Di Eretica e l’autorevolezza della “vittima”

Volete sapere come sto? Prima di dirvelo vi spiego cos’è la violenza. Vi spiego anche perché alcune persone hanno difficoltà ad esibirne gli effetti. Raccontare la violenza subita, o come direbbero le mie perfide cyberbulle, “sbroccare”, implica una perdita di dignità e autorevolezza. L’effetto conseguente non è l’abbraccio, consolatorio, comprensivo, umano, ma l’ulteriore dileggio, giustificativo della parte violenta, che tifa affinché tu perda del tutto la tua credibilità.

Cos’è violenza? E’ quella cosa che ti paralizza. Non sai più da che parte andare. Immaginate di essere su una strada e provare a percorrerla. Arriva prima uno, poi l’altro, poi tutti assieme, e infine ti agiti per provare ad andare avanti. Ed è in quel caso, quando tu attiri l’attenzione dei passanti, quando punti il dito su qualcuno che quel qualcuno un po’ mostra rigore, tipico patriarcale, di quello che osserva la tua reazione e se ne compiace e poi ti dice “sei pazza” o “non sei equilibrata” mentre lui se ne sta protetto nel suo doppiopetto mentale a ragionare di teorie di una violenza che realizza ma di certo non riconosce.

I persecutori, così mi hanno spiegato, non ti vogliono morta. Ti vogliono agonizzante. Perché la loro esistenza si consuma sul fatto che tu soffri. E i loro attacchi sono sistematici. Avvengono quando tu hai conseguito piccoli successi, se vai avanti nella vita, che so, se hai un nuovo (o una nuova) compagn@, se trovi un buon lavoro, se ottieni più visibilità. Tutto ciò per i persecutori è insopportabile. Dunque tornano ad attirare la tua attenzione e provano a ributtarti giù. A farti perdere dignità, credibilità, autorevolezza che nella nostra cultura è qualcosa che si associa a robe lontane dall’utero. C’è della misoginia in tutto questo, perché se i persecutori sono uomini possono darti della “borderline” invece che dell’isterica ma il senso è sempre quello. Perciò per essere autorevole bisogna che tu sia maschio, sadico e ipercontrollato mentre assesti colpi su colpi per fare crollare l’oggetto della tua ossessione.

Il branco si comporta allo stesso modo, incluso quello composto da donne cyberbulle. Sono misogine anche loro. Se tu reagisci alla loro persecuzione ti danno della pazza. Perché straparlano di violenza ma di fatto non ammettono che una donna che subisce violenza esibisca con “forza” la propria fragilità. Loro che fanno l’apologia della vittima, che cercano donne da “salvare” anche se non hanno bisogno di essere salvate, quando tu alzi la voce e dici “NO”, e dici “BASTA”, continuano a stuprarti. Questo riguarda molto la differenza tra chi si occupa di violenza sulle donne per averla elaborata, vissuta, capita fino in fondo e chi invece se ne occupa per conversione e fervore ideologico che ti riduce al fanatismo che non concede deroghe alla complessità.

Ci sono persone che dicono che non toccherebbero le donne neanche con un fiore ma non tollerano di vedervi in piedi, orgogliose, autodeterminate, a scegliere la strada da percorrere. Ci sono persone che raccontano la violenza fatta di lividi visibili e nel frattempo si mimetizzano quali persecutori senza mai chiedere scusa e riconoscere le proprie responsabilità. Anzi, chi ti perseguita, normalmente, com’è in tutte le dinamiche violente, ritiene di avere molte ragioni per reiterare quel comportamento e fanno passare te per matta. Questa è la prassi di tutti i meccanismi autoritari di dominazione e oppressione.

Come sto? Sono in piedi, a tetta alta. Faccio delle cose. Scrivo su alcuni blog. Questa cosa non va giù ai miei detrattori che sono più che detrattori. Non hanno tollerato e hanno alzato il tiro degli attacchi quando Abbatto i Muri è diventato un blog seguito, lo stesso hanno fatto quando io ho cominciato a scrivere in un blog sul Fatto Quotidiano e non hanno digerito il fatto che un mio pezzo fosse pubblicato su Micromega. Non oso pensare cosa faranno se scopriranno un giorno che pubblicherò un libro che potrà suscitare un minimo interesse. E in questo c’è invidia, forse, ma c’è anche del metodo, una strategia, finalizzata a monopolizzare l’ascolto di persone/target destinatarie di appelli/marketing allo scopo di acquisire consenso.

