Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

L’antiviolenza istituzionale e il femminismo carcerario

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Io non so se ricordate com’era la discussione sull’antiviolenza fino a un po’ di anni fa. Vivace, certo, come sempre, ma mentre a Bologna le Sexyshock parlavano di spazi liberati, le macho free zone, con la mappatura delle zone “sicure”, l’attraversamento delle città, la campagna che raccontava come securitarismi, zone rosa, blindature e ronde non servissero a niente e mentre si organizzava la grande manifestazione contro la violenza sulle donne del 2007 a cura del movimento Sommosse, caratterizzata proprio dal rifiuto del securitarismo, con un ragionamento che intendeva ribellarsi alle speculazioni e strumentalizzazioni fatte da Lega, Pdl e Pd a proposito di “sicurezza”, anti-immigrazione, con un No deciso al pacchetto sicurezza di allora in cui si parlava di stupri e stranieri nello stesso capitolo normativo, noi dicevamo che non ci interessava più galera, le aggravanti, le ronde, e tutta la retorica che elevava la soglia del danno sulla persona a seconda del fatto che quel danno ti veniva inferto da una mano bianca, nera, povera, e poi la riduceva quando c’era (e c’è) di mezzo un militare, un tutore di quelli intoccabili che giammai andavano stigmatizzati perché in quel caso tutto il castello di balle raccontate crollava miseramente.

sciaccaInsomma, il ragionamento era lo stesso di mille altre volte: non si faceva una discussione reale sulla violenza tenendo conto delle istanze che arrivavano dal basso. Si calava dall’alto una visione delle cose che corrispondeva a partiti e governi. Nulla di più e nulla di meno. Pd e sue pari provarono a cavalcare la faccenda, finanche rubando la scena, il microfono, immaginando di parlare a nome delle altre, però non ci riuscirono. Furono malamente cacciate e dunque si urlò allo scandalo, dissero che le ragazze in piazza, e il numero si aggirò sulle 150.000, erano violente. Da lì iniziò il percorso di invisibilizzazione e criminalizzazione dei femminismi autodeterminati e non filo/istituzionali. Pd e partiti vari cavalcarono la storia della tutela del corpodelledonne e dopo un po’ vedevi magliette rosa targate Snoq, a cura di una Snoq ora separata dal resto dei comitati cittadini, indosso a calciatori fascisti. Parole d’ordine divennero “indignazione” e “dignità” a sostituzione di ribellione e libertà. Noi eravamo diventate nemiche giurate perché allora, come adesso, la galera ci stava stretta, combattevamo per raccontare una battaglia anche antirazzista, antisecuritaria e quel che abbiamo sempre detto è che rivendicare libertà non significava decisamente chiedere più galera per qualcun@.

Segue la consegna del corpo delle donne e tutori e patriarchi istituzionali, sollecitando paternalismi che vogliono insegnare a noi come liberarci dagli oppressori, poi vittimizzazione totale e disconoscimento dei soggetti in quanto che a noi non è più data neppure la possibilità di scegliere se querelare o meno. Ormai se non denunci è lo Stato che si sostituisce a te o vorrebbe farlo. One Billion Rising ha accreditato la Rauti come esperta di violenza di genere che in accordo al ministro per l’interno Alfano e ad altri soggetti sparsi, hanno immaginato un percorso a ostacoli, una nuova legge che un po’ parla di repressione sui NoTav, ancora aggravanti, niente prevenzione, infine si sfrutta il tam tam sul brand femminicidio per imprigionarci ancora un altro po’. Da lì’ deriva l’irrevocabilità della querela. Quello che non sapete, forse, è che Rauti e varie altre componenti hanno già introdotto come progetto pilota e pare vogliano estendere il progetto a livello nazionale, un Percorso Rosa, ovvero un percorso a ostacoli per colei che arriva in pronto soccorso a medicarsi a seguito di una violenza. In questo protocollo le donne vengono inserite tra minori e disabili, giusto per far capire dove ci collocano nei loro ragionamenti, perciò noi in quanto soggetti/oggetti (di Stato) che abbiamo accesso al pronto soccorso a quel punto veniamo cooptati e spostati in una stanza dedicata a quelle in “Codice Rosa”, dove ci sottopongono ad una serie di colloqui, una via crucis interminabile che passa per assistenti sociali, psicologi, guardie e putacaso non è compresa in questo giro di giostra nessuna operatrice dei centri antiviolenza. Confido nel fatto che, anche se so che una fetta dei centri concordano con norme securitarie e hanno plaudito alla legge sul femminicidio, esista una loro componente che ha ben chiaro come non si possa in quella circostanza fare pressione su una vittima di violenza per forzarla sostanzialmente a denunciare consegnandosi allo Stato. Sarà per questo che i centri non sono compresi in quel protocollo che di fatto realizza un servizio Asl per le vittime di “violenza domestica” al quale dubito che le donne vorranno accedere con l’obbligo della denuncia che pende sul loro capo.

