Affido condiviso, Genitori separati, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

L’amico separato

L’incontro avviene nel bel mezzo di un’isola pedonale con panchine, bar e tavoli all’aperto, gente che passeggia e ambulanti che espongono merce colorata dal sapore etnico. Lui è un mio amico, di vecchia data, compagno di lotte e di belle letture. Non ha un bell’aspetto e già posso immaginarne la ragione. Ma capita sempre più spesso che tra la gente della mia generazione io incontri persone che hanno vite e relazioni interrotte, con tutto quel che ne consegue.

stai ancora con…?

no, ci siamo lasciati.

E la sua espressione si fa cupa, poi un minimo incazzata e allora prende a raccontare senza più fermarsi. Avevo conosciuto la sua compagna l’estate che tornò dalla città in cui s’era trasferito. Voleva presentarla ai suoi. Gran bella donna, intelligente, simpatica. Ricordo chiacchierammo per ore e un pomeriggio la portai in giro, io e lei da sole, mostrandole i mercati e quegli angoli palermitani che vorrei il mondo intero amasse tanto quanto li amo io. Ero felice della scelta del mio amico e glielo dissi. Sarebbe stata una gran vita, la loro vita. Poi lo rivedo in queste condizioni, e si che ho saltato un turno perché l’anno che lui tornò a mostrare ai parenti anche sua figlia stavo altrove, ma non immaginavo davvero, o forse sto dicendo grandi cazzate perché in fondo lo so bene come certi rapporti possono capitolare quando i bambini sono piccoli.

La nascita di un figlio può essere una frattura, un momento di crescita ulteriore, è lì che sperimenti la solidità di un rapporto e allora quel che prima era un filo d’erba diventa un tronco d’albero, quello che era un sassolino diventa una lapide sulla relazione. Due anni appena e loro si separano. Tra tira e molla arrivano ai tre anni e mezzo della bambina, per il suo bene, per ripensarci, perché è complicato e sostanzialmente perché oltre ai conflitti c’erano problemi economici che non sapevano come superare.

Entrambi laureati, lei con un lavoro part time piuttosto precario e lui con uno stipendio di 1200 euro a tirare avanti la baracca. Casa in affitto, a prezzo basso, perché di un amico dell’amico dei parenti della donna. Asilo da pagare, poi rinunciano perché per fare lavorare lei spendono più di quanto non possano permettersi. La bimba con il nonno materno non sta molto volentieri e la nonna sta piuttosto male e non riesce ad accudirla. A un certo punto lui le aveva detto “andiamo in Sicilia e lì ci aiutano i miei” ma lei in Sicilia non sta bene e poi non vorrebbe che la figlia crescesse in questo contesto. Già lì mi riesce un po’ antipatica ma provo a superare l’irritazione che mi suscita quel pregiudizio e ascolto ancora un po’. Secondo il mio amico la sua ex non va d’accordo con i suoi e lui la capisce bene tant’è che dice “non avrei mai voluto obbligarla a vivere una vita che non vuole… soltanto stare qualche settimana dai miei fino a quando non si trovava il modo per andare a vivere da soli…“. Però la sua ex immagino non tenesse in considerazione il fatto che avrebbe potuto contare su altre persone, amiche, amici, persone belle. Migrare e non avere una tua rete affettiva e sociale è un po’ come essere sole dopotutto. Io questo lo capisco. Posso immaginare il fatto che oltretutto avrebbe dovuto rinunciare a sogni, ambizioni, non avrebbe saputo che lavoro fare. Il mio amico racconta che si era messo d’accordo con alcune persone che avrebbero, forse, potuto coinvolgerla in qualche bel progetto. Poca roba, senza certezze, ma non sarebbe stato male per iniziare. Niente da fare. Lei voleva andare avanti.

