Antiautoritarismo, R-Esistenze

Eppure, un tempo, la lotta per i beni comuni era una responsabilità collettiva

terroristi

Leggevo delle manifestazioni di oggi contro la repressione inflitta ai movimenti, e mi veniva in mente un ricordo, semplice, che vorrei condividere con voi.

La mia terra è stata devastata dall’appropriazione di beni comuni e territori per realizzare opere, grandi e piccole, a volte ultimate e altre volte no. C’entrava la mafia imprenditrice, così dicevano, ed era il tempo in cui le imprese non dovevano neppure presentare una certificazione antimafia. Arrivavano grosse imprese del nord, vincevano gli appalti, poi davano in subappalto ad altri imprenditori locali in odor di mafia, e così avveniva lo scippo del nostro territorio. C’erano sempre di mezzo i soldi. C’era di mezzo il profitto.

La mafia non è quella cosa che vi raccontano in tv dove c’è coppola e lupara e gente campagnola che parla in dialetto stretto. La mafia è capitalismo, appalti, imprese, l’aspirazione di mettere le mani sulla cosa pubblica per gestire il tuo denaro e dirottarlo a finanziare opere che non sono utili per la comunità.

Fu il mio destino, credo, o una eredità di famiglia. Uno zio finito in carcere in tempi remoti per difendere il diritto inalienabile all’acqua pubblica. Pensate che all’epoca era la mafia ad appropriarsene ed era brutto. Così disse la legge. Ora che se ne appropriano in maniera “legale” e ti obbligano a pagarla, anche se passa attraverso la tua terra, se ti ribelli sei un terrorista.

A scuola crollò un pavimento. Scoprimmo così che frequentavamo un istituto che era destinato alla demolizione. Secondo i documenti pubblici c’era un altro istituto pronto. La cosa buffa è che era pronto e sulla carta era perfino stato consegnato e dunque si diceva che noi c’eravamo già dentro. Invece era una balla. La scoprimmo. Occupammo la scuola per farcela consegnare  e dopo un mese, non so per quali vie traverse. raggiunsero un accordo e gli alunni che vennero dopo poterono finalmente frequentare una scuola un minimo più stabile. Noi fummo denunciati per l’occupazione. Un premio alla nostra pignoleria.

Poi capitò di occuparsi di appropriazione di spiagge, terre ad uso agricolo in cui, di punto in bianco, diventava possibile costruire, ettari ed ettari di aree boschive che diventavano basi militari, costruzioni abusive in ogni dove e, pensate, pilastri e cemento messi lì come inizio costruzione di una scuola, una casa popolare, un centro polivalente, una fabbrica, e lasciati marcire mentre poi scoprivi che quell’opera era stata strapagata alle imprese costruttrici chissà quante volte.

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L’appropriazione selvaggia dei terreni per costruirci cose di cui la gente non sapeva e non decideva niente impoveriva il territorio, lo rendeva fragile, e noi eravamo lì a documentare un presente assurdo e a prevedere il futuro, e lo dico in senso letterale. Se conosci il tuo territorio sai che piazzare del cemento in quella zona significa che poi franerà tutto. Se togli alberi qui e là perché la tua passione è cementificare, perfino i letti dei fiumi, non c’è poi da sorprendersi se l’acqua piovana non trova freni e la gente muore di pioggia. Quello che accade oggi in tanti luoghi lo avevamo già previsto. I disastri non avvengono mai per caso. Si potrebbe prevenirli. E invece.

Ricordo che in ogni caso la rivolta civile era dedicata a rendere trasparenti gli affari decisi dentro le stanze del potere. Perché all’epoca non esisteva la legge sulla trasparenza, non dalle mie parti. Bisognava ancora recepirla e i consigli comunali si realizzavano di notte, a porte chiuse, senza verbalizzazione. Se chiedevi un atto pubblico ti facevano penare e comunque ti liquidavano con un “fatti i cazzi tuoi“, e se ti impicciavi ancora finiva che ti imputavano la rovina di un tot di famiglie che in quelle imprese lavoravano.