E’ una pratica aggressiva che lede la credibilità di chi non la pensa come te a costo di raccontare bugie e farle passare come verità assolute. E c’è del fanatismo in questo perché è un meccanismo che si autoalimenta, un po’ appartiene a tutte le aree di “coscienza” in cui se leggi della morta ammazzata o dell’aborto procurato allora la faccenda, fuor dagli ambiti in cui razionalmente va affrontata, riguarda alcune persone, profondamente integraliste, che rendono quei temi depositari di tutte le loro personali frustrazioni, e immaginano che la tragedia occorsa ad altre persone in qualche modo li autorizzi a martoriare chi non esprime la loro, medesima, identica opinione.

Vedete: uno dei miei detrattori, il più insistente, è quello che assume atteggiamenti che io riconosco molto bene. Non è uno stalker. E’ un crociato. E’ un fanatico. Questo è peggio. Partiva dall’idea di preferire la “geisha femminista” e a un certo punto si è convertito, poco tempo fa, al “femminismo”. Il suo fervore ideologico è tipico dei convertiti, e riporto una frase che ho letto e che ben spiega questa cosa, sicché diventa più integralista della più integralista delle femministe. Talmente integralista da lasciar soccombere la libertà di scelta di una donna alla sua personalissima idea di giustizia.

Non è corretto, il mio detrattore, perché non parla di se’. Non sappiamo, noi, quali faccende abbia vissuto che lo abbiano portato a queste scelte e io che arrivo da una formazione e una lunghissima esperienza femminista mi fido solo di chi mi mostra il suo lato personal/politico perché significa che scendi dal pulpito, smetti di fare sermoni, il tuo discorso diventa, per dirla come un’amica, il “tuo” parziale pensiero, così come ciascuna di noi esprime il proprio, ed è più facile così rimettersi reciprocamente in discussione e confrontarsi ad armi pari. Invece lui ritiene che la sua sia una verità assoluta e indiscutibile e questo è tipico dei patriarchi. Non è un giudizio personale. E’ politico. E di patriarchi a ragionare di femminismo possiamo farne a meno. Soprattutto se quei patriarchi passano il tempo a pubblicare post/gogna contro questa o quest’altra femminista che non corrisponde al SUO modello preferito. Sicché torna la geisha (femminista) che non deve essere un’auspicio evidentemente superato, sostituito con il più accessibile e compatibile, ai temi trattati, modello della “donna vittima”, quella da soccorrere, che dia sostanza al suo cavalierato, salvo che la donna “vittima” non stabilisca lei i metodi attraverso cui salvarsi.

Tempo fa chiesi al suddetto, al di là delle sue opinioni su di me, di evitare almeno di legittimare il dileggio, l’infamia, la persecuzione ad opera di alcune persone che lo seguono, brandiscono i suoi post per continuare a praticare squadrismo e a bullarsi di me, gli chiesi perciò di essere un minimo più sensibile rispetto a questo aspetto. Non se ne curò. E ora è tardi. Ora esigo delle scuse. Non solo da lui. Esigo le scuse di tutte le persone che nel tempo mi hanno obbligata, per una mera differenza di opinioni gestita con fanatismo, a trincerarmi in uno spazio angusto, recuperando a fatica diritto di parola nel luogo pubblico dopo che mi fu reso impossibile anche ragionare in qualunque bacheca di un’amica o pagina facebook senza che arrivassero le cyberbulle a insultarmi e chiedere la mia scomunica/espulsione.

Tenete conto che questa gente dice male dei grillini, dicono male di certi metodi ma sono loro a praticarli perché non ammettono un contraddittorio pubblico e dunque non ammettono che esista chi legge anche me. Io chiedo che mi porgiate delle scuse e la smettiate, tutt* quant*. Chiedo che si smetta di farmi questo, perché io so cos’è violenza e so anche che una delle cose che la violenza psicologica fa è quella di farti sentire piena di vergogna, quasi responsabile, non più autorizzata a ritenere di poter avere accesso a spazi in cui la tua parola sarà ritenuta ormai credibile. Perché vittima di violenza, in questa cultura di merda, diventa “pazza”, dunque malata, cioè una da curare, salvare, che non ha più testa, idee, raziocinio e non sa organizzarsi, sebbene con fatica, per ritornare a nascere.

Se io non fossi già sopravvissuta a tutto questo non saprei, come invece so, che chi ragiona in pubblico di vittime di violenza relegandole in quell’antro culturale vuole proprio questo, cioè che le vittime perdano diritto di parola affinché siano i patriarchi, lucidi, rigorosi, a rappresentarle. I patriarchi o donne che comunque ragionano tali e quali. Invece io rivendico il fatto che una vittima di violenza può essere spezzata, massacrata, fatta a pezzi ma non per questo perde “forza” e di sicuro non perde lucidità. Anzi. Sono certa che la vittima di violenza abbia più umanità e lucidità di chi dice fanaticamente di volerla rappresentare. La vittima è spezzata proprio perché è forte e dice di no. Che rischi di soccombere sotto i colpi di chi non tollera che ci si appropri di questa libertà è una conseguenza ma di certo non la causa.

