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#OccupyLove: per una rivoluzione degli affetti

imagesBrigitte Vasallo è l’autrice di Porno Burka. Un libro eccezionale ovviamente ancora non tradotto in Italia. Brigitte, nel suo esilarante scritto, mette insieme la de-sacralizzazione della speculazione urbanistica e le ibridazioni di genere. Eva, del nostro gruppo TraduzioniMilitanti, ne racconta e conferma la genialità. C’è di più: Brigitte è una esponente di #occupylove, movimento legato al 15M che analizza l’amore e gli affetti come un ‘territorio di lotta’ decostruendo quindi tutti gli stereotipi del caso: eteronormatività, monogamia, maternità/riproduzione/cura. Parla perciò molto di ‘poliamore’ o meglio di reti affettive. E’ di qualche settimana fa un suo articolo sulla decostruzione dell’amore romantico (o, come lo chiama lei, amore disney). QUI la versione originale che Eva ha tradotto (e mille chilometri di riconoscenza per lei :*). Buona lettura!

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#OccupyLove: per una rivoluzione degli affetti.

L’autrice racconta a proposito de “l’amore Disney” e la monogamia e invita a pensare agli amori da un punto vista inclusivo.

di Brigitte Vasallo (Autrice del libro PornoBurka e membro di Colectivo Cautivo)

In un’epoca così intensa di rivendicazioni, resistenze, dissidenze e dibattiti, anche la monogamia si pone sul tavolo della discussione. Anche se sembra un male minore nel momento in cui stiamo affrontando proprio il Male con la maiuscola –il capitalismo selvaggio, la precarizzazione ultima delle vite, la distruzione del pianeta, l’apogeo del fascismo- il sistema monogamo è uno straordinario strumento di controllo sociale che mette in ostaggio la nostra sessualità e i nostri affetti e determina il modo in cui costruiamo i nuovi mondi a cui aspiriamo. E li costruiamo infettati proprio dal germe delle strutture che vogliamo costruire.

Alla base di questo sequestro (perché siamo ostaggi) si trova un ideale romantico che abbiamo naturalizzato completamente. Bombardate dalla nascita proprio attraverso le favole infantili, da tutti i film, da tutta la musica, da tutta la letteratura che non ha saputo mettere in discussione quel modello, ma che si è limitato semplicemente a raccontarne le conseguenze, tutta la nostra produzione culturale è impregnata di monogamia, di patriarcato e di eteronormatività. L’amore e il disamore, che sono la stessa cosa, alla fine. La trama ultraconosciuta del ragazz* incontra ragazz*, colpo di fulmine, arrivo di un terzo membro in discordia, sempre in discordia, e ‘sceneggiata napoletana’ in arrivo. Finiamo per ritenere naturale che il “dramma” (passionale) sia l’unica via di uscita, l’unica risposta, l’unico modo di vivere l’amore.

Gli “amori Disney”

Ma questo amore è una costruzione totalmente interessata. Permettetemi di rifiutare il termine “amore romantico” e di sostituirlo con “amori Disney”. Introdurre la parola romantico ci porta direttamente a scene di cene con candeline e weekend di buone scopate di fronte alla stufa. E nei nostri mondi nuovi tutte vogliamo candeline e buone scopate. Tranquille: il veleno non è là, ma nel passo seguente, nella trasformazione di questo in un “amore Disney”. L’amore Disney è un amore eterno, unico ed esclusivo. Una storia da favola che, però, non ci fa immuni all’amore. Ciò che dovrebbe essere una buona notizia, perché un mondo di persone immuni all’amore sarebbe un inferno peggiore di quel che viviamo, è una cattiva notizia poiché entra in contradizione con ciò che abbiamo imparato a chiamare amore. Nella vita reale ci innamoriamo, amiamo e continuiamo ad innamorarci di altre persone anche se non lo vogliamo, continuiamo a sentire la frustata della passione, dei desideri, della curiosità, continuiamo a incrociare persone, esseri, che ci commuovono. Ed è qui che siamo ostaggi. Dove ci neghiamo, ci vietiamo di sentire. O vietiamo agli altri di farlo.

