Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Antiviolenza, madri e la nazionalizzazione delle mie mutande

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Succede che quanto richiesto allo Stato in questi anni dalle donne è una costante delega alla gestione del nostro corpo e  di tutto quello che da lì viene prodotto. Sotto tutela, sotto sorveglianza, sotto controllo, sotto vetro. Insomma sotto.

In questi ultimi anni, poi, puoi notare la enorme contraddizione di talune rivendicazioni. Ci dichiariamo corpi (oggetti) di Stato ma poi ci incavoliamo se lo Stato prende alla lettera l’invito e finisce con il recintare tutto quello che riguarda noi. Vogliamo che lo Stato ci tuteli e ci protegga, consegnandogli la privacy, l’autonomia, e poi ci lamentiamo se quello ci considera deboli, incapaci di intendere e volere e si sostituisce a noi nelle nostre decisioni. Vogliamo che lo Stato stia a spiare, controllare, tutelare i nostri figli quando essi sono nati ma non vogliamo – giustamente – che lo Stato metta il naso nelle nostre scelte quando decidiamo di abortire.

Ci consegniamo alla protezione dello Stato contro i bruti, i cattivi, i violenti, i padri che pretendono di esercitare la genitorialità, ritenendo questo possa in qualche modo limitare la nostra libertà, e poi ci lamentiamo se lo Stato ci prende alla lettera e considerandoci non in grado, appunto, di intendere e volere, troppo deboli ma anche non in grado di essere responsabili al punto da tenere fuori i figli dalle situazioni di conflittualità, ci toglie la potestà genitoriale e quei figli, tramite i servizi sociali e i tribunali dei minori, se li piglia.

Questa maniera costante di invocare l’aiuto, il soccorso del gran padre padrone in assoluto che è lo Stato, con le sue istituzioni, è la via più semplice per consegnargli le chiavi di tutto quel che ci riguarda. Perché se chiedi che ti tuteli contro chi ti fa violenza finisce per dettarti regole sulla sessualità e normarla in direzioni riproduttive, etero, comunque familiste. Se chiedi di fare una distinzione tra ciò che è giusto e sbagliato a proposito della tua intimità finisce per dettarti la morale sulla tua vita intima, le tue relazioni, stabilisce per te cos’è deviato e cosa è giusto, ti dice perfino che se tu dici “si” non va più bene perché è lo Stato che decide quali sono i limiti e le caratteristiche della tua consensualità.

Quando ti consegni, mani e piedi, ai tuoi soccorritori hai regalato loro la gestione di tutta la tua vita e stai pur certa che chi ti soccorre ha tutta l’intenzione di mantenere in vita il tuo stato di soggezione e di subordinazione perché nessuna istituzione patriarcale mai ti aiuterà a liberarti riconoscendo innanzitutto la tua autonomia. Semmai ti aiuterà a stabilire l’esistenza di nuove mostruosità affinché tu non smetta di aver bisogno di loro.

Questo mi viene in mente quando ascolto la storia di una donna che conosco che mi dice che si era rivolta, per esempio, ai servizi sociali perché aveva un serio problema di povertà e quel bambino poi glielo hanno tolto. Ed è lo Stato che lo ha tolto così come lo Stato toglie i figli alle puttane, quelle non regolari, le indigenti, quelle che non sanno gestire situazioni di conflittualità o quelle irresponsabili, che non crescono e non smettono di immolarsi in nome della causa del maternage proto/fascista (i figli sono miei e di nessun altro!).

Da dove viene questa mania di considerare lo Stato un amico delle donne io proprio non lo so e chi immagina che lo Stato si muova così per colpa di questo o quel tal altro uomo sbaglia e sbaglia di grosso. Non c’è sollecitazione più grande all’ingerenza dello Stato (per la nostra sicurezza) nelle nostre vite, in quelle dei figli, delle persone che conosciamo, a parte quella di certe donne che trovano supporto negli uomini che immaginano sia corretto insistere affinché lo Stato sia presente, ancora di più, perennemente, a toglierti indipendenza e capacità di valutazione delle cose. Lo Stato come cecchino per realizzare obiettivi altri non esiste se non nella pia illusione di chi pensa che sia addomesticabile. Più immagini di utilizzarlo, quello Stato, e più lui si intrufola nella tua vita.

