Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze

Il 2013 e l’uso dei corpi delle donne (Buon 2014 di lotta a tutt*!)

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[La foto sopra mi ricorda le lotte in Turchia. E sono queste le immagini di donne che del 2013 amo conservare. Quelle in cui le donne lottano, rivendicano, ovunque.]

Anno d’inferno questo 2013. Mille toni risentiti, tensioni istituzional/politiche, balletti governativi, la gente in piazza a denunciare una sempre più crescente povertà, le donne diventate scudo di crociate difensive per mantenere in vita quel partito, quell’amministrazione, quella tale commissione alle pari opportunità.

Da dove cominciare per raccontare il 2013? Ché per esempio val la pena dire il perché e il percome l’anno iniziò male con quel balletto piazzarolo, one billion rising, che metteva assieme tante donne che cantavano e ballavano, felici, ignare del fatto che sulla loro pelle si celebrava l’ipocrisia più ipocrita che ci sia.

Balletto neocolonialista che aggregava, già a partire dagli Stati Uniti, ricche e povere, repubblicane e democratiche, signore della destra più omofoba e razzista e convintissime frequentatrici dei family day, facendo diventare la questione della “violenza sulle donne” un tema sul quale ciascun@ poteva legittimare le proprie posizioni in favore di quel tal provvedimento per le grosse banche e imprese, quell’altro che progettava muri, ergendo confini spessi, difficilmente attraversabili, da persone, donne incluse, di etnie e provenienze differenti, quell’altro che progettava lo smantellamento o la privatizzazione degli spazi pubblici, i consultori, presso cui le donne possono trovare assistenza e consiglio qualora abbiano necessità di ragionare di sessualità, contraccezione e aborto.

La piazza di One Billion Rising anche in Italia ha prodotto la legittimazione di politicanti che non hanno idea di quel che voglia dire fare violenza a una persona, ché la prevaricazione, l’oppressione, la negazione della tua autodeterminazione è già violenza, e dunque su quel brano, cantato e ballato, in cui si chiedeva rispetto per le donne perché “siamo madri, siamo insegnanti, siamo fantastiche creatrici”, si stabiliva una discriminazione, perché se non sei madre, insegnante e non chiedi attenzione in quanto utero riproduttivo con predisposizione al ruolo di cura praticamente non meriteresti rispetto. Al massimo un po’ di cristiana pietà con tanto di insistenza circa il fatto che a te che non sei né madre o insegnante o creatrice di alcunché bisogna pur salvarti dalla tua povera condizione di utero irrealizzato, “nullipara” direbbero cert* sessist*, con tutta la mia simpatia per le “nullipare” of course.

Quella deriva imposta, conseguenza di una colonizzazione culturale sempre più difficile da tollerare, è proseguita anche in Italia per tutto l’anno. Ogni ragionamento su quel fronte riguardava la donna madre, moglie, incinta. Marginalizzate dalle disquisizioni etero/normative ovviamente le sex workers, le lesbiche, le trans. La stessa viceministra con delega alle pari opportunità scrisse che bisognava fare qualcosa in favore delle donne attribuendo loro un valore di produzione, in quanto che siamo risorse se ci riproduciamo e portiamo avanti, gratis, i nostri lavori di cura. In fondo siamo noi le vere ammortizzatrici sociali di questo sistema economico di cacca che produce discriminazioni e povertà. Dunque è per questo che bisogna smettere di fare violenza sulle donne, non per altro, tant’è che la legge sul femminicidio parla di madri, mogli, donne incinte. Vittime in quanto che chi ci fa danno non fa un torto a noi, persone, ma lo fa allo Stato, alla macchina del Capitale che ha bisogno di queste operaie casalinghe affinché i ricchi possano continuare a essere ricchi e i poveri possano confortarsi del fatto che se ci manca lo stipendio, se i figli non possono andare a scuola perché non abbiamo soldi per fare nulla, se ci sono persone che si suicidano dopo un licenziamento, se da migranti, ree di clandestinità, abbiamo anche il timore di curarci in ospedale per non dichiarare la nostra provenienza, se le differenze di classe ed etnia ci massacrano ogni giorno, comunque sia, sorella, puoi sempre contare sul fatto che denutrita, sfrattata, pignorata, precarizzata o no avrai il tuo tutore di fiducia che come un robocop qualunque ti piomba in casa anche se non vuoi e spara in fronte a quello che la vicina o il solerte vicino diceva averti fatto male.

Chiunque: meno il pignoratore, lo stalker esattore che ti leva il sonno, il tutore dell’ordine che accompagna colui o colei che ti dà lo sfratto, quell’altro che ti manganella in piazza quando, stanca di tutto ciò, vai a rivendicare un diritto. Sarai difesa, certo, perfino contro la tua volontà, ma mai per le questioni rispetto alle quali le istituzioni latitano, anzi, sono presenti in qualità di oppressori, prevaricatori, abusanti della tua libertà.

L’anno 2013 è quello in cui si è celebrata la più grande menzogna che io ricordi da tanti anni, perché i nodi sono venuti al pettine, governi di centro destra o centro sinistra si somigliano in quanto che producono medesime politiche economiche e che al ministero ci sia un uomo o una donna quella riforma ti farà a pezzi comunque, salvo poi raccontare che quando la ministra o la rappresentante istituzionale donna subisce critiche non si può fare perché si chiamerebbe misoginia.

Perciò, vedete? Le donne sono diventate la barriera dietro la quale si consuma tutto quello che produce un danno a noi, a figli e figlie per chi ne ha, compagni, compagne, amiche e amici, genitori. Ho un buon ricordo, tuttavia di quest’anno che è appena passato: è servito a darci la misura di quanta strumentalizzazione, quella vera, non l’altra moralista raccontata per anestetizzare masse antiberlusconiane circa l’uso dei nostri corpi, dunque è servito a dirci quanto e come i nostri corpi sono davvero utilizzati. Da Stato, governi e capitalismo. E infine, sapete qual è la grande beffa? Che quando una donna mette un prezzo su di se’ per avere ragione della gestione di quell’uso allora interviene la moralizzazione. Non puoi venderti consapevolmente. Non lo puoi fare. Non puoi fare la velina, la valletta, la vedette, la starlette. Non puoi fare nulla. Sapete perché? Se non sei vittima o non ti dichiari tale la strumentalizzazione sul tuo corpo non si celebra.

Con tutto l’amore per le donne, e gli uomini, e le persone in genere, saranno forse queste ragioni per cui posso mandare a quel paese il 2013? Un vaffanculo corale, senza dubbio. E buon 2014 di lotta a tutt*.

Leggi anche:

Nel 2014 le donne si riprendano la libertà di scelta – Il mio post di fine anno scritto per Il Fatto Quotidiano

2 pensieri riguardo “Il 2013 e l’uso dei corpi delle donne (Buon 2014 di lotta a tutt*!)”

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