Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze

#Catania: all’Università un’aula intitolata a Stefania Noce!

1185466_10151931608086150_1885010019_n

Vi ricordate di Stefania Noce? Una ragazza bella e piena di grandi ideali e sogni. Una femminista. E’ stata uccisa dal suo ex, poi condannato, il quale per arrivare a lei ha ferito la nonna e ucciso anche il nonno. Una carneficina. Ma a Catania, luogo in cui Stefania frequentava l’Università, hanno voluto sostituire la scia di sangue con le tracce di vita che quel soggetto pensante aveva prodotto. Non per farne un feticcio, un fragile simbolo vittimista, ma per raccontare una lotta, la sua vitalità, la sua forza, affinché diventi traccia per tante altre che verranno. Così è straordinario che Stefania Arcara, docente di gender studies, si sia data molto da fare per organizzare la intitolazione di una aula universitaria a Stefania Noce. Straordinario che sia stato un momento di discussione utile in cui si è ragionato di idee, lotte, femminismi, restituendo giusto a lei la piena dignità della sua scelta politica e ideale.

Ha introdotto il Rettore Giacomo Pignataro ragionando delle radici culturali della violenza. Ha consegnato la pergamena di Attestato di carriera in Lettere – una specie di Laurea ad Honorem – ai genitori di Stefania, Rosa Miano e Ninni Noce. Il Direttore del Dipartimento Giancarlo Magnano San Lio ha fatto un discorso bello e sentito. Stefania Arcara ha così raccontato molte cose interessanti, di cui vi dirò tra un attimo condividendo con voi alcuni stralci del suo intervento. Matteo Iannitti, un ragazzo del movimento studentesco ha parlato del maschile raccontando di avere imparato dalle compagne femministe a partire da sé e analizzare la propria esperienza, volendo essere parte di una soluzione agita da tutt*, rifiutando, lui, così come dovremmo fare tutt*, l’idea di relazione proprietaria con una persona che diventa “mia” o “di tutti” e perciò una poco di buono. Per Le VoltaPagina è intervenuta Antonia Cosentino, poi Serena Maiorana, autrice di “Quello che resta”. Fuori dagli interventi in programma anche Pina Ferraro Fazio, fondatrice del Centro Thamaia a Catania e consulente volontaria di parte per la famiglia Noce al processo.

10152601_642621445810415_174812817_n

Ecco alcuni passaggi dell’intervento di Stefania Arcara, docente di Gender Studies (di cui vi ho parlato QUI):

“Vorrei (…) iniziare questo intervento riprendendo un passaggio dell’articolo di Stefania Noce “Ha ancora senso essere femministe”, e parlando non a partire dal mio ruolo istituzionale, ma “a partire da me”, secondo la pratica femminista.

La frase scelta per ricordare Stefania Noce sulla targa che oggi le dedichiamo è la frase che chiude l’articolo a cui mi riferisco, e che forse, entrando, avrete già notato sulla targa – frase il cui senso condivido pienamente:

Nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, né di una religione.

Queste poche parole individuano un problema ancora attuale, quello della persistenza, benché a volte dissimulata, del patriarcato. Scelgo di fare solo un esempio, tra i tanti che si potrebbero fare, dell’ambiguo intreccio tra Stato e patriarcato: l’articolo 587 del codice penale italiano relativo al cosiddetto “delitto d’onore” che come sappiamo è stato abolito solo nel 1981, cioè pochissimi anni prima che nascesse Stefania. In altre parole, fino a poco tempo fa, un tempo che in termini storici è brevissimo, era lo Stato stesso in qualche modo a “tollerare” la violenza di genere: lo Stato lasciava intendere agli uomini italiani che non fosse poi così grave uccidere la “propria” donna (il testo parla di coniuge, figlia o sorella), tant’è vero che garantiva loro una pena attenuata (la reclusione da 3 a 7 anni) per questo crimine.

E’ opinione comune che oggi le cose siano cambiate; proprio in occasione dell’8 marzo ho sentito dire ad un rappresentante politico che il patriarcato non esiste più. Io credo che la realtà sia ben diversa e che assistiamo, al contrario, ad una riaffermazione di nuove e vecchie forme di patriarcato – basti pensare agli incessanti tentativi di controllo del corpo femminile con gli attacchi alla Legge 194 in Italia, analogamente a quanto avviene in altre parti d’Europa, come la Spagna.

Al tempo stesso, però intravedo una novità positiva oggi, rispetto agli ultimi anni della storia italiana: la novità è che nel discorso pubblico in Italia recentemente si è aperto un dibattito sempre più acceso sulle cosiddette “questioni di genere”. Tra gli argomenti più dibattuti si parla molto, per esempio, del sessismo mediatico e di rappresentazione dei corpi femminili, o di linguaggio sessista, e si parla soprattutto, finalmente anche a livello istituzionale, di violenza di genere.

Che si parli tanto, e pubblicamente, di questi temi è un bene.

