perché la politica si fa quando sei “ragazza” e non se hai dei figli.

Capisco perfettamente che di quella mentalità non è detto siano sempre responsabili ma ne sono complici e quando incontro mie ex compagne di scuola la cui unica premura è quella di farmi sapere che hanno comprato la “mobilia” nuova (con quali soldi?) e che si intrattengono nel pomeriggio a guardare “Uomini e Donne” alla tv, mi chiedo dove davvero stia il mio nemico. Perché il mondo non è tutto bianco o nero e perché la storia che le donne sono tutte vittime è una gran stronzata e alla lunga un alibi deresponsabilizzante che non consente a quelle come me di combattere ad armi pari per sopravvivere ad una cultura in cui a farti il culo così, oltre i machisti, sono ‘ste matriarche che ti darebbero telenovelas per endovena in pasto ogni volta che tu provi a spiegare che il personale è politico e il loro personal/politico ti fa parecchio schifo.

Non perché io mi senta superiore, perché non sono nessun@ per fare la morale e giudicare e se sono felici così non c’è problema, ma perché sono terribilmente normative e non fanno che dire che sono io quella sbagliata. Io o quelle simili a me. Dunque: la mia amica Monica ha raccontato una cosa che succede dalle sue e pure dalle mie parti. Qualunque altra considerazione che finanche induca alla responsabilità di non dire e raccontare certe cose per non creare un danno di immagine al branco femminile diventa la copertura perfetta per quelle che sono portatrici sane di cultura trash e dalla quale io, Monica e tante altre come noi siamo sommerse. Liberare queste verità significa liberare anche noi. A meno che non interessa tenerci schiave a dire che è sempre tutta colpa dell’uomo. Tutta. Colpa. Dell’uomo.

2 pensieri su “Le donne sono sempre buone e caritatevoli…”

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