Se un sistema del genere non è esploso da solo è perché, da buona pentola a pressione, ha delle valvole di fuga. Ne esistono due principali: la bugia (o le mezze verità) e il de-vincolarsi. L’adulterio da manuale, supportato da diversi modi, ci aiuta a vivere, senza dubbio, ma non fa che alimentare il sistema, impedendoci di affrontarlo. Del de-vincolarsi parliamo meno, ma è altamente nocivo, giacché risponde alle nostre pulsioni e passioni, negandoci il vincolo, facendo delle persone con cui ci rapportiamo dei semplici oggetti di soddisfazione. L’usa e getta. E’ il capitalismo selvaggio degli affetti. L’amore libero, che nacque come resistenza all’istituzione del matrimonio, si è andato man mano depoliticizzando fino a diventare una semina emozionale di cadaveri che ha più a che vedere con una libertà neoliberale che con l’amore.

Come immaginare l’amare fuori da questo sistema di controllo che ci rende tutt* ostaggi? Forse dovremmo cominciare a definire lo stesso amore. E’ la prima domanda che faccio nei workshop #Occupy­Love, e le risposte sono sempre simili: l’amore è felicità, pienezza, generosità, complicità, buon sesso, affetto, comprensione, cure. Se l’amore è tutto questo siamo a un passo dal far fuori il sistema monogamo. Perché niente di tutto questo porta necessariamente alla monogamia. Nessuna di queste qualità includono la esclusività, la rabbia, il dolore, il sospetto, l’insicurezza, il controllo o la possessività. L’amore è completezza… il dolore e tutto il resto arrivano di fronte alla paura di perdere questa pienezza. Di fronte alla minaccia.

Nel sistema di pensiero monogamo, gli amori si escludono gli uni dagli altri. In più, si gerarchizzano gli affetti, in modo che l’unico amore e i suoi derivati ‘naturali’ (la coppia, la famiglia) abbiano uno status superiore agli altri affetti, come l’amicizia. E nella cuspide di questa gerarchia c’è solo un unico posto. SE smontiamo la gerarchia e proponiamo uno schema orizzontale, dove gli affetti non si gerarchizzino e gli amori non si sostituiscano, la minaccia sparisce. 

Reti vs monopoli

Pensare l’amore, gli amori, inseriti in uno schema di reti affettive, reti che aspirino a quel rizoma deleuziano che proponeva di sostituire gli alberi (genealogici?) per gli infiniti campi di patate, cambia tutta l’impostazione delle nostre vite. Pensare gli amori da un punto di vista inclusivo ci porta a pensare il mondo da un punto di vista inclusivo. La differenza dal punto di vista inclusivo che parli di convivenza, di somma e non di sottrazione, di cooperazione.

In uno schema così, non ci sono gerarchie: i nuclei affettivi cambiano e variano di intensità, di frequenza, di potenza, ma sono tutti interconnessi, tutti si alimentano tra di loro. Nelle reti, gli amori non sono buttati via né sostituiti, bensì si trasformano, si spostano di luogo o di configurazione come cambia la stessa vita, ma continuano a essere parte dell’insieme, di ciò che siamo. Le persone, gli amori, reali o potenziali, delle persone che amiamo, non sono minacce, perchè dovrebbero esserlo se altr* non sono chiamat* a sostituirci?

L’amore, pensato così, si costruisce passo a passo. L’amore non è un lampo che ti attraversa da parte a parte, non è la saetta di cupido. Quella è l’attrazione. Un’attrazione può trasformarsi in infiniti modelli di rapporto. E questo ti libera dall’obbligo o dal bisogno di essere ‘la migliore’. Non c’è battaglia, non c’è competizione. Non c’è guerra. Se siamo capaci di creare questa proposta dalla nostra parte più fragile, che sono gli affetti, trasferirla a tutti gli altri aspetti della nostra vita non dovrebbe esser complicato.

