Precarietà, Questa Donna No, R-Esistenze, Storie, Welfare

Asimmetrie

Due donne. Vicine di casa.

La prima: ha casa di proprietà, famiglia, due figli, lavoro stabile ottenuto grazie a conoscenze di papà, un titolo di studio, un coniuge che ha ereditato l’attività di famiglia, assieme a un paio di proprietà, vestono casual ma con capi di abbigliamento costosi, votano centro/sinistra e sono tanto solidali con la colf migrante che arriva a casa loro a fare le faccende e badare ai piccoli.

La seconda: sta in affitto, a rischio di sfratto. Non ha un lavoro stabile e anche i lavori precari oramai scarseggiano. Mantiene un figlio grazie all’aiuto dei suoi genitori che comunque non se la passano neppure tanto bene. Ha un compagno, operaio, costretto a fare orario ridotto perché altrimenti lo licenziano. Vestono con quello che trovano, non hanno la colf, a pensarci bene in questo momento non hanno proprio niente. Anche l’automobile s’è rotta e lui per lavorare deve prendere tre mezzi pubblici partendo all’alba. Non votano più da tanto tempo. Per loro i politici sono tutti uguali e ogni tanto vorrebbero anche avere il diritto di arrabbiarsi.

La prima donna incontra l’altra in strada. Saluti e cordialità, la borghese garbatamente volge verso l’auto. L’altra prende la bicicletta e ha un paio di chilometri da fare. Manco fosse fatta apposta si incontrano al supermercato. La radical/chic dà una moneta al ragazzo nero che sta all’ingresso e che vende accendini, fazzolettini e ombrelli. Lei fa la signora e rifiuta di prendere la merce. Di quelle cose lei non ha bisogno. Ma ci teneva a fare sapere al mondo che non è razzista.

L’altra donna parcheggia la sua bici, ignora il ragazzo e in ogni caso non avrebbe moneta da dargli. Lo guarda sapendo che lui e lei hanno tantissimo in comune. Sono precari allo stesso modo. Lui è precario in una terra straniera e per certi versi inospitale. Si incontreranno in piazza, prima o poi, a rivendicare gli stessi diritti.

Dentro il supermercato la borghese compra tutto biologico e costoso. Prende produzione il più possibile certificata, poi compra qualcosa di costoso al banco del pesce e infine aggiunge un vino bianco e procede alla cassa.

L’altra prende quello che trova con lo sconto. Risparmia su molte cose per permettersi un po’ di verdura e qualche frutta. Sostituisce carne e pesce con i legumi e infine prende un paio di bottiglioni d’acqua perché a casa sua dal rubinetto viene fuori un liquido giallastro.

Tornate a casa quella benestante consegna la spesa alla colf e poi siede al computer per commentare un po’ di news sparate su una pagina di facebook. Una di quelle news parla di precari in piazza. La benestante, ovviamente, ha qualche cosa da ridire e suggerisce soluzioni prive di conflitto e in accordo con le istituzioni.

Quella precaria cucina, rassetta, prepara e poi anche lei siede al computer e sul web commenta la stessa, identica, notizia e spera tanto che i precari raggiungano uno scopo, abbiano una buona idea, realizzino qualcosa.

La benestante trova il plauso delle persone che la leggono perché avanza una critica di sinistra, antifascista, per legittimare una modalità istituzionale neoliberista che ha tanta voglia di rimuovere il conflitto senza parlarne neanche per due secondi.

La precaria, invece, subisce critiche perché non si può essere così superficiali con chi potrebbe rappresentare perfino un pericolo per la democrazia. Dunque a lei si imputa che non è abbastanza di sinistra e che al contrario sarebbe populista.

Entrambe le donne poi spengono il computer. La prima va a cenare con un piatto a base di pesce, beve il suo bicchiere di buon vino e siede sul suo divano comodo scambiando qualche parola con i figli. L’altra prende il suo piatto di verdure e legumi, ascolta il dibattito televisivo e il suo compagno la sente bestemmiare, perché “questi qui dicono sempre le stesse cose… che