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Di sessismi e rapporto causa-effetto (se leggi stupro diventi stupratore?)

Uno degli aspetti che viene fuori in questi giorni di polemica su sessismi e reazioni varie è che in qualche modo si riafferma il principio delle tipiche militanti antiporno, ovvero quelle che dicono che il sessismo visto e letto possa generare una gran massa di stupratori.

La proposta immediata è dunque repressiva. Secondo chi la pensa così per cancellare lo stupratore e la cultura dello stupro basta censurare manifesti, video, pensieri, culture, persone. L’antisessismo secondo il MacKinnon e il Dworkin pensiero – e si veda il dibattito americano di 30 anni fa – si risolveva così, a colpi di censura. Lo stesso a quanto pare dicono quelle che aderiscono al femminismo moralista per cui basta che le donne coprano il corpo, che i commenti si stigmatizzino con accusa e gogna successiva contro chi li proferisce, auspicando pene e repressione a protezione della donna indifesa, e allora il sessismo scompare.

Parlare con queste donne di subvertising o di guerrilla comunicativa, di riappropriazione di termini e immagini, di postporno, non funziona. Loro amano le commissioni inquisitorie che censurano i manifesti sessisti, presentano disegni di legge in cui si prevede la galera per i trasgressori, e amano le gogne contro quelli che devono essere immediatamente espulsi dall’umanità perché non allineati al pensiero civile e civilizzato.

La gogna che risponda alla gogna, quello che stimola commenti sessisti e quall’altra che stimola commenti antisessisti, entrambi livorosi, incafoniti, dogmatici, privi di senso, non è una grande risposta. Si rimette in campo lo strumento del padrone per lottare contro il padrone, come si direbbe per altre lotte.

Censura, gogna mediatica, criminalizzazione, demonizzazione, perché scrivere cose oscene significa già essere stupratori. Eppure, come ricorda giustamente Nadia Somma, ad augurare lo stupro ci sono anche tante donne. Te lo augurano per farti provare il dolore quando tu ti ostini a restare lucida e a non farti trascinare dall’isteria collettiva e dal loop emotivo se si parla di violenza, per esempio. Te lo augurano quando non sei abbastanza razzista da sperare che il rom vada cancellato dalla caccia della terra. Te lo augurano se non cogli il loro dolore. A me, una volta, augurarono lo stupro di una parente affinché io potessi soffrire tanto quanto perché avevo scritto che secondo me la galera non risolve la violenza sulle donne. Se fosse vero che chi parla di stupro poi stupra allora dovremmo avere una miriade di stupratrici.

Ma il punto è che quello che in questi giorni si è promosso, con affermazioni veramente esasperate, è il modello securitario dei divieti, delle gogne e le censure. E’ il modello, appunto, alla Dworkin e alla MacKinnon che se dici sessismo pensa a censurare un porno e se dici stupro pensa che chiunque abbia un pene per penetrare sia un potenziale stupratore. Si coltiva, in fondo, una fobia che è in parte identica a quella generata da tanti omofobi che ritengono i gay tutti in grado di sodomizzare qualcuno quando possono.

C’è un gergo parlato, però, che è semplicemente parte del nostro linguaggio e non per questo genera mostri. E il sessismo non si sconfigge sicuramente con la censura, né con questa esasperata campagna dell’antisessismo vittimista e strumentale che in realtà, poi, non fa che replicare e replicare ancora messaggi per stigmatizzare chi li veicola più che per analizzare il loro contenuto.

Io non credo affatto al rapporto causa/effetto tra sessismo mediaticamente veicolato e violenza. La cultura è quella generata nelle nostre case, nei luoghi di lavoro e bisogna certo ragionare su quello che i media veicolano ma non al punto tale da ritenere “potenziali stupratori” tutti quelli che pronunciano parole sessiste in giro per il web.

Se si parte da questa premessa, per me sbagliata, alla fine si arriva sempre allo stesso punto, ovvero che il difetto sta in chi origina quelle parole e non in una cultura intera. Dunque l’associazione è presto fatta: per sconfiggere il sessismo, alcune pensano, bisogna cancellare le scritte ma non solo. Bisogna cancellare chi le scrive. Bisogna impedire che certa gente esista. Bisogna attivare gogne e roghi. Ci servono tutori pronti a salvarci anche dalle parole. E questa sarebbe la controcultura?

Uno sforzo in più non guasterebbe. Davvero. Più subvertising e meno vittimizzazione dei soggetti. Più analisi e meno gogne. Più controcultura e meno censura, galera e repressione.

[Scritto a tre mani con le antisessiste, senza ombra di dubbio, antisecuritarie, M. e L.]

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