Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

#SexWorking: l’emergenza “massaggiatrici” incombe a #Palermo

Immagine tratta dalla serie tv The Client List
Immagine tratta dalla serie tv The Client List

Se cammini per le vie del centro di Palermo ogni tanto trovi un angolo, un vicolo, in cui ancora nelle case resistono le lampadine delle alcove che furono anche in epoca post legge Merlin. In quelle case, una vicina all’altra, abitavano le bagasce, le pulle, e la lampadina accesa stava per “occupata”, quand’era spenta invece la trovavi libera. C’è un detto che scorre in giro per la Sicilia e dice che “ci pigghi ‘n capu commu i basci ri Palermu” (la rigiri, ti appropri della ragione in una discussione, come fanno le prostitute di Palermo). Il detto, per quanto ne so, ha origine dal fatto che Palermo era meta di visita militare da tempi immemori fintanto che il militare era un obbligo. I giorni di visita erano spesso, per questi giovani paesani, il momento in cui facevano “esperienza” sessuale con una prostituta. Il punto è che poi questi ragazzi, poco più che diciottenni, contrattavano sul pagamento e in genere non la spuntavano. Sicché queste donne forti che riuscivano a gestirsi e mettere in difficoltà i futuri militari avevano la cattiva nomea di quelle che “ci pigghiavunu r’in capu” mentre la ragione sarebbe stata dei clienti.

Oggi gli appartamenti devono essere invisibili e quelle che esercitano il mestiere bisogna lo svolgano da sole perché altrimenti può essere accusato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione l’affittuario, la coinquilina, perfino i parenti prossimi se vivono con lei, perché la prostituta deve essere sola, lavorare nella più totale insicurezza, senza alcuna garanzia e senza poter scegliere il luogo, protetto, in cui vendere servizi sessuali.

Avrete letto che a Palermo l’emergenza attuale non è la povertà, la precarietà, la disoccupazione, la monnezza, ma, a parte le adolescenti che fanno sesso e arrivano non più vergini al matrimonio, sono i centri massaggi in cui donne adulte, anche post quarantenni, disoccupate, madri di famiglia, si prostituiscono, per bisogno e per scelta. E non si capisce se quel che si reprime sia l’autorganizzazione, in stile serie tv The Client List, delle donne fuori dal racket della prostituzione gestito dalle mafie o il fatto che così insistono nel tentare di prendersi l’indipendenza economica che non è stato consentito loro di trovare altrimenti.

Leggete sempre più spesso di donne, a sud, che vanno a presidiare i palazzi comunali, qualcuna minaccia di lanciarsi da un balcone, ci sono quelle che vanno a fare espropri proletari nei supermercati e poi vengono denunciate per questo, tante provano a lavorare singolarmente e mettono annunci per prostituirsi in incontri al chiuso, ci sono quelle che tentano la carta del web (le camgirl), quelle che vorrebbero fare film porno ma temono denunce, ancora, di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione se girano i film in Italia, e poi ci sono quelle che mettono assieme energia, corpi, e lavorano in centri massaggi che sono l’ultima frontiera di facciata della prostituzione al chiuso.

Le istituzioni d’altro canto reagiscono allo stesso modo. Delle donne che fanno la spesa senza pagare dicono che le capiscono e però bisogna denunciarle. Quelle che si ribellano in presidio qui e là beccano denunce per procurato allarme, occupazione e intralcio alle cose pubbliche. Quelle che si prostituiscono vengono stigmatizzate, schedate, sanzionate e punite in ogni modo possibile e infine quelle che stanno in questi centri massaggi subiscono rastrellamenti e repressione in nome del loro “salvataggio”.

Mi chiedo quando e come si capirà che non è la repressione che può risolvere la precarietà delle persone e non può certo impedire, inibire, i tentativi di autorganizzazione e autogestione delle donne. Perché il furto è furto. Certo. Ma denunciare chi ruba per fame significa nutrire un sistema in spese legali e giudiziarie che non si capisce come possano essere pagate da chi non ha un soldo bucato. La prostituzione se avviene per sfruttamento va combattuta, ma se sono donne adulte che si mettono d’accordo per svolgere quel lavoro, insieme, non si capisce perché ancora si debba utilizzare il metro criminalizzante della legge Merlin che contesta il reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione anche all’amica con cui coabiti l’attività.

Una legge in questo senso va riscritta perché una donna adulta deve poter scegliere liberamente del proprio corpo e anche di associarsi, per maggiori sicurezze e garanzie, con altre donne in cooperativa così come avviene in altri paesi del mondo. Il fatto che in Italia, e in quest’ultimo periodo soprattutto in Sicilia, le forze dell’ordine non facciano altro che condurre azioni repressive contro donne adulte e consapevoli punite perché provano a uscire dalla disoccupazione con la prostituzione la dice lunga su quanto sia poi reale la volontà di “salvare” queste donne. Mettessero un punto alla precarietà, innanzitutto. Mettessero fine all’impossibilità, per esempio, per le migranti di pagarsi i progetti migratori in altri modi. Mettessero fine allo sfruttamento e si consentisse, legalizzando, a queste donne di non dover versare la metà del guadagno a qualcun@ così da gestire la questione in senso paritario: quella mi sembrerebbe la strada.

Un po’ di rassegna stampa sulle donne dei centri massaggi: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7]

Ps: vorrei sapere, ora che sono state compiute queste mosse repressive per mettere fine a queste attività, se e come le donne che vi lavoravano saranno rese meno ricattabili. Non è forse la clandestinità a obbligarle a consegnarsi ancora di più agli sfruttatori? Piena solidarietà a queste donne. 

 

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—>>>Il sito del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute: http://lucciole.org

—>>>il network delle organizzazioni europee composte da sex workers: http://www.sexworkeurope.org

Tutti i post, le traduzioni, le news sul sex working su questo blog a partire dalla tag Sex Workers

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