Di questo è fatta una battaglia pubblica cui assistete da un anno. Ci sono io che mi riprendo diritto di parola e persone che teorizzano sulla mia pelle come e perché io dovrei essere salvata o rappresentata. La vittima di violenza non è malata. Non è pazza. Non è squilibrata. Se di problemi bisogna parlare allora c’è da guardare verso chi pratica le violenze. E mi sorprende, davvero molto, che in questi mesi ci siano state donne, femministe filo/istituzionali, talvolta legate ai centri antiviolenza dalla gestione filo/paternalista, che pur di non vedere messa in discussione la propria teoria abbiano accreditato la costante sottrazione del legittimo diritto di parola di una vittima di violenza che non si rassegna ad essere raccontata da chi di violenza non credo abbia capito molto.

Penso alle femministe che hanno ospitato, accolto e discusso i post denigratori contro di me, a quelle che quei post li hanno usati per screditarmi, e in definitiva hanno legittimato tesi e pratiche patriarcali semplicemente per fare prevalere la propria opinione. E tutto ciò va oltre l’interesse per le vittime di violenza. Anzi, con quell’interesse non c’entra affatto. C’entra piuttosto il fatto che si vuole riaffermare unicamente il proprio punto di vista.

Finisco, dopodiché io ricomincio a fare le mie cose, provando a ritornare in piedi, come ho spesso fatto in vita mia, recupero la mia dignità, mi ricompongo, mi rifaccio rigorosamente autorevole, senza concedere una lacrima in pubblico mai, torno a volare alto, ma la mia richiesta di scuse, quella, si, la ribadisco.

Chiedetemi scusa. O non osate mai più parlare di “violenza sulle donne”. Perché tra la teoria e la pratica c’è una enorme differenza. E il punto è che voi vi esercitate con la teoria. Io ho mille anni di pratica che costituiscono un sapere, mille strumenti acquisiti che ho tentato, nel tempo, di condividere con tutt*. E’ generosità la mia, perché potrei farmi i cazzi miei. Rispondetene al mondo del fatto che questa risorsa intellettuale potrebbe essere spenta per vostra responsabilità. Chiedete a chiunque, incluse le persone che non sempre, anzi, quasi mai, sono d’accordo con me. Chiedete dove sta la mia storia, i contributi dati, l’intelligenza devoluta gratis. Chiedete se quel che sono vale oppure se merito l’oblio.

Un bacio a mia figlia. Glielo devo. E buona giornata.

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Comments

  1. claudiofausti says:

    Eretica, sei una persona intelligente, critica in generale con il dominio come ce ne sono poche in questo momento storico, leggo spesso con piacere i tuoi articoli. Però mi dispiace che il parere e gli attacchi di qualche infame di cui dici che ha una chiara indeologia istituzionalista, reazionaria seppur femminista e di “sinistra”, e che associ a partiti ed organizzazioni che sono da tempo una miserevole accolita liberista, una cricca che viene già dalla peggiore tradizione storica della sinistra (quella non libertaria), ti tocchinio tanto. Capisco che vuoi evitare il paradigma amico-nemico, ma invece i nemici ci sono, e sono solo questi, ovvio che strepitano, attacchino: ridigli in faccia, e seguita a sotenere quello che sostieni. Ciao

  2. Questa violenza è sottile quindi molto pericolosa. Togliere la voce alle vittime per poterle “salvare” mettendo loro in bocca parole che non appartengono… una delle cose che mi fa scappottare, sono ammalata nel fisico, ho subito delle violenze, ho subito delle pressioni…non per questo ho perso la capacità di decidere da sola cosa è meglio per me. Ognuno sa cosa è meglio per sè, quelli che vogliono il “bene” per tutti mi spaventano. Ora ti farò del bene, che tu lo voglia o no. Io non voglio, mille volte preferisco sbagliare da sola ma che venga riconosciuto il mio diritto di parlare per me. Tu difendi fortemente questo diritto e dai una voce a tutti, questo terrorizza chi crede di avere la chiave del bene altrui, e quando hanno paura soffiano e graffiano, come animali messi all’angolo. Difenditi, perchè è giusto alzare la tetta, ma non te ne curare, c’è gente ,magari più silenziosa, che ti stima e ti vuol bene.

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