Allora io rimprovero il mio amico, gli dico che forse aveva fatto i conti senza l’oste. Una compagna non è un pacco postale e trasferire vita, bagagli, speranze e sogni frantumati non è una cosa facile.

io però mi ero trasferito…

ma non per lei… era stata una tua scelta…

si ma ora abbiamo una bambina…

lo so… lo so…

E mentre lo guardo mi dico che ne è stato di quel ragazzo che sarebbe stato in grado di spaccare il mondo e che aveva lo sguardo dispettoso e una risata contagiosa.

dì la verità… ti facevi troppe canne…

ma no, no… ogni tanto, dai, ma lo fa anche lei… tra l’altro è disonesta…

che vuoi dire…

mi ha ricattato… dice che siccome una volta m’hanno beccato con due canne d’erba è sicura che se lei chiama i servizi non mi fanno più vedere la bambina… capisci che bast…?

smettila… è la madre di tua figlia e tu l’hai amata… eccome se l’hai amata… non fare l’ex rancoroso ché da te proprio non l’ammetto…

Mi dice che in nome di quel progetto comune aveva lavorato tanto. Avevano aggiustato quelle stanze, comprato il necessario per la figlia e molte cose le aveva comprate con l’aiuto della sua famiglia che in effetti, poi, quella nipotina l’aveva vista si e no quattro volte. La ex è una tipa schiva, riservata, e lui temeva perfino di interferire e renderle difficile la vita se lasciava troppo spazio all’invadenza dei genitori. Poi la tensione diventò insanabile. Non riuscirono più a comunicare. Lui sa parlare ma ancora meglio sa abbracciare ed è il suo abbraccio, a lungo rifiutato, che è rimasto lì senza soluzione.

mi manca lei… lo so che non dovrei dirlo… ma ancora di più mi manca mia figlia…

ma puoi vederla? portarla qui? comunque… per favore… non facciamo che mo’ sei un santo perché non ti credo… tra un po’ ti viene l’aureola…

ma che santo… ma si, avrò sbagliato anch’io ma ti giuro… ti giuro… e poi: portarla qui? scherzi? se me la fa vedere per qualche ora è tanto e io che ho dovuto lasciare casa e trovarmi un altro posto dove stare… col mio stipendio, come immaginerai, non ho trovato quasi niente. 

ma sei tornato subito dai tuoi?

– no no… ho resistito. prima sono andato a stare da un mio amico. poi ho trovato una stanzetta tra studenti ma lì era impossibile restare e comunque mi costava 600 euro tra posto letto, bollette e varie per la casa. poi però, tra cauzioni e spese necessarie, sono finiti i soldi. ho rinunciato anche alla macchina per non spendere in benzina ma con il mio stipendio già era abbastanza se riuscivo a mangiare e a dare qualcosa per la bambina. se non tornavo qui sarei finito a dormire sotto i ponti…

– e lei? 

lei dice che la bambina è piccola. non può viaggiare e stare via… non dico un mese ma neanche una settimana. dice che se voglio stare con lei devo arrangiarmi e stare lì e solo allora, quando sarà più grande, potrà anche dormire a casa mia. 

Stringe i pugni ed è in lutto. Si vede lontano un miglio che non sta bene. Me lo ricordo a vantarsi per telefono della sua bambina, a farmi vedere le sue foto su facebook e poi a dirmi quanto era diventato bravo a cambiarla, cullarla, accudirla, crescerla. Abbiamo lottato tanto per avere accanto uomini così che condividono con noi i ruoli di cura e poi ecco che succede. Loro sono in lutto, tanto quanto noi se qualcuno ci togliesse i figli, ed è una ferita che non si rimargina. Una ferita. Un lutto. Una ingiustizia rispetto alla quale non si sa con chi prendersela.

Chi ragiona di queste cose, spesso, se non guarda tutto con estremo equilibrio, tende a far pendere la bilancia di qua o di là. Senza via di mezzo. I figli devono stare solo con le madri. I figli devono stare solo con i padri. Bisogna tirare la coperta, un po’ e un po’, perché altrimenti il freddo lascia morire uno dei due.

