Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Ricerche&Analisi, Storie, Violenza

Vittima di violenza e dunque libera di scegliere?

Gilda apparteneva al clan, alla famiglia. Nata e cresciuta per esser pronta a rivestire ruoli di supporto e cura, poteva essere libera di scegliere diversamente solo quando in ballo c’erano altre emergenze.

Lava i piatti, lava i pavimenti, pulisci e ordina e spolvera e sistema. Fai i compiti, perché ti serve un minimo di istruzione, però capisci che in famiglia serve il tuo aiuto e allora vai ad assistere la nonna che è malata, poi corri a comprare questo o quello perché la mamma non può andare e attivati fin da subito nel caso in cui la genitrice sta male. Allora competenze e ruoli passano a te che sei la femmina del clan e impara, in fretta, quel che c’è da fare. Vedi tua madre? Può disertare tutti quei doveri non per se stessa ma solo quando è moribonda. Perciò se vorrai scegliere dovrai aspettare un terremoto, qualunque cosa ti permetta di dire che c’è qualcosa di più serio, impegnativo e urgente da fare.

La mamma di Gilda aveva imparato così a giostrarsi di fronte a quella che probabilmente neppure per lei era una scelta. Chi sceglierebbe mai di mimetizzarsi con l’arredo casalingo per trasformarsi in un perfetto elettrodomestico multiuso? Però quella era la sua vita, in qualche modo ci nuotava dentro, si nutriva di quella cultura e i suoi lamenti sulla fatica che compiva urlavano che Gilda non avrebbe mai potuto scegliere altrimenti senza sentirsi in colpa.

I modi attraverso i quali una ragazza poteva liberarsi dal vincolo e dai doveri familiari risiedevano in un’altra famiglia, un po’ più propria, con marito e figli e tutto il repertorio. Appartenere a un uomo ti aiuta a svincolarti dall’altro uomo. Avere altri doveri familiari ti aiuta a smarcarti dagli obblighi che ricevi in eredità da chi ha altri doveri familiari.

Gilda si sentiva in trappola e non sapeva come uscirne. Il meccanismo era complesso e non ne era consapevole ma la famiglia le aveva insegnato che la libertà arriva da un’altra prigione. Puoi sottrarti ai doveri familiari solo se hai altri doveri familiari. Puoi forse scegliere di vivere in libertà un percorso solo se stai per morire. Se sei difettosa, malata, vittima di qualcosa che può consentirti di trarre forza da quella condizione, alzare la testa e dire che hai diritto ad un risarcimento anche dalla famiglia o dal mondo che ti opprime.

L’autolesionismo è una richiesta d’aiuto, invece l’aggressione è un modo per normalizzarti e riportarti entro le stesse dinamiche da clan alle quali non puoi proprio sfuggire. Gilda cominciò a frequentare un tizio e presto restò incinta. Non era stata molto brava a prevenire e in fondo vedeva questa cosa come una opportunità per andare via, una scorciatoia, senza considerarne le responsabilità e le relative conseguenze. Se solo avesse saputo non l’avrebbe fatto, forse, ma cosa puoi mai sapere se nessuno ti dà gli strumenti per capire? Lei ricalcava un metodo. Bisogna avere un’altra urgenza per sottrarsi a quella precedente. Il suo compagno si rivelò però presto inadeguato, impreparato, non era la persona adatta e nessuno, credo, avrebbe potuto esserlo in quelle circostanze. In fondo era solo un “utile” traghetto e in quanto tale c’era molto poco che restava sotto il suo controllo.

Gilda immaginò allora di poter sfruttare il tempo della gravidanza per sognare, concedersi quello che non aveva mai potuto fare. Voleva disegnare cose belle, dipingere, creare. Voleva imparare nuove tecniche e nel frattempo c’era da lavorare. In fondo non voleva un compagno ma, forse, un padre, un genitore accanto che le consentisse, diversamente da quel che avevano fatto i suoi, di fare quello che voleva. Che grande errore è quello di pensare che l’uomo che ti promette mari e monti possa diventare il tuo disinteressato tutore. Il prezzo, come sempre, è alto e non si può che pagare.