Questa di per sé è una svolta nella cultura italiana degli ultimi anni.

Questo tipo di discorso pubblico, però, è incentrato troppo spesso sull’equivoco che parlare di “genere” equivalga a parlare di “donne”, e ciò spiega perché si insista tanto sulla categoria concettuale “donne”  quando, invece, andrebbe incoraggiata una riflessione sul maschile e sulle “norme di genere” che vengono imposte a uomini e donne. Norme di genere che sono la matrice culturale del Femminicidio.

In questo discorso pubblico, spesso si operano delle semplificazioni pericolose e delle strumentalizzazioni, che si giocano tutte su una certa rappresentazione del femminile: il discorso dominante reitera alcuni termini associati al femminile, termini che io trovo molto problematici, quali: VITTIMA, TUTELA, DIFESA, così come in ambito economico-lavorativo sento parlare di RISORSA, VALORE AGGIUNTO, addirittura FATTORE D (dove “D” sta per donne). E nel campo della sessualità sono spesso usate le parole: DIGNITA’, DECORO, DONNE PER BENE e CENSURA.

E infine è molto ricorrente un aggettivo: l’aggettivo ROSA. Questa retorica del colore rosa, che io trovo umiliante, e che SOLO in Italia è tanto pervasiva (anzi, solo in Italia esiste – che io sappia), viene usata spesso – penso specialmente al giornalismo e alla politica –  tanto da uomini che da donne: perché essere biologicamente donne non è certo garanzia di distanza critica dai valori patriarcali.

E allora, personalmente, vorrei prendere le distanze dalla retorica del ROSA ISTITUZIONALE, perché non è altro che un’ulteriore strategia discorsiva che identifica le donne come soggetti subalterni, e con la apparente motivazione di parlare della loro parità, in realtà le rende ancora una volta “ostaggio dello Stato”, per citare di nuovo le parole di Stefania e del femminismo storico.

Quando si parla di Femminicidio e violenza di genere, è necessario vigilare contro il rischio di strumentalizzazioni da parte della politica e dei mass media. Paradossalmente, persino il marketing pubblicitario, per incrementare le vendite di alcuni prodotti, cavalca l’idea delle donne bisognose di essere salvate. A volte, l’interesse mostrato dalle istituzioni a me sembra che non vada oltre la pura retorica e che celi, a ben guardare, una strategia di convenienza politica. Di fatto, quelle stesse istituzioni che parlano di parità e di rosa, quelle stesse istituzioni anche rappresentate da donne, NON agiscono concretamente per contrastare la violenza, e contribuiscono invece al mantenimento dello status quo, per esempio NON fornendo adeguati finanziamenti ai centri anti-violenza o alla formazione culturale. Anche a livello legislativo, il recente decreto sul Femminicidio, sulla cui inadeguatezza generale non mi soffermo qui, non pone la sufficiente attenzione alla questione culturale.

Ed è qui che la ricerca e la didattica a livello universitario possono svolgere un ruolo cruciale:

E’ indispensabile che ci sia uno spazio per la teoria, per un affinamento teorico di cui c’è molto bisogno in Italia. Gli Studi di Genere offrono questo spazio: si tratta di una disciplina che da noi si sta diffondendo ora, mentre è consolidata da decenni nelle tradizioni accademiche di altri paesi. A differenza dell’Italia, negli altri paesi è ben chiara la distinzione tra quelli che in inglese si chiamano Gender Studies e i più datati Women’s Studies, gli studi sulle donne, ad essi collegati, ma con i quali NON vanno confusi. Quindi l’importanza degli Studi di Genere sta in questo: gli Studi di Genere sono un pensiero critico, non hanno a che fare con l’ideologia né con il politicamente corretto. Gli Studi di Genere non si occupano solo di parità e diritti, ma sono molto di più: sono un discorso critico che investe tutto il sapere, che propone una decostruzione e una reinvenzione dei saperi ufficiali – a partire, in primis, dalla filosofia. E che investe tutti gli ambiti del sapere: le discipline umanistiche, le scienze sociali, l’economia, la giurisprudenza, i saperi medico-scientifici… Quindi gli Studi di Genere, oggi, in Italia, se fatti bene, servono ad una cosa fondamentale, che ha ripercussioni sul discorso pubblico: cioè, a “mettere in campo la dimensione di COMPLESSITA’” di queste questioni.

Voglio ricollegarmi alla questione di cui parliamo oggi, la violenza di genere. Io non sono un’esperta delle metodologie di contrasto alla violenza di genere, e quindi voglio prendere in prestito le parole di Pina Ferraro, che è una professionista in questo campo. Ho trovato le sue parole citate nel libro di Serena Maiorana, “Quello che resta”: e mi interessa citarle a mia volta perché Pina Ferraro sottolinea proprio la complessità del problema:

Il contrasto [alla violenza di genere] richiede la mobilitazione di una pluralità di strumenti e attori sociali che affrontino il pro­blema da più punti di vista: giuridico, economico, psicologico, culturale e sociale.