Però, ecco, tutto sommato, senza voler essere legalitari e giustizialisti, giacché non ci fregava nulla di rintracciare reati di sorta, quel che ci importava era opporci alla distruzione di un territorio che sentivamo come la nostra unica risorsa anche per il futuro. Cosa avevamo noi? E cosa abbiamo adesso? Se i territori non fossero stati oggetto di un costante saccheggio da parte di chi voleva solo devastare e trarre profitto avremmo forse avuto una possibilità di futuro differente. E invece.

Fino a quel momento, in ogni caso, le lotte per la salvaguardia del territorio corrispondevano anche all’antimafia. Erano ben viste. Popolari. Gradite anche a chi si occupava di malagiustizia e corruzione. E poi che è successo?

Guardando altre lotte altrove quel che ne viene fuori è tanta confusione. In ogni parte d’Italia imprese hanno realizzato con soldi pubblici strutture ospedaliere, ponti, gallerie, palazzi, inceneritori, ancora basi militari. Hanno scavato montagne, abbattuto case antiche, disboscato, usato ettari di terreno per scaricarvi residui chimici per poi lasciare ai comuni e ai cittadini la responsabilità di bonificare. Per soldi si è dichiarata la necessità di questa o quella grande opera. A sud abbiamo il ponte sullo stretto e a nord c’è qualcos’altro. Intere metropoli sono state anche ripensate urbanisticamente, con grandi edifici grigi in periferia, lo scippo dei centri storici, della cultura, l’identità dei quartieri a chi vi abitava, e a questa cosa non ci si può opporre. Proprio non lo puoi fare.

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A Istanbul c’è gente morta ammazzata nelle manifestazioni in difesa di Gezi Park e di una diversa gestione dei territori e dei beni comuni. A Berlino hanno creato una zona con un coprifuoco per cui se circoli nel centro storico, in piena fase di gentrificazione, ti arrestano. A Palermo c’è un quartiere intero, la Vucciria, in cui crollano le case nelle piazze e c’è chi, forse, attende, che il degrado, l’incuria, facciano il resto per comprare quel che resta e poi realizzare centri commerciali, grosse strutture, e chi lo sa. In Italia hanno deciso per decreto che dove esistono cantieri in costruzione arrivano i militari a proteggere quei cantieri invece che la gente.

Sono ancora più confusa. In Sicilia, quando le imprese scippavano i territori a chi ci abitava, se ti ribellavi non trovavi i militari. C’era la mafia che ti intimidiva. Le forze dell’ordine erano chiamate a tutelare i cittadini contro le speculazioni. Ora succede che le opere sono costruite con il consenso dello Stato, anche se tu non vuoi, anche se si ritiene sia dannoso e possa determinare gravi conseguenze. Anche se. E i militari che fanno? Tutelano i cantieri. Chi si ribella viene definito un terrorista e quindi o va così o niente.

Certa che le imprese che realizzano le nuove opere siano perfettamente a posto. Oneste. Antimafiose. Brava gente che lavora. Ma se la gente non vuole un’opera, un ponte, una galleria, un inceneritore, qualunque cosa di cemento che devasta il territorio, comunque sia non si dovrebbe dargli retta? E se questa gente che è lì a tentare di conservare intatto un luogo per lasciarlo in eredità ai figli viene criminalizzata, quale sarà la lezione che quei figli ne trarranno?

Voglio dire: io ho imparato da mio zio che è giusto difendere i beni comuni perché è mia responsabilità partecipare affinché possano durare, essere disponibili per tutti. Oggi cosa si impara? Che se ti opponi alla privatizzazione delle risorse, acqua, terreni, boschi, pezzi di città, per sottrarli a chi se ne appropria, li recinta, li militarizza, tanto per dirti che non sono più tuoi, sei un terrorista?

1 pensiero su “Eppure, un tempo, la lotta per i beni comuni era una responsabilità collettiva”

  1. Ma… come si fa a superare il senso di sconfitta? o a esorcizzarlo? o a capire che non è vera sconfitta? o non so… Non mi riferisco alle manifestazioni di oggi, la TAV e altre opere possono ancora essere fermate, penso al territorio che vedo ogni giorno che è già distrutto e saccheggiato. L’ambiente che stiamo difendendo non è già più sano. Questo è il senso di sconfitta che mi agita. Scusatemi il pessimismo e, probabilmente, l’OT.

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