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Né vittima né colpevole: fuori dal tunnel della cura familiare!

La narrazione è terapeutica, dicono in tanti e allora narro. Per esempio… di quello che succede quando la tua disponibilità è tanta e tale che infine vieni espropriata di qualunque cosa, spazio, affetto. C’è un problema nel non porre limiti al dare, ed è che se tu non poni limiti di là usano solo il verbo prendere.

E’ di sicuro un mio problema, non ho mezze misure, o ti do tutto o me lo riprendo senza il minimo preavviso. Impiego un po’ di tempo prima di aggravarti con qualche mia fragilità ma ho sempre il timore di essere di peso. La colpa impone che l’assenza, la riappropriazione di me, diventi un atto di egoismo, vissuto male, senza che io possa mai respirare profondamente e sentirmi libera per davvero.

Considerate una famiglia, ma anche un gruppo d’altro genere se volete. Considerate che voi siete punto di riferimento, perché apparentemente intera, forte, di sicuro state meglio di vostra sorella o fratello, forse di vostro padre e vostra madre. Diciamo che si richiama la vostra attenzione quasi mai per chiedervi “come stai“. Piuttosto serve dirvi che dovreste fare e dire e pensare e portare e andare e ogni atto d’autonomia diventa una trasgressione, una cattiveria, una prova di irresponsabilità. E’ la famiglia, baby, non c’è via d’uscita. Ti hanno messa al mondo e bisogna che tu li ripaghi di quello che pensano sia stato un dono. Chi gliel’ha chiesto, chi lo sa.

Insomma, c’è mamma che sta poco bene, papà fa del suo meglio, gli altri familiari si arrangiano come possono, lo schema familiare comunque è molto semplice: se non sei utile non fai parte del clan. O ti assoggetti alla schiavitù di un ruolo di cura imposto oppure i ricatti emotivi e psicologici diventano il tuo unico bagaglio di ricordi. Vivere tra persone che ti presentano sempre le loro priorità significa che tu poco a poco sparisci, diventi quasi invisibile, per non fare rumore. Ci sono quelle volte in cui smetti quasi di respirare. Bisogna trattare la persona che soffre con condiscendenza, anche se ti urla contro, anche se ti insulta, anche se ti fa sentire l’essere più brutto della terra.

Non sono cose dette o fatte in modo consapevole, perché è più semplice, purtroppo, immaginare che le ferite arrivino da chi veste abiti mostruosi. Invece no. Come spiegare? Una ferita produce altre ferite. Se tu stai male è probabile che fin quando non guarisci – sempre se guarisci – procurerai del male a chi ti sta accanto. Perché il male è anche la somma di tanti piccoli egoismi, è quella maniera di togliere fiato a chi ti offre l’aria quando tu dici di averne bisogno. Non te ne basta un grammo. Tu la vuoi tutta. Il male è questo, certe volte. E’ il bisogno, ed è la dipendenza, è quando il fatto che tu stai bene diventa una ferita per chi sta peggio. Com’è che tu respiri? E perché lo fai? Tu non dovresti… non vedi che io non ho aria? Non lo vedi quanto soffro? Questo è quello che sembrano dirti quei lamenti, quelle urla, quelle preghiere stanche, quei ricatti che ti obbligano a mettere da parte ogni esigenza personale.

E una, e due, e tre, e sono tante le cose a cui ho rinunciato perché pensavo fossero superflue. Per prenderle sono dovuta arrivare al punto da dover essere io a chiedere aiuto, sicché ero io l’urgenza, l’emergenza, quella che poteva porre condizioni per una negoziazione di diritti. Stai male tu? No, sto peggio io. Comunque stiamo male entrambe e dunque anch’io ho il diritto di vivere. Questo sembrava le volessi dire. Ed è un paradosso, se ci pensate bene, che bisogna quasi arrivare alla morte, simbolica, mentale, fisica, per immaginare di poter godere di un grammo di attenzione. Se io sto male non mi sento in colpa. Posso chiedere anch’io un po’ d’amore, un po’ di sole, anche per me.

