Precarietà, R-Esistenze, Storie, Violenza

Case pericolanti a Palermo? Sono utili anche a prevenire la violenza!

Piedi per terra. Perché avere una casa nel centro storico di Palermo non è soltanto ottimo per una sensuale e silenziosa sessualità anticrollo. E’ utilissimo anche per altre evenienze che mi appresto a narrarvi. Sarina abita in un edificio che appartiene a una famiglia tal dei tali. Loro hanno l’attico. In basso sta la plebe. L’attico è ben rifinito, perfetto, ristrutturato. I piani bassi invece hanno le crepe al muro. Bisognerebbe dirlo ai pidocchi arrinisciuti che per una mera questione di gravità i danni strutturali partono dal basso. A meno che i ricconi, o sedicenti tali, che speculano sulla pelle della povera gente lucrando con affitti mediamente indecenti, per case fragili, spesso destinatarie di visite di topi di fogna, con l’idraulica che s’intoppa e con il rischio di crolli ai piani inferiori, a meno che costoro non abbiano fissato il proprio appartamento su lacci d’acciaio a tenerlo lì sospeso, non potranno certo evitare di cadere giù all’inferno assieme a tutti gli altri.

Però Sarina è una che scova qualcosa di positivo in ogni dove. Per dire: all’ultimo tentato pignoramento lei ha approfittato del balcone collegato che dà direttamente su una casa sfitta, sgarrupata, ancora più pericolante, per trasportarvi dentro le cose che il pignoratore avrebbe potuto prendere. In men che non si dica hanno fatto la magia, e il tizio insistente, alla stessa stregua di uno stalker, che non aveva sentito ragioni, neppure quando Sarina aveva minacciato di darsi fuoco, entrò e trovò Sarina nel bel mezzo del nulla.

Però, intendiamoci, non è che dall’altro lato lei aveva trasportato grandi cose. Giusto il necessario per consentire una vita decente anche a suo figlio che osa ancora sperare di poter continuare gli studi. Sarina stava lì seduta. Altre tre sedie e un tavolo sguarnito. La cucina, un frigorifero. Una credenzina vecchia e poi i letti e gli armadi. Non c’era proprio altro e quello si fissò che doveva perquisire la stanzetta del figlio perché perfino i libri potevano avere un valore. Qualcuno lo avvisò che i libri scolastici non si possono prendere e così, Sarina, sbottò in un pianto: “‘un mi restanu mancu l’occhi ppì chianciri… ‘unn’aiu nenti… nenti… chi m’ata rubbari ancora?“.

Gli occhi per piangere sono tanti ad averli persi in questo quartiere. E dire che è zona protetta. I pignoratori vengono trattati peggio degli sbirri. La gente si protegge l’un l’altro quando arrivano. Non c’è, è andato fuori. Non conosco. Non sappiamo. Si è trasferito. Non ha detto dov’è andato. E’ questo è un meccanismo di difesa spontaneo, una rivolta morale, una disobbedienza che arriva da lontano. Lo Stato qui non è mai stato così ben visto. Proprio mai. Che questo sia un bene o un male, il fatto è che la gente non sente lo Stato a se’ vicino. E in questo momento, poi, ancora meno.

Dall’altro lato abita un’altra signora che ha almeno trent’anni più di me. Con l’energia di una bambina segue le vicende della figlia che non sa dove sbattere la testa. Ultimamente l’ha protetta, con il corpo, da un tizio che era venuto per riscuotere non so che cosa. Sono cordoni umani, di questi tempi, e fanno quello che lo Stato proprio non fa. In una terra in cui si dice che ti tutelano dalle estorsioni, infine, però ti lasciano a morire se gli estortori agiscono “legalmente”, secondo una legge che la gente di qui non ha di certo contribuito a scrivere.

Individualisti, li chiamano. Ignoranti. Non pensano alle risorse comuni, la scuola, la sanità. Ma non è vero. E’ un mito, una bugia, una stronzata. Perché a queste persone interessa che i servizi pubblici funzionino e se funzionano ti dà anche gli occhi, quelli per piangere, che non ha più. Ma la Sicilia è il posto in cui hanno soltanto preso e non ti hanno restituito mai. Paghi le tasse e non hai quasi niente. Hai poco e quel poco che c’è funziona un po’ di merda. Non tutto è così, ma molte cose lo sono. Perciò quei soldi, le loro tasse, sono finite in tasca a gente un po’ di merda, ladri istituzionali, burocrati del cazzo, persone senza scrupoli che in cambio del silenzio ogni tanto ti offrono le briciole. Solo briciole.