Se Gilda non avesse avuto problemi di attenzione selettiva avrebbe capito subito che quell’uomo non era adatto al piano. E non lo sarebbe stato nessuno in quelle circostanze, ma lui, ecco, giusto lui, era la persona sbagliata per antonomasia. Fragile, insicuro, senza certezze, man mano che passava il tempo della gravidanza si mostrò anche pavido, vigliacco e mentre Gilda ricavava forza da quella situazione per lui c’era soltanto il confronto con una parte di se’ che non gli piaceva. Gilda era brava, un po’ come sua madre, gestiva tutto, e lo guardava come un inetto, un essere insulso incapace di fare tutto. Gilda aveva tutto sotto controllo, aveva anche di che lamentarsi. Il suo compagno era inadeguato e poi, ecco, e poi ogni tanto la picchiava.

Dopo decine di lividi e di urla e cattiverie dette e rinfacciate per Gilda si aprì un nuovo spiraglio: la società, così come i clan familiari, soprattutto quelli che agiscono solo e soltanto in modalità paternalista, se non pensano di doverti salvare da qualcosa di grave e mostruoso non ti degnano della minima attenzione. Non ti lasciano libera di scegliere mai. In fondo sei solo un soldato, una soldatessa, e puoi solo riprodurti e avere cura. Puoi partecipare a quello schema o se lo sfuggi c’è il ricatto sociale incombente per cui sarai sola, nessuno ti riconoscerà meriti, per compensare la diserzione dalla maternità e dalla cura come minimo hai da vincere un Nobel altrimenti non sei niente.

Gilda andava in giro con quei lividi e li esibiva perché da essi traeva un minimo di potere, controllo e forza. Fosse stata una violenza psicologica nessuno mai l’avrebbe riconosciuta. Fosse stato l’abuso di qualcuno che faceva parte del clan d’origine tutto sarebbe stato molto più difficile, l’omertà l’avrebbe sepolta viva e non avrebbe mai potuto rivendicare la scelta di mollare, salvarsi e andare avanti.

Tornò al suo clan per dire che era il luogo migliore in cui vivere ed esistere. Quei lividi le consentirono di essere protetta da doveri e obblighi familiari per un po’, sicché potè concedersi di dipingere. Il figlio che poi nacque diventò l’alibi di sempre. C’è il figlio e non potrò fare questo o quello. C’è il figlio e non potrò mai vivere appieno. Dove non c’era il suo compagno infine la condizione di vittima, l’unica riconosciuta socialmente, la ricavava dal martirio d’essere madre, sola, disperata, senza soldi. In realtà non era sola perché il figlio lo teneva la nonna, non era disperata perché nuove speranze si accendevano e non era povera perché i suoi la mantenevano. Era dipendente ma con un’arma micidiale a consentirle di fare un po’ più quello che voleva. Essere indipendenti nonostante la dipendenza economica, che bel dilemma. Difficile riuscire a esistere senza reddito se non seguendo schemi tortuosi che in realtà producono ferite e realizzano ulteriori prigioni.

Quando un po’ di tempo dopo rivide il suo compagno per fargli vedere il figlio infine lo ringraziò. Gli disse: è grazie a te  che i miei mi hanno permesso di proseguire gli studi nella direzione che volevo. E’ grazie a te e a mio figlio che oggi posso respirare un po’ di più. Non ti giustifico. Ma ti perdono. E il punto è che oggi sono io che proprio non riesco a perdonarmi. Sarò mai in grado di fare una scelta libera senza affidarmi a qualcuno e senza usare le tragedie per ottenere riconoscimento e come trampolino per evitare sensi di colpa? Sarò mai in grado di uscire fuori da questo circolo vizioso?

Ps: è una storia (forse) di pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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