Di solito si dice che la donna corrisponda alla dolcezza, la sensibilità e la delicatezza. La mia ragazza dice che pretendere che lei corrisponda a una idea preconfezionata di femminilità è anche sessista. Non lo pretendo, infatti, ma allora lei non dovrebbe neppure pretendere che io corrisponda ad un modello di mascolinità macho/virile di alcun tipo.
La situazione di cui parlo è la seguente: lei è scravaccata sul divano che masturba il mouse e gioca a far la guerra in un videogames e io dovrei andare a fare la spesa prima che chiudano i negozi. Abbiamo lavorato entrambi e siamo stanchi, non c’è dubbio. Ma la ripartizione dei compiti non mi sembra equa, allora chiedo se per cortesia mentre sono fuori lei può prepararmi un’insalata, qualcosa, per farmi risparmiare tempo, così poi torno, sistemo la spesa, faccio la doccia e dormo un minimo prima di risvegliarmi all’alba domattina per andare al lavoro.
A quel punto lei sbotta che non è corretto pretendere da lei che svolga lavori di cura, ce le ha girate (le ovaie) pure lei, mi scarica addosso una serie di cose incomprensibili che a quell’ora e dopo dieci ore di fatica mi suonano oltremodo estranee, poi rivendica l’esigenza di pretendere un sostegno, pronuncia debolezza, tira fuori un “io” inferiore e riassume il fatto che se non fosse per lei io ancora non saprei neppure cucinare.
L’ascolto inebetito perché a questo punto se io le chiedo se per caso ha le mestruazioni mi risponde che sono un fottuto maschilista, però il cambiamento d’umore non mi torna e francamente non so che le è preso. Capita ogni tanto che si impadronisce di lei il fantasma di sua nonna. Se io credessi a queste cose direi che è posseduta, sicuramente contraddittoria, e allora, armato di pazienza, dico “comunque vado a far la spesa” ed esco.
Per strada penso a quelle volte in cui mi dà dell’incapace perché non ho comprato la cosa giusta, quando cucino e poi borbotta perché non le va mai bene niente e quando le dico che potrebbe anche tirare su il culo e farlo lei allora si strofina, mi sensibilizza l’epidermide, imposta un minimo di residuo psicanalitico per darmi a bere che quel che fa è dovuto ai suoi molteplici traumi e alla fine io devo pagare lo scotto per riparare anche i torti che ha subito la nonna della nonna di sua nonna fino alla ventesima generazione precedente.
Ma guardami, mi vedi? Sono qui un po’ incerto, a tratti confuso, perché io sto davvero percorrendo la via dell’autonomia reciproca e della parità e pari ti considero quando ti chiedo di schiodare dal divano e darmi una mano. Devi deciderti, ché non può esserci la botte piena e la moglie ubriaca e questa cosa me l’hai insegnata proprio tu. Mi vuoi paritario o mi vuoi cavaliere? Se mi vuoi protettore allora tu fai la spesa e poi cucini e io sarò la tua ombra e guardo dove cammini. Se vuoi che sia paritario allora niente pianti: si esercita la condivisione delle responsabilità.
Non apro la portiera, non sposto la tua sedia per farti accomodare, non metto in scena né una commedia delle gaffes del perfetto gentiluomo né un dramma shakespeariano, non sono donna e neppure uomo. Non sono pre-configurato secondo un genere preciso e in quanto ai compiti li suddividiamo. Dunque: tu hai smesso di lavorare tipo alle 17.00 e io invece due ore dopo. In più faccio la spesa e tu, accidenti, prepari quella cazzo di insalata e non bestemmi.
Lo so che sei precaria e che non è colpa tua se sei prima a casa. Lo so che sei frustrata e che le cose non vanno bene. So tutto quello che c’è da sapere. Ma io, esattamente, che ci posso fare? E’ forse colpa mia? C’entro qualcosa? Ti ho mai chiesto di rinunciare a un’occasione? Perdere una opportunità? E allora smetti di alienarti davanti quel cazzo di computer e aiutami a campare di quel che abbiamo perché io da solo non ce la faccio più.
Non parlo sul serio? Lo vedrai subito se parlo sul serio: e dunque, se non ti stacchi da quel coso prendo lo zaino e me ne vado. Più o meno subito. E scuotiti, reagisci, smetti di fare quella che si piange addosso. Irrealizzata? Lo sono anch’io, o pensavi mi facesse piacere spaccarmi la schiena col lavoro di merda che ogni giorno faccio? Non hai davvero scuse. Non ne hai. Questa è la tua vita, accettala, vivila e se non ti piace stare con me allora vai dove sei più felice, purché sia un posto vero e non una pagina piena di pubblicità su un social network..
Lei si ammansisce, piega il capo e fa un po’ la vittima. Poi stampa un imprinting sessuale per garantirsi la continuità di quella vita, ché poi cambiare costerebbe troppo a entrambi, cauzioni per la casa, con uno stipendio davvero non si può più fare, mi dice che non è proprio giornata e io mi commuovo, “ci penso io” le dico e lei si ristende sul divano e ricomincia il gioco. Io devo essere proprio scemo perché ad un certo punto vado e l’accarezzo, le chiedo perfino scusa, le dico grazie perché mi ha fatto sfogare, io so come la vive, che non sta bene, e devo starle accanto, però ecchèccazzo, mi sento un poco solo. E ti capisco, fa lei, mollandomi una carezza e un bacio di estrema comprensione. Dopodiché ancora si rigira e torna a giocare. Ho come una illuminazione, un piccolo pensiero, lo scaccio via all’istante perché le voglio bene, ma che maledizione, possibile lei sia davvero così paracula?
Ps: è una storia di (quasi) pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.
ahaha divertente articolo! forse il sessismo non c’entra nulla in questa storia però…questo pover’uomo sta soltanto con una ragazza egoista, viziata, capricciosa, sfruttatrice, maleducata! La donna-dipendente-dall’uomo 2.0!
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