Di fatto, in ogni caso, questo modello, decisamente autoritario, considerando le donne incapaci di intendere e volere, con i tutori che si sostituiscono a noi nelle decisioni e con persone di potere che calano dall’alto iniziative che non arrivano di certo da richieste di movimento né, da quel che mi risulta, appunto, dai Centri Antiviolenza, è quello che è stato sponsorizzato, promosso, sollecitato da un certo femminismo carcerario, come lo chiamano nel dibattito internazionale recensito da Incroci De-Generi, che baratta la libertà (nostra) con la galera altrui e non sa trovare ne ascoltare soluzioni altre che non corrispondano a strategie di partito e di governo.

La cosa ancora più grave è che l’antiviolenza istituzionale si è imposta ed è stata legittimata a tal punto che oggi chiunque osi produrre un ragionamento differente e osi fornire una critica ragionata a questo scempio fatto di sovradeterminazione, paternalismo e autoritarismo, viene perfino tacciato di collusione con i violenti, della serie che se non sei d’accordo con loro, giacché pretendono essi di identificarsi nella antiviolenza unica, giusta, necessaria, dunque non saresti dalla parte delle donne. Il fatto è che a me/noi, che fuori dalle istituzioni facciamo cultura, movimento e attivismo,  pare necessario riprendersi la libertà di fare un ragionamento critico che punti oltre questa costante riproposizione legittimata da chiunque della banalità e della necessità del male. Chi sta nelle istituzioni ha il compito di raccogliere le mie istanze e non di farmi digerire la sua ricetta delegittimando me e invisibilizzando tutto quel che non corrisponde alla loro narrazione. Perché quella è una narrazione funzionale a strategie di partito e di governo e accettare tutto ciò in maniera acritica è abdicare la politica ai palazzi e infine portare in piazza noi stesse e altre non già per una richiesta che ci corrisponde ma solo per fare numero a supporto di partiti di governo.

Invece è necessario, a mio avviso, riappropriarci di un discorso politico che non possiamo farci dettare né da paternalisti che subito intervengono in difesa delle donne filo/istituzionali che a parte la galera, come soluzione antiviolenza, non vedono altro, né da donne giustizialiste che sono nate e cresciute all’ombra dei partiti e che non solo hanno totalmente seppellito ogni vago interesse per il garantismo, ma disconoscono, a questo punto devo dire, il significato di autodeterminazione, ignorano la richiesta che arriva dal basso, e hanno fatto diventare il femminismo un contenitore dogmatico che è utile a giustificare tutto e il contrario di tutto, inclusi neoliberismi, neofondamentalisti, autoritarismi che in primo luogo tolgono a noi stesse libertà. La libertà, per esempio, di raccontare una modalità diversa di essere vittime:

già ne parlavo QUI, dove dicevo che ci sono situazioni per cui io non ho denunciato. Non ho delegato a nessun@ la affermazione del mio valore e della mia autostima. E della valutazione soggettiva bisognerà pur tenere conto giacchè la denuncia, appunto, può anche essere un diritto, non un obbligo sociale, non un dovere morale, perché la violenza non è un “reato” contro la morale ma al centro di tutto c’è la persona e quella persona non è una bambina, non è incapace di intendere e volere e non può essere obbligata, perché è così che finirà, all’omertà, per il timore che altrimenti parta una denuncia d’ufficio o perfino una accusa di reticenza contro quella che non vuole intraprendere un percorso legalitario.

