Antiautoritarismo, Comunicazione, R-Esistenze

I “giovani a rischio”: il cane di Pavlov e la pedagogia carceraria

Beyond-Scared-Straight

di Natalina Lodato

«Quella che ci ostiniamo ancora a chiamare prigione, …in realtà non è che un territorio chiuso o riserva di minoranze destinato a ingrandirsi in questa nostra era di omologazione totale»
Goliarda Sapienza

Mentre guardavo l’ultima puntata di Tv Talk sono sobbalzata letteralmente dalla sedia per la notizia dell’arrivo in Italia del docu-reality Beyond Scared Straight; i dodici episodi della serie stanno andando in onda sul canale Sky CI Crime+Investigation, con il titolo di Giovani a rischio e la presenza in studio della giornalista Luisella Costamagna.
Per capire di cosa si tratti, dobbiamo fare un bel passo indietro, tornare al 1978 e al film documentario Scared Straight!, prodotto da Arnold Shapiro: vincitore del Premio Oscar, il documentario, attraverso la voce narrante di Peter Falk, narrava le 24 h di “viaggio” in carcere di un gruppo di giovani “devianti”, condotti nella Rahway State Prison con lo scopo precipuo di essere spaventati dai detenuti e dalla realtà carceraria. L’idea di fondo era che tale esperienza avrebbe dovuto fungere da deterrente per il futuro, affinché quei ragazzi non cadessero più in errore cedendo al crimine.

Venti anni più tardi fu girato un sequel del documentario in cui venivano illustrati i benefici nel lungo periodo di quell’esperimento pioneristico: sui 17 ragazzini condotti in carcere, solo uno era divenuto un criminale, mentre gli altri si erano reinseriti perfettamente nella società. Nel frattempo, quell’esperimento semplice e a basso costo si era venuto accreditando in molti Stati federali come strumento di politica pubblica, nei programmi di prevenzione e contrasto alla delinquenza giovanile.
È nel solco dell’evoluzione di questo programma correttivo che si situa la nascita del format tv prodotto dallo stesso Shapiro e ora approdato sul canale di Sky.

Nel primo episodio, introducendo la “visita” dei ragazzi a 52 detenuti in attesa di esecuzione in una prigione della North Caroline, una Luisella Costamagna tutta-di-bianco-vestita ci mette in guardia: «Se nemmeno questo percorso traumatico riuscirà a cambiarli, allora vuol dire che questi ragazzi sono davvero perduti». Ed il senso di tutto ciò, come ricorda dalla poltrona di Tv Talk, è che ««li si porta in carcere un giorno per tenerceli lontani tutta la vita». Un rituale di purificazione, uno scendere nell’abisso per poi inevitabilmente risalire, insomma.

Anime pie. Peccato, si lamenta la giornalista, che un programma sociale di questa stregua non abbia trovato la meritata collocazione sulle reti generaliste. E meno male, aggiungo io. Già, perché questa tecnologia di riabilitazione, malgrado l’eco mediatica di cui ha goduto e continua a godere, nella realtà non si è rivelata così miracolosa. E questo lo sostiene non un manipolo pericoloso di anarchici libertari, ma un nutrito gruppo di studiosi di politiche sociali, che hanno evidenziato come questo genere di programmi di prevenzione non solo produce risultati del tutto insufficienti, ma anzi può avere un impatto dannoso e controproducente rispetto agli obiettivi di partenza.

Inoltre mi ha particolarmente stupita la composizione caleidoscopica del gruppo di giovani coinvolti in questo programma di visita al carcere: sono finiti in questo esperimento, infatti, ragazzi fermati per piccolo spaccio o che assumono stupefacenti, giovani che prendono qualche sbronza al fine settimana; ma pure ragazzi rei di assenze ingiustificate alla scuola dell’obbligo e, addirittura, due ragazze “colpevoli” di trovarsi ignare nel momento e nel luogo sbagliati ad assistere a un omicidio!!! Affidandosi a criteri duttili e sommari, si includono, dunque, tutti coloro entro i quali si scorga una virtualità di devianza; d’altra parte, la stessa categoria di “rischio”, impiegata nella versione italiana del programma, è in grado di restituirci l’arbitrarietà di fondo nello stabilire chi necessiti di questo programma riabilitativo e chi no.

Dallo studio di Tv Talk, invece, si guardava con entusiasmo a questo programma e con un certo disappunto si constatava come i minori in Italia siano più “coccolati” rispetto agli Stati Uniti. Dal canto suo, Carlo Freccero affermava la necessità «dell’educazione del cane di Pavlov» come ultimo baluardo contro il degrado della società americana, “l’assenza di libero arbitrio” e di “senso della morale” dilaganti. In tutta questa giaculatoria moralizzatrice mi sarei aspettata che un uomo intelligente e avvertito come lui rilevasse un punto essenziale per la decostruzione del format tv e del programma politico di (s)fondo. Ossia, manca un’analisi dei meccanismi di potere che sono alla base della macchina di produzione della devianza, né vi è la consapevolezza, come prevedibile, della avvenuta trasformazione dello stato sociale in Stato penale -con la conseguente criminalizzazione della miseria- che è la cifra del Neoliberismo. Ma tant’è: la prigione resta per tutti questi signori -per dirla con il buon Foucault- «macchina per riformare gli spiriti» e luogo di “educazione totale”, laddove la scuola evidentemente non riesce fino in fondo.

