Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, Precarietà, R-Esistenze, Violenza

La ministra offesa? E chi difende la #NoMuos ferita?

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Della maniera in cui in generale i media avevano trattato la neoministra Boschi avevo parlato qui. Quella ministra, come le altre sette, fu presentata come l’esempio di paritarismo a cui tendeva il governo Renzi. Diversamente io ritengo sia l’espressione di una evidente operazione mediatica di pinkwashing. Una operazione che, tra l’altro, come era prevedibile, avrebbe offerto elementi di distrazione varie dall’operato del governo ogni qual volta una di queste ministre sarebbe stata offesa. In generale poi il solo fatto di opporre una critica politica alla maniera in cui questa pretesa “parità” assume un rilievo che non riguarda certo i diritti delle singole e dei singoli fuori dal palazzo, costituirebbe di per se’ un atto eretico, di blasfemia politica. Chi crediamo di essere noi che ci ostiniamo a non essere così giulive per il fatto che ‘ste otto donne stanno al governo? Già. Chi siamo noi? Perché vedete, la previsione era giusta. Opporre una critica alle ministre e criticare lo stesso governo, donnificato, diventa sessismo. Non solo. In un manicheismo imbarazzante diventerebbe perfino misoginia.

Dunque, dicevo, la previsione era che queste donne avrebbero riempito pagine e pagine di siti web, ore e ore di discussione sui media, per ogni offesa ricevuta, e nel frattempo il mondo altrove continua a soffrire di molte altre sofferenze.

Per esempio. Si scrive che la Ministra prima o dopo, non saprei, l’ingresso per il giuramento sia stata molestata da una troupe televisiva. E’ brutto, certo, è il sessismo che tutte noi conosciamo. Il punto è che la discussione, ogni volta che tocca una ministra, ci allontana un pochino dalla realtà. Dunque è stata offesa, allora c’è chi ancora, come non bastasse, vorrebbe inasprire le pene, e si sposta, al solito, la discussione da un piano culturale a quello meramente giustizialista, al punto tale che, leggo, Lea Melandri decide di intervenire con uno status facebook dicendo che:

A proposito della ministra Maria Elena Boschi, molestata dalla troupe delle Iene. Il sessismo non si combatte con una raffica di denunce -come si chiede da più parti- soprattutto se ci si accorge che c’è soltanto quando insultano una parlamentare o una ministra. Le donne sanno che cultura abbiamo ereditato, e quelle che stanno nelle istituzioni ne fanno esperienza quotidianamente. E’ lì che devono battersi per la relazione tra i sessi non sia più considerata un fatto privato. Trovo questo allarmismo fuori luogo e fuorviante.

Questa deriva giustizialista è preoccupante e rivela poi un altro capitolo della storia. Avete presente la legge sul femminicidio? Mentre si riteneva che le donne avessero bisogno di “essere messe in sicurezza“, neppure fossero cantieri d’edilizia, con norme dal chiaro sapore paternalista, un paio di paragrafi più giù si decideva di mettere a disposizione risorse, esercito e quant’altro a presidiare i luoghi in cui le imprese tal dei tali decidono di costruire opere varie. Il riferimento va al Tav, ma anche al Muos, per esempio, e a tutte le piazze in cui i tutori sono chiamati a offrire il proprio contributo fatto di scudi e manganelli.

E chi trovate in questi territori a combattere per i propri diritti? Gente che si è vista scippare il territorio, metro per metro, e che tenta di difenderlo. Gente senza casa e reddito. Gente preoccupata per la propria salute e per quella dei figli. Persone comuni che non godranno mai del supporto di tanti blog e media. Persone che quando vengono ferite, mentre tentano di difendere un diritto, sono sole e con l’idea che a inviare quei tutori a respingere i manifestanti sono anche i ministri, i governanti, quelli che di sicuro hanno più strumenti per difendersi. Potenti che, ultimamente, in special modo quando si tratta di cariche pubbliche occupate da donne, invocano la protezione e non si capisce esattamente da cosa. C’è quella che invece che bannare un molestatore su twitter, come è più semplice fare, ci fa una conferenza stampa a reti unificate, quell’altra che ignora l’esistenza di leggi che già le consentono di denunciare in caso di diffamazione, calunnia, molestia, ingiuria e parla di oscurare tutto il web se qualcuno la insulta, poi c’è quella che ritiene di essere esposta a grave rischio per un insulto ricevuto da un sessista. Sono battaglie culturali, quelle, e vanno fatte ma… perdonate se vi ricordo che bisogna un minimo recuperare il senso delle proporzioni.