C’è una alternativa tra omertà e galera, con tutto il rispetto per chi vuole fare scelte diverse, purché per l’appunto sia una scelta autodeterminata e non un obbligo istituzionale. Allora vorrei dirvi che a quest’obbligo, questa imposizione morale, contribuisce anche la definizione del modello di donna attuale, la vittimizzazione costante che ci riduce a essere viste come “soggetti deboli”, la retorica della violenza che esige catarsi collettiva, risarcimento sociale, prima che personale, la persona abusata che nell’immaginario collettivo sta diventando quella che non riesce più neppure a respirare se non la tirano fuori dalla trappola i cavalieri, i salvatori, le guardie, i tutori, e il punto è che questa cosa, personalmente, davvero non mi corrisponde. Ho conosciuto donne intere, integre, fortissime, sopravvissute a una violenza, e non sono state private di senso dell’umorismo, hanno continuato a farsi il culo e lavorare, hanno cresciuto figli e hanno lottato e spesso vinto. Le sopravvissute le riconosci per la tempra, perché non sono piagnucolose, ti parlano guardandoti dritta negli occhi, non serve certe volte dirsi nulla, arrivano, si sbracciano, organizzano. Altro che esseri impauriti, deboli, malati.

E se la violenza è vista come una malattia, un virus contagioso, a me a questo punto pare che la cura scelta abbia sbagliato mira, perché la vittima di violenza fondamentalmente serve a compensare altre ferite, forse, a colmare altri bisogni, primo tra tutti il desiderio di patriarcato che sempre incombe, un po’ di fascismo, un minimo di cavalierato sociale, un po’ di fellatio all’ego di chi altra identità non sa ritagliarsi a parte quella del salvatore ed è così che vediamo in scena in Italia un backlash gender, per dirla alla Susan Faludi (Il sesso del terrore) e anche alla Naomi Klein (Shock Economy), che è lo stesso che abbiamo visto in atto quando i vigili del fuoco portavano in braccio la donzella salvata dal crollo delle Twin Towers o quella sopravvissuta al terremoto a L’Aquila, con beneficio sparso e fiducia a piene mani (che si traduce in finanziamenti) a forze di polizia e militari salvo poi provare a rimettere sotto il tappeto la storiaccia del soldato andato a L’Aquila a garantire sicurezza e poi condannato per stupro ai danni di una giovane ragazza quasi ferita a morte.

assemblea26genVorrei parlarvi allora delle ragazze che sottolineano, con una presenza costante, quelle contraddizioni, che liberano spazi e da lì fanno partire richieste e rivendicazioni autodeterminate; che un discorso politico lo realizzano da sole quando, ad esempio, rispondono a securitarismi, teknocontrollo e lesione della privacy con le passeggiate di quartiere perché quel che c’è da fare è coinvolgere la gente e non più in ronde o fornendo loro gogne e forche per linciaggi collettivi. Coinvolgere, raccontare, che non significa mettere in mostra brandelli di carne sanguinante come farebbe qualunque antiabortista, ma regalare forza e consapevolezza e dire che “il corpo è mio e lo gestisco io” e “autodeterminazione” hanno un preciso significato. Accogliere i racconti di molte altre, anziane, adulte, ragazzine, contaminando i luoghi in cui avvengono le cose che vanno attraversati e non sorvegliati.

Tutto ciò è alternativo alle richieste attuali. Leggete e guardate quel che si produce in una delega costante al securitarismo. Si chiedono telecamere di sicurezza, violazione della privacy, abdicando ad un sistema che continua a tenerci impaurite e chiuse sempre più nelle nostre nicchie invece che incoraggiarci ad andare in giro a invadere il mondo. Si svuotano le piazze, le strade, invece che riempirle e contaminarle. L’unica maniera per cui si sollecitano responsabilità sociali si traduce in interventismo, sovradeterminazione e paternalismo, in finanziamenti a quella che è diventata una fiorente e repressiva industria del salvataggio, carceri privatizzate incluse. Altre risposte, culturali, preventive, collettive, sociali, esistono e sono alternative a securitarismo e galera. E sapete che c’è? Che quasi non se ne può parlare. Ditemi voi il perché.

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