Nota:

Il capitalismo emozionale

“Sei mio”, “io sono tua”, “ti ho dato tutto”, “ti devo la vita”, “mi hai rubato il cuore”, “la conquisterò”. “Me le dovrai pagare”… Vasallo considera che il triangolo amoroso che formano la monogamia, la fedeltà e l’amore romantico usa termini del capitale per definirsi. Se il nostro impulso romantico cerca la nostra metà, e una volta che la troviamo l’altra persona ci appartiene.

In questa senso, la ricercatrice Coral Herrera Gómez, autrice del libro La construcción sociocultural del amor romántico, spiega che si tratta di uno strumento di controllo sociale al servizio del capitalismo, che serve per limitare l’amore delle persone e per evitare le collettività amorose e le reti di mutuo soccorso tra gruppi più grandi. Se tutto il mondo copia il modello di famiglia nucleare tradizionale, fine ultimo del amore romantico, avremo organizzazioni familiari di pochi membri, con potere di acquisto per poter consumare sfrenatamente.

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4 pensieri riguardo “#OccupyLove: per una rivoluzione degli affetti”

  1. Oh! Non hai idea di quanto mi abbia confortata la lettura di quest’articolo, che condivido in ogni parola e che mi (ci) offre parecchi spunti di riflessione pratica.
    In giro mi si dà continuamente dell'”utopista degli affetti”, o di “quella che la pensa così perchè è gggiovane e non si è ancora innamorata veramente” (“vedrai che quando t’innamorerai sul serio cambierai idea su tutto, la coppia, la famiglia, la gerarchia degli amori, vedrai…” cosa che mi snerva alquanto, perchè chi parla così sminuisce ogni mio sentire presente e passato, proiettandomi a quella cosa futura e non ben definita che è “l’amore vero” e che io ora “non sarei in grado di provare”); mi si dice che il mio, sì, è un bel sogno, ma è di difficile attuazione perchè il tempo e lo spazio di cui disponiamo sono limitati e quindi “dobbiamo limitarci anche nell’amare”. Una persona che lavora otto ore al giorno non può amare – in modo stabile e duraturo – che un individuo alla volta, formare un nucleo familiare con questo individuo soltanto, in quello spazio limitato che gli è assegnato, o meglio, che si è faticosamente accaparrato in questo gran casino di società. Come se quelle otto ore (se va bene!) lavorate per Nonsisachì non fossero già una sufficiente mutilazione, e come se quella di non avere tempo per gli altri e spazio in cui muoversi fosse una condizione naturale e ottimale.
    Poi mi parlano del bisogno dei bambini di avere un nucleo familiare ristretto e stabile. “Ami Alice ma ami anche Marco, fai un figlio con Marco, ma Marco ama anche Giulia…e sto povero cristo con chi sta? …Per forza devi fare una gerarchia, devi scegliere con chi vivere, devi dare una casa a tuo figlio.” Ma tutto questo, io credo e sento, si rifà semplicemente ad un modello preesistente, non osando immaginare modi diversi di organizzare l’educazione e la vita (propria e dei nascituri). Perchè io, Alice, Marco, Giulia [ecc.] possiamo essere tutti dei punti di riferimento, ciascuno a suo modo, ciascuno portando qualcosa di diverso e relazionandosi col “bambino” in modo proprio e unico, in barba ai ruoli.
    E se invece obietto che “quel figlio” è stato “dato per scontato senza esserci”, che non è affatto detto che da quest’interrelazionarsi debbano venir fuori dei figli, che lo si può pure evitare, se si vuole, mi rispondono che “se tutti si facessero le pippe che mi faccio io la specie si sarebbe già estinta da mo’”.
    E poi sai che palle la vita senza il mordente della gelosia, il sale del tradimento, il piacere del sottrarsi a un divieto! E l’elemento passionale/cinematografico dei delitti d’onore…perchè no?!

    Sono argomenti vasti e sfaccettati e ci sarebbe molto da approfondire, riflettere, smontare (e provare, fare! provare a non limitarsi, a fare diversamente, a vivere!), per adesso ringrazio tanto te, l’autrice e la traduttrice 😉

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