Per dire: nella giornata del 1° marzo, mentre tante erano affrante per l’offesa subita dalla ministra, l’Italia in movimento era in piazza, a presidiare luoghi per il diritto all’autodeterminazione, a difendere il diritto dei e delle migranti ad abitare i luoghi che preferiscono, a difendere il diritto di opporre rifiuto ad un’opera militare, il Muos, che è stata imposta in quel territorio e a chi lo abita senza che nessuno abbia mai voluto ascoltare le loro ragioni.

Una donna, una ragazza, spezzata nella sua forza e capacità di resistenza, è finita in ospedale perché colpita da una pietra nel bel mezzo di una carica.

Così lei ha commentato la cosa:

Tengo a dire a tutti gli amici preoccupati per quel che mi è successo al corteo No Muos che sto bene. Che non condivido le pietre volanti come aborro un corpo di polizia che non comprende ancora perchè dovrebbe manifestare pacificamente accanto a noi. Che ogni manifestazione di violenza va prevenuta esattamente come un’ambulanza sarebbe dovuta essere già sul posto. Che sono dispiaciuta per la mia ferita come per quella del poliziotto che hanno portato in ospedale sulla mia stessa ambulanza , perchè il fuoco del problema non è “polizia contro manifestanti”, è come ci siamo fatti ridurre a lottare gli uni contro gli altri anche di fronte l’evidenza che stanno togliendoci la salute, la terra, il cibo in nome della guerra più o meno radiocomandata. Ai poliziotti ho già detto che non capiranno mai il valore di non avere niente da perdere, come nulla abbiamo noi, generazione cui la parola stipendio non sa nemmeno cosa vuol dire, ma con egual forza invito chi occulta la verità su soggetti meno dotati di materia grigia di altri, come quelli che hanno lanciato pietre parecchio pesanti dalla postazione dietro la polizia, a riflettere, perchè non è deresponsabilizzando queste persone che il movimento mantiene il suo volto pulito e valoroso, ma distaccandosene negli atti.

Ecco. Rispetto a questo genere di accadimenti, cose che possono accadere alle donne che parano con il corpo il diritto ad abitare un luogo, una casa, un territorio, rispetto alle donne e alle persone tutte che difendono il proprio diritto a scegliere liberamente del proprio destino, chi si mobilita in difesa? Dove sono i cori indignati? Dov’è l’attenzione mediatica?

Sapete dove? Nei soliti camuffamenti. Quelli politici e mediatici di chi descrive migliaia e migliaia di persone resistenti, che non si rassegnano e continuano a lottare, quasi come terroristi. Sono loro a subire le perquisizioni, a beccarsi denunce, a perire per i contraccolpi di una giustizia che non è affatto giusta. Dunque, riepilogando, quando la ministra è offesa da un sessista ci sono quelle che chiedono più sicurezza, il che significa più pene, più tutori, più repressione, più sistema carcerario. Indovinate un po’? Tutto questo si ripresenta, sotto forma di presenza massiccia delle guardie nelle manifestazioni e manganello, e tutto ciò alla fine, in un modo o nell’altro, qualunque sia la mano che colpisce, arriva sulla fronte di una donna in piazza che lotta per un suo diritto.

Allora: quali sono i diritti delle donne e delle persone che vogliamo difendere? Tutti o solo una parte? E se ne difendiamo solo una parte poi, perdonate, si può dire in certi casi che quell’antisessismo e quella militanza selettiva diventano verosimilmente funzionali a un processo di distrazione di massa e legittimano la repressione che a noi, poveri comuni mortali, crea un danno?

No, perché c’è da dire un’altra cosa: sapete il Muos che roba è? Un pochino c’entra con la Nato. E sapete chi c’era a legittimare il pinkwashing che anche per la Nato i media praticano? La nostra ministra alla difesa. Una delle otto donne del governo celebrate come fosse arrivato il Messia in terra.

Fate un po’ voi. E se potete e volete pensiamo a un Otto Marzo che comprenda ogni lotta.

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