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Studi di Genere: un pensiero critico che non può essere archiviato!

1464101_404616399641339_1039941348_nStudi di Genere. Per alcun* uno spreco, per altr* una minaccia all’ordine costituito. Di cose dette e scritte sui Gender Studies ce ne sono tante e quasi mai negli argomenti di chi li critica trovo una parentesi costruttiva o che si inserisca nella dialettica tra femminismi che è naturale che ci sia.

In sintesi e mai fedele alle definizioni accademiche vi dico che il punto di vista di genere restituisce una lettura critica a molte altre materie che siamo abituat* a recepire ritenendo, finché questo non viene messo in discussione, che esista un punto di vista universale su qualunque cosa e quell’universalmente valido pensiero pretende di sostituirsi anche alla nostra libera e autodeterminata narrazione.

Cosa faccio io qui quando racconto, scrivo, decostruisco, analizzo, discuto con voi? Offro un punto di vista. Parziale, mio, comunque un punto di vista di genere. Cosa fa chi racconta di una qualunque materia senza tenere conto anche del mio punto di vista? Mi sovradetermina. Mi colonizza. Pretende esista un pensiero unico con una sola idea di giustezza e una sola interpretazione degli eventi, dunque usa quegli argomenti per decidere anche per me, normare la mia vita, impormi un ruolo e farmi sentire sbagliata quando quel ruolo mi sta stretto.

C’è un pensiero che si sviluppa, con difficoltà, compiendo uno sforzo di autonomia tra tanti paternalismi e tante imposizioni normative che arrivano da donne e uomini conservatori e conservatrici, e in fondo racconta che il mondo è fatto di persone, tante e diverse, e tutte quante hanno diritto di raccontarsi, autorappresentarsi e rivendicare dei diritti.

Gender Studies sta per un filone filosofico, politico. E’ condivisione di pratiche ed esperienze. E’ un pezzo di storia che merita di essere raccontata e quel che risulta incomprensibile è perché mai tanta ricchezza di contenuti non possa essere studiata negli stessi luoghi in cui chi vuole può trovare altri spunti filosofici e altre materie che raccontano di pensieri, idee, scoperte che hanno portato cambiamenti e un pizzico di civiltà tra gli esseri umani.

Le critiche mosse talvolta sono dello stesso tenore di quelle raccomandazioni fatte da nonni e nonne convinti che la scuola mettesse troppi grilli per la testa in quelle fanciulle la cui unica prospettiva doveva essere il matrimonio. Gender Studies per alcun* sarebbero strumenti di formazione per femministe, lesbiche e gay che prossimamente minacceranno l’umanità. Il punto di vista di genere, anche per affermare che il genere è un costrutto culturale, non dovrebbe esistere. C’è chi pretenderebbe di cancellare tanta produzione culturale, spazzarla via, non inserirla neppure nei capitoli di storia, nella convinzione che durante quelle lezioni si celebrino sacrifici umani per iniziare alcun* alle pratiche di stregoneria.

Le critiche poi servono a confinare quei corsi in angoli bui in cui chi li tiene quasi è costrett* a farlo in maniera clandestina, a proprie spese, senza che mai sia dato valore a tutto ciò. Perciò, a differenza di quel che i detrattori dicono, i corsi vengono chiusi, spazzati via, marginalizzati, non costituiscono un capitolo di spesa per alcuna istituzione e sono spesso tenuti da ricercatrici che aggiungono lavoro a lavoro portandosi da casa materiali ed entuasiasmo in cambio di qualche, minuscolo, credito per gli studenti e le studentesse che sono sempre motivati ad approfondire ben altre virilissime materie.

I Gender Studies poi non sono di sicuro il luogo in cui trovi un solo filone femminista o una sola lettura della realtà. Anzi. Lì trovi la ricchezza e la molteplicità di pensiero argomentata che compone un dibattito che non si esaurisce certo in un pregiudizio. Di quei filoni femministi io ne condivido alcuni. Non tutti. Ma per capire e riconoscermi o proporre qualcosa che mi somigli ho dovuto attraversare mille saperi, avendo chiaro che una sola ipotesi di chiusura mi avrebbe semplicemente resa più povera. E quel che so è che la complessità non può essere confinata a margine perché c’è chi ne ha paura, chi teme le idee e le combatte identificando nelle persone che le divulgano il demonio.

Nella mia libreria ho molti testi che raccontano punti di vista totalmente differenti, talvolta anche in contrasto tra loro. Il sapere è anche quello che deriva dalla conoscenza di ciò che non ti somiglia. Giammai avrei preteso fossero bruciati libri o marginalizzati corsi di studio in cui si raccontavano percorsi filosofici che io non condivido. Io so che i pensieri costretti in clandestinità, quelli proibiti, diventano essi stessi fonte di integralismo. Dunque è la dialettica civile l’unico modo per evolvere cultura e società intendendo includere ogni parzialità nel pieno rispetto della autodeterminazione di ogni individu@. Se questo principio vale per tutto, affinché non si realizzino forme di autoritarismo, davvero non capisco perché non debba essere valido anche per gli Studi di Genere.