Quindi, UNO degli strumenti che abbiamo è quello culturale. Chi lavora nell’ambito dell’istruzione e della produzione dei saperi, può, e quindi deve, contribuire alla lotta contro la violenza di genere, e in realtà, contro ogni violenza, attraverso la cultura.

Bisogna puntare sulla cultura e sull’educazione, a partire dal basso, piuttosto che sulla repressione e gli interventi securitari fatti dall’alto. Mai come in questo caso è evidente, io credo, come FARE CULTURA significhi FARE un’azione POLITICA (“politica” nel senso alto del termine, agire per la Polis, per la comunità civile)

Ora, noi siamo il primo Ateneo in Sicilia che ha mostrato un interesse concreto per l’istituzionalizzazione della didattica di genere. E questa è una novità importante.

Ricordo che in occasione dell’8 marzo il Rettore ha inviato alle lavoratrici dell’Ateneo una lettera nella quale esprimeva la volontà di approfondire

la riflessione sulla differenza di genere «per darle statuto pubblico, possibilità di essere nominata e riconosciuta».

Il nostro Dipartimento quest’anno ha puntato a fare proprio questo: ha offerto una serie di Laboratori denominati GenderLab, che hanno avuto grande successo tra studentesse e studenti, e che sono stati realizzati grazie all’impegno, gratuito e volontario, di ben 18 docenti di varie discipline, docenti sia interne che esterne al Dipartimento. (…) sono (…) felice di annunciare una novità per il prossimo anno accademico: il nostro Dipartimento attiverà un insegnamento denominato Gender Studies (per il corso di Laurea Magistrale). (…) le mie colleghe ed io siamo state incoraggiate a continuare dall’entusiasmo delle nostre studentesse e anche degli studenti,  siamo state incoraggiate a continuare dalla nostra personale convinzione che questo approccio didattico contribuisca a formare persone consapevoli.

(…) sento il bisogno di dire una cosa. Non parlo più di Catania, ma sposto lo sguardo sul piano nazionale… visto il momento storico-politico che attraversiamo in Italia, la retorica dominante nel discorso pubblico, a cui accennavo prima, sento il bisogno di fare una affermazione chiara a proposito di una materia che si chiamerà Studi di Genere:

Non intendo essere complice di quell’interesse propagandistico per la categoria “donne” che sembra diventato quasi una moda oggi in Italia. Non condivido, né mai mi presterò a veicolare sotto l’etichetta “Studi di Genere” la retorica vittimizzante e paternalista, e a volte moralista, o l’ipocrisia del politicamente corretto, prodotta oggi da esponenti (tanto uomini che donne) del discorso pubblico e politico, che serve solo a perpetuare il sistema e a mantenere intatte, se non a rafforzare, le dinamiche di potere. E queste dinamiche di potere non si attuano solo nell’ambito del genere, ma simultaneamente negli ambiti della classe sociale, dell’orientamento sessuale, della razza, della religione (che sono tutti elementi collegati tra loro – e gli Studi di Genere si occupano anche di queste intersezioni).

Voglio ricordare che gli Studi di Genere, attraverso il passaggio precedente dei Women’s Studies, rappresentano anche il momento teorico-accademico di quelle che sono state le lotte politiche del femminismo storico in Occidente. E non intendo farmi espropriare di quelle lotte perché ora lo Stato e le Istituzioni si sono accorte delle donne, una volta tanto in maniera benevola: e ripeto, con le parole di Stefania: “Nessuna donna può essere ostaggio di un uomo, di uno Stato né di una religione”.

Purtroppo io non ho avuto l’occasione di conoscere Stefania. Non l’ho conosciuta personalmente, ma ho conosciuto, in qualche modo, le sue idee, perché lei le ha affidate alla scrittura – e quindi sono arrivate fino a me. Mi piace immaginare che, se lei fosse qui, si sarebbe interessata a questa materia. Visto ciò che scriveva, e con quale entusiasmo lo faceva, credo che sarebbe stata contenta di questa novità nella sua Università. Se lei non c’è, ci saranno le sue parole, incise proprio qui, nei luoghi in cui studiava, nell’aula in cui frequentava le lezioni di Storia dell’Arte, materia che amava molto.”

E io sono d’accordo con lei. A Stefania sarebbe piaciuto un corso del genere. E in ogni caso Stefania c’è. In quella targa, in quelle stanze, in quell’aula. Non ce l’ha fatta quel tale ad ammazzarne idee e memoria. Per tutte le Stefanie che abbiamo conosciuto o siamo state, perché Stefanie lo siamo state in tante, in special modo in questa terra dove ancora c’è chi pensa che l’appartenenza sia qualcosa di cui bearsi. Per tutte le Stefanie. Per tutte noi.

1960065_642621965810363_1904085016_n

1947847_642622192477007_888634020_n

998971_642622425810317_356337417_n

Altre foto QUI.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.