Lo dico a ragion veduta e lo racconto anche perché ultimamente, giacché certi percorsi antiviolenza conducono esclusivamente alla querela e non a fare uscire le donne dalla violenza, come se la denuncia fosse una scelta doverosa, da corrispondere allo Stato, per l’appunto, ai patriarchi istituzionali che se non denunci ti minacciano di toglierti anche i figli. Minacciano. Di toglierti. I figli. Perché sei tu che glieli hai consegnati e hai consegnato allo Stato il potere di gestire la tua relazione e la tua genitorialità e dunque se tu decidi di non denunciare l’uomo con cui sei in conflitto, appunto, lo Stato, spingendoti all’omertà, invece che supportare la tua richiesta di autonomia, la tua ricerca di soluzioni attraverso canali laici, non autoritari, di modo che decidi tu i tempi, i metodi, di un distacco, una separazione, una vita altra e dunque anche le modalità attraverso le quali superare quel conflitto con quell’uomo, senza necessariamente immaginare di pensarlo in galera se non è questo che ti serve e vuoi, lo Stato, se tu non fai quello che dice, si muove da patriarca, ti tiene in ostaggio e ti minaccia: ti toglie i figli per metterli al sicuro. Al sicuro anche da te.

Mi sono sempre chiesta come possano coesistere tante contraddizioni nelle istanze di certe madri o di certe donne che praticano antiviolenza, perché a dire certe cose, che trovo frutto di una grandissima ignoranza e di un atteggiamento appiattito su posizioni istituzionali e paternaliste, si dimostra di non aver capito per davvero come si muove lo Stato.

Lo Stato è quello che più tu gli consegni il corpo e più lo considera suo. Non ti appartiene più. Non ti appartengono le decisioni, la tua vita, quella dei tuoi affetti, e quando il tema della violenza sulle donne o della gestione dei figli viene trattata in termini nazionalisti, così come leggiamo e vediamo in certi assurdi programmi trash della tv, non si fa altro che supportare quella stessa logica a discapito di una visione laica di cui dovrebbe essere dotata la legge.

E pensare che certa antiviolenza vorrebbe anche la nazionalizzazione delle mie mutande! Vuole che lo Stato legiferi per normare non solo la mia sessualità ma quello che con il mio corpo voglio fare, come usarlo per mestiere, stabilendo che c’è un uso dovuto dalle donne perbene e quell’altro delle donne per male, e certo non si dice mai che il fine ultimo è controllare la moralità delle donne ma si finge che il problemaccio resista nei cattivoni uomini che se non esistessero le donne smetterebbero di fare quel che fanno e il sessismo non esisterebbe più.

Lo vedi dalle commissioni istituzionali fatte apposta per selezionare le pubblicità sante da quelle un po’ puttane. Lo vedi insomma dalla maniera in cui si decide che le donne abbiano sempre bisogno di protezione al punto che qualcuno, di centro sinistra, disse una volta che bisognava mettere a noi i braccialetti di sicurezza così i guardiani potevano venire a salvarci venire a manganellarci meglio in caso di ribellione.

Ed ecco, infine, il punto serio: lo Stato è quello che tu dici che le donne le dovrà salvare. Quei corpi gli appartengono. Se tu li porti a spasso fuori di casa a loro insaputa e per scopi che lo Stato non ha deciso per te allora poi ti menano. Se questa cosa non è un segnale chiaro della direzione contraddittoria che certe donne hanno intrapreso io davvero non saprei proprio qual è.

La mia mutanda non è nazionalizzabile. Il mio corpo non è di interesse nazionale. E’ roba mia, lo gestisco io, e sono io che esigo strumenti ed esigo che nessuno mai si sostituisca a me nelle mie decisioni. Così dovrebbe essere per ogni essere umano autodeterminato sulla faccia della terra. Così dovrebbe essere per i corpi migranti, per esempio, ché sai, in quel caso, chissenefotte se sei una persona oppure no, donna oppure no, appartieni agli Stati, e gli Stati possono farti morire in mare, incatenarti in prigione, lasciarti un minuto d’aria o toglierti l’ossigeno per sempre.

Il potere non è una cosa al quale ci si affida con facilità. Una gestione autonoma, in cui si realizzano sistemi di solidarietà collettiva, dovrebbe essere il fine. E non questa cosa oscena in cui in nome della “sicurezza” di questo o quell@ finiamo tutti in questa enorme, grande galera, che chiamiamo protezione dello Stato.

Così, per dire, in nome e per conto della mia mutanda e di quella di tante altre che sono sicura la pensano un po’ come me.

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