E tutto ciò per arrivare a un punto. Sarina è proprio fortunata per il fatto di abitare in quella casa massacrata. Giusto ieri sera lei e lui hanno litigato. Solite questioni. Soldi. Debiti. Non c’è serenità dove l’economia va male. Si perde anche un po’ il senso delle priorità. Lei dice che non ce la fa più. Lui dice che prima stermina la famiglia e poi s’ammazza. Parole che da queste parti senti sempre più spesso ultimamente. Cose che non riguardano la gran signora che sta appollaiata al balcone al terzo piano del palazzo di fronte, o la famiglia del dottore che sta all’angolo con la via principale. Loro conoscono. Hanno gli agganci. Hanno potuto avere una casa a prezzi umani. O forse sono stati solo fortunati, o più tenaci, e in certi casi si fa confusione anche nel giudizio, ma il punto è che pare che il mondo intero sia d’accordo per farti crepare.

Lui viene spinto fuori da moglie, figlio e suocera. Vai a prendere un po’ d’aria. Schiarisciti le idee e poi torna. Lui resta giù a urlare. Vuole rientrare e ammazzare tutti. Si vuole impiccare. Non si capisce che vuol fare ma niente gli è d’aiuto e la moglie non è riuscita a farlo ragionare. Urla. Batte i pugni su una saracinesca. Perfino la signora ricca dell’attico si affaccia. Poi decide che deve rientrare. Allora si arrampica lungo il tubo di scolo attaccato a una improbabile grondaia. Il metallo è arrugginito. Il muro è fragile. I chiodi che tengono il tubo fisso alla parete si staccano. Prima uno, poi l’altro, infine il tubo si spezza e lui vola per un paio di metri. Non si fa nulla, per fortuna. La moglie scende a soccorrerlo. Arriva l’ambulanza. Qualcuno ha chiamato anche la polizia. Contro il frastuono. Perché al di là della tragedia il ricco si sentiva disturbato. Perché la povertà disturba, senza dubbio. Molto meglio i ricchi che certe porcherie le fanno in silenzio. La moglie dice alla polizia che lui è un brav’uomo. Senza lavoro. Non sa come mantenere la famiglia. Dategli da lavorare, prega, e lui s’aggiusta. Come se fosse un ingranaggio rotto. Dategli da lavorare. Non ho niente da denunciare.

Perché da queste parti talvolta è un po’ così. La gente sottovaluta, qualche volta contestualizza, capisce, e sottovaluta. Quella donna una via di prevenzione l’ha suggerita. Dategli da lavorare. Datemi da lavorare. Poi si soprenderanno quando troveranno tutti stecchiti perché nessuno ha dato una mano. Sarina – chiedo – ma lui ti ha mai picchiata prima? Mai – dice – non mi ha mai messo le mani addosso. Te lo posso giurare, da sorella, credimi. E’ senza lavoro e per lui è peggio di una malattia. L’ultima cosa è che tentava di guadagnare da abusivo con un mezzo di trasporto per verdure e gliel’hanno sequestrato perché era vecchio e non passò la revisione. Non è più giovanissimo, non sa dove sbattere la testa. Ora però, scusa, ma devo andare. Gli porto la cena all’ospedale.

La vedo partire, a piedi, con l’intenzione di chiedere un passaggio a un suo cugino. E io rifletto che è scampata a una tragedia per via di una casa fradicia, che poi è la stessa che riflette le condizioni che provocano in parte quella crisi. Il mondo è un po’ così, a volte. Terribilmente ingiusto. Come si fa perciò a rivolgere la rabbia della gente in direzione di una lotta? Come si fa a non far morire le persone che se non oggi ma domani si ammazzeranno l’un l’altro per questioni di povertà? E che cosa possono saperne di tutto ciò quelli che vivono ai piani alti e guardano quaggiù come se fossimo una utile e folkloristica cornice alla loro borghese esistenza?

Buona notte a Sarina. Buona notte a tutti voi.

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