Siamo passati-ironia della sorte- dai propositi di descolarizzazione a quelli di carcerizzazione della società, e con essa del sistema educativo e formativo! Mi ha colpito che Freccero, nel tentativo di apparentare Usa e Italia nella comune situazione di degrado, evocasse la vicenda di “bullismo” e del famigerato video venuta alla ribalta in questi giorni. O meglio, mi ha colpito che lo dicesse lui, perché lo Stato paternal-penitenziario neoliberale è già realtà in Italia. Non mi riferisco qui -o almeno non soltanto- alla situazione tragica e disumana delle carceri o all’avvio del primo carcere privato a Bolzano (della serie grazie Mario Monti, eh), quanto al consolidarsi più generale del paradigma della prigione nel senso comune. Un successo non privo di aspetti paradossali.

Il primo è che la scuola, se da un lato viene smantellata dai tagli draconiani e dalle scellerate riforme, dall’altro è chiamata ad affermarsi sempre più come agente di disciplinamento. Dunque via libera a strette repressive, a voti in condotta, a Presidi tignosi che adottino misure e provvedimenti sempre più stringenti. Nel mirino sono tutte le forme di dissenso o eccedenza, nonché le forme di convivialità e aggregazione dei ragazzi, costretti a esperire la vita a scuola in maniera sempre più alienante.
Il secondo paradosso risiede nel “doppio binario” che connota le rappresentazioni dominanti dei “minori”. Pensiamo ai media: se gli under 18 vengono in rilievo in vicende attinenti la sessualità vengono naturaliter non considerati soggetti pienamente consapevoli, espunti della loro agentività e tratteggiati come violati nella loro innocenza a prescindere (a parte qualche scivolata con l’impiego indiscriminato di termini ambigui come “Lolita” e “Ninfetta”).

Quando invece vengono in rilievo in vicende legate ad atti di violenza come in questi giorni, nessuno sconto: si chiede il carcere, il castigo esemplare o, quantomeno, che “si prenda la violenta per i capelli e la si costringa a guardare all’infinito il video di cui si è resa protagonista”, come chiede un articolo di Libero (perché poi? Riproporre di continuo quei fotogrammi è quanto di più controproduttivo possa esistere se l’obiettivo è il dissuadere dalla violenza). Quando a rendersi protagonista di atti di violenza è una donna, come in questi giorni, assistiamo poi anche a una singolare declinazione in chiave di genere: eh sì, perché chi ha picchiato senza pietà è una specie di virago in tuta e scarpe da ginnastica, inviperita perché il ragazzino che le piaceva aveva scelto- a ragione, si sembra suggerire- di frequentare colei che ha subito la violenza, che invece è bella e dolce (perché certo, fosse stata brutta e col caratteraccio sarebbe stato più tollerabile!).

Se c’è un punto che accomuna questa vicenda al format tv da cui sono partita non è quello indicato da Freccero, quanto il fatto che in entrambi prevalga un’analisi piuttosto banalizzante dei contesti in cui si genera la violenza, per far luce unicamente sul singolo caso personale, sulla singola vicenda individuale.

Un’utile chiave di lettura, invece, per interpretare e decifrare i fenomeni di “bullismo” (sic) e violenza personalmente me l’ha fornita Il Risentimento di René Girard con il suo principio del desiderio mimetico, del <desiderio come desiderio dell’altro>, che è a un tempo nostro modello e nostro rivale perché vorremmo prendere il suo posto ed essere quello che lui è. È in questa condizione che si annidano la deriva della violenza e le radici profonde dei disturbi alimentari, così spaventosamente diffusi proprio tra le giovani.
Detto questo, invece di andare perennemente a caccia di mostri, mette conto riflettere su come, sempre di più al tempo del neoliberismo, il risentimento colonizzi le nostre vite, il nostro immaginario e la società nel suo complesso.

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1 pensiero su “I “giovani a rischio”: il cane di Pavlov e la pedagogia carceraria”

  1. Quando vedono che il libero arbitrio porta a metterli in discussione, allora mettono in discussione il libero arbitrio. L’ipotesi di controbattere con una autentica prevenzione, con una cultura del rispetto, non passa più per la testa a tanti: se lo Stato è quantitativamente più efficace di un delinquentello qualsiasi ma qualitativamente simile, si delegittima da solo non tanto sul piano della legge (è una convenzione) ma su quello dell’autorevolezza.

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