– che pensi di fare? 

– senti… non lo so. Ho una mezza idea di sistemare un po’ di cose, provare a organizzarmi meglio e tornare lì, ma ho anche un po’ timore che lei non lo gradisca. Lo sai che mi ha minacciato di denunciarmi per stalking?

– perché? che avevi fatto?

– e vedi? anche mia madre… e mio padre… mi hanno detto che evidentemente mi ero comportato male. Un giorno ero andato a vedere la bambina che però dormiva. Ti giuro che non volevo rompere le palle alla mia ex… ho solo chiesto di dare un bacio alla bambina perché non la vedevo da una settimana. Non la vedevo perché tra una cosa e l’altra lei non era mai disponibile nonostante io mi fossi offerto per fare da baby sitter per stare un po’ con la piccola… mi ha fatto una scena che non immagini… 

– e tu hai insistito? non dirmi che le hai messo le mani addosso…

– ma che mani addosso?!?! non dire cazzate… tu mi conosci… lei, piuttosto, mi spingeva e alzava la voce… tanto che a un certo punto le ho detto… ma come, la bimba dorme e tu urli? 

Gli viene fuori un riso amaro, e mi fa rabbia. Glielo dico.

– si Ciccio, ma tu però mi fai rabbia e non ti risparmi in autocommiserazione. Ho capito che sono volate parole, gesti, incazzature… tutto molto comprensibile… il punto è che o scendete a compromessi o uno dei due deve rinunciare…

– ma io i compromessi li ho fatti eccome… dici che dovrei rinunciare? sai da quanto non vedo la bambina? non te lo dico… e se telefono per chiedere come sta lei mi risponde che sta bene e poi riattacca senza pietà. le ho detto di farsi skype, almeno me la fa vedere, e dice che non lo sa fare… ed è una bugia perché ce l’ha sul pc e se non lo sa usare allora imparasse… o forse non ne vale la pena?

– si si, ma non mi chiedere una sponda perché che io ti dia ragione e dica che lei è una strega che risolve? cambia qualcosa? vorrei sentire anche lei e sono sicura che avrà mille motivi per dire che ha fatto bene a fare come fa… perché in questi casi ciascuno vede solo il proprio ombelico e io vorrei capire che ne fate di questa figlia…

Si accende una sigaretta, gli trema la mano. Furioso. Meglio. Sta per piangere. Gli dico che se vuole sfogarsi io sono qui. Non c’è problema. Magari allontaniamoci. Passeggiamo. Ti faccio vedere la piazza e un gradino tutto nuovo in cui, parola mia, non trovi neanche una gomma che ti s’attacca al culo.

– non so che devo fare… non ho niente… non mi è rimasto niente. niente compagna… niente figlia… niente casa, niente lavoro. Ora guadagno poco e quel che posso lo mando a lei. sto con i miei e penso che mia figlia non si ricorderà neppure che faccia ho…

– cosa ti servirebbe? di che avresti bisogno?

– soldi. casa a buon prezzo lì e se lei avesse un lavoro migliore forse potremmo farcela. ma così no. così no…

– ci pensiamo domani.. ok? ti vengo a trovare domani e ne parliamo… ora però guarda quel tipo che cammina sbilenco e tra un attimo si frantuma sull’asfalto… 

– avrà i suoi guai pure lui…

– come li abbiamo tutti…

Il resto della serata trascorre senza grandi scosse e novità. Incontriamo un paio di amici comuni. Sediamo a bere una cosa e godiamo dei rumori e gli odori vicini ad una bancarella che vende pane e panelle. Però in una cosa di sicuro lui ha ragione. Stare di merda ti restituisce la vista. Ti fa vedere anche i problemi altrui. Se non ci passi, inutile, non li vedi. Non ti interessa. Non ti riguarda. A presto, allora, alla prossima iniziativa contro la precarietà. Perché senza reddito non c’è scelta. Senza reddito – questo deve essere chiaro – non c’è libertà.

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