Il capovolgimento delle necessità familiari si muove in dinamiche in cui l’egoismo non si riesce mai a svelare. Si riuscisse a farlo, se si riuscisse a dire no e a recuperare i propri spazi, forse non ci sarebbe bisogno di punirsi, massacrarsi, per godere di un po’ di autonomia. Dunque, dicevo, infine, non so come, ho somatizzato e mi sono ammalata. Una malattia strana che non sto qui a raccontarvi, ma di quelle complicate, pesanti, difficili da gestire, per cui potevo dire in casa: sentite, io sono malata, lo sono per davvero, perciò mi chiamo fuori. E finalmente potevo prendermi cura solo di me. Di me e basta. Non importava che altri si occupassero ancora delle proprie emergenze, non era quello il punto. Il punto era che non avrebbero più telefonato, chiamato, non mi avrebbero più ricattata, per impormi un ruolo di cura che non volevo più. Il punto era che così potevo dominare il mio senso di colpa.

Essere vittime di qualcosa talvolta libera, perciò è un ruolo che viene spesso ricercato, voluto, amplificato. E’ grazie all’essere vittima che si recupera sovrapponendosi ad altri autoritarismi, ad altre tirannie del bisogno e della reciproca dipendenza. Chi è più vittima ha più possibilità di chiedere. Smarcarsi dal ruolo di vittima significa doversi assumere delle responsabilità ma significa anche dover avere il coraggio di dichiarare i propri egoismi senza sentirsi in colpa. Significa sconfiggere l’idea che se ti dichiari indisponibile qualche volta non ti vorranno mai più bene. Significa che quel ricatto non ti scalfisce più. Significa che non ti servirai dell’essere vittima per spezzare la catena e porre fine ad ogni altra conseguente tirannia.

E’ una altalena, in fondo, è una gara. E’ una lotta di potere. Potere sui corpi, sulla coscienza, soprattutto sulle scelte. Ed è una lotta nella quale incide anche la dipendenza economica. Un cane che si morde la coda. Se pensi tanto alla famiglia non hai troppo modo di investire sul tuo futuro, perciò non hai il lavoro che vorresti, non hai studiato per quel che ti sarebbe piaciuto fare e alla fine ti ritrovi con un lavoro di merda a chiedere prestiti in famiglia e a sentirti doppiamente in colpa perché in cambio non vuoi più neppure fare la badante.

Che figlia ingrata. Che essere spregevole. Che miserabile creatura che io sono. Eppure ne ho incontrate tante come me, disperate, intrappolate, ostaggio di questi meccanismi perversi e senza neppure gli strumenti per elaborare delle spiegazioni che non fossero i soliti cliché culturali messi in circolo per farti stare peggio. Non c’è via di fuga, cara, rientra. Non hai altro modo di essere libera, cosa vuoi fare ormai? L’unico motivo per cui ti si concede di respirare è quello di farti, eventualmente, una tua famiglia. Sposati, fai dei figli, e allora si dirà che il tuo tempo e la tua vita sono ipotecati a cura di un altro uomo e altri doveri incombono sulla tua vita. Sei libera soltanto se è certificata una tua ulteriore schiavitù, un impegno, che sono tali quando sono fughe, non dico affatto che lo siano in assoluto, anzi. Se invece non fai nulla di tutto ciò allora tu quei quella che ha tempo. Tempo di essere schiava dell’amore che nutri per le persone che ti sono care.

Poi si rompe un muro, entra un pizzico di luce, ti guardi bene allo specchio e vedi la tua carne sbiadita, la tua vita tramontata, allora dici basta. Semplicemente. Basta.

Non ho più colpa, adesso, e non ho più neppure la malattia. Sto facendo l’amore con una persona che non mi chiede niente. Magari è tardi per ricominciare. Forse è tardi per fare tante cose, però sono libera, e lo sono davvero. Perché non sono vittima né colpevole. Sono soltanto io, e ho il diritto di esistere.

Ps: Questa è una storia di pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale. Per leggere altre mie storie vai QUI o scopri altri generi attraverso i miei personaggi.

2 pensieri su “Né vittima né colpevole: fuori dal tunnel della cura familiare!”

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