Per esempio: Stefania Arcara organizza a Catania GenderLab. Lei fa questo lavoro gratis. Lo aggiunge al lavoro di ricercatrice che deve portare a termine. Lo fa proponendo una idea di Gender Studies che non è neppure poi tanto condivisa da altri femminismi.

Contestualizzo: nell’ateneo catanese quest’anno è stato avviato per la prima volta un progetto di didattica di genere interdipartimentale. Unico in Sicilia. Partecipano tre dipartimenti: quello di Scienze Umanistiche dove a organizzare è Stefania con la collaborazione di molte altre persone, sempre a titolo volontario e gratuito. Quello di Scienze Politiche in cui esiste un corso chiamato “Donne, politiche, istituzioni” tradizionale e filo/istituzionale nell’impianto. Quello di Scienze della Formazione con titoli per me difficilmente condivisibili: “Pensare al femminile“, “L’identità adulta al femminile“, che sembrano rinviare al fatto che esista un soggetto neutro maschile la cui variante femminile comunque ragiona per ruoli speculari, opposti e fissi.

Il punto è che, come in qualunque luogo del mondo sanno, gli Studi di Genere non corrispondono ad un parlare e pensare “donna”. Se in quei corsi si contrappone un pensare donna che si suppone superiore, diverso, al pensare uomo, si legittima, in qualche modo, l’idea che da essi deriverebbe una formazione stereotipata e sessista che parla delle donne solo in quanto vittime, delle quote rosa come panacea di tutti i mali, della donna come elemento di pace, bontà, come fonte di istinto materno, dunque portata per i ruoli di cura, della terra/madre natura e di uomini da rieducare alla civiltà.

Poi esistono corsi un po’ più queer come quello di Stefania dal titolo “Immaginare il genere: maschile, femminile e oltre nella cultura contemporanea” in cui si racconta cos’è il genere, cosa vuol dire maschile, femminile, transgender, cosa sono le norme di genere, l’eterosessualità obbligatoria, i ruoli, le identità, come si formano, come si possono mettere in discussione.

Entrambi i percorsi sono legittimi. Io preferisco senza dubbio l’ultimo descritto ma con ciò insisto nel dire che qualunque pensiero abbia diritto di essere raccontato.

Gli Studi di Genere sono poi un approccio altro a molte questioni e certamente affrontano il tema delle discriminazioni. Fondamentale dire che parlare di stereotipi sessisti e ragionare su questo significa anche compiere un percorso preventivo, alternativo a quello repressivo quando si parla di violenza. Perciò gli Studi di Genere sono giudicati tanto superflui quanto più una società è paternalista o forcaiola e si pretende di risolvere la violenza, come dato avente radice culturale, solo con tutori, repressione e giustizialismi vari.

Invece gli Studi di Genere consentono di mettere in condivisione esperienze e saperi e di rintracciare, non senza difficoltà, proprie soluzioni autodeterminate che prescindono da securitarismi e repressione. Non c’è dunque da chiedere chiusura o marginalizzazione di questi corsi ma da rivendicarne ancora di più, per quanto io sia lontanissima dalla cultura accademica e abbia netta la consapevolezza che anche in quei contesti possano riprodursi rigidi meccanismi identitari e di gestione del potere così come d’altronde avviene in ogni istituzione in cui essere donna non è detto faccia la differenza.

Che si evolva la cultura, si comprendano i pensieri altri inclusi quelli difficili da capire, che si accetti la diversità e si pretenda abbia spazio per raccontarsi e confrontarsi senza immaginare corrisponda a minacce per l’umanità. E un giorno, spero, anche in Italia vorrò vedere corsi di Studi di Genere gestiti anche da gay, lesbiche, trans, uomini che parlino di autodeterminazione, di vita realizzata oltre i ruoli riproduttivi e gli stereotipi sessisti, di femminismi antifascisti e antirazzisti, di teorie e pratiche intersezionali, di movimenti post porno, di sex workers autodeterminate, di precarie femministe anticapitaliste e di anarchiche antisessiste resistenti che poco hanno a che fare con tutori e istituzioni, e molto altro. Un giorno. Spero.

Per chi fosse interessato al corso di Stefania: qui il programma con i contenuti di GenderLab. Qui la pagina facebook di GenderLab con un po’ del materiale e delle immagini usate negli incontri.

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Comments

  1. Sì, è un peccato che i titoli di certi corsi, con il famigerato, immancabile, “AL femminile” (ci manca poco che si dica “in rosa” o “l’altra metà del cielo”) ripropongano acriticamente proprio le premesse filosofico-ideologiche che gli Studi di Genere mettono in questione – per chi li conosce e non li scambia per “parlare di donne”… Per fortuna c’è varietà di approcci anche tra i titoli proposti da Scienze della Formazione a Catania: per es. segnalo il modulo di Cristiano Corsini, “Righe e quadretti: stereotipi di genere e riuscita scolastica”. 🙂

  2. L’ha ribloggato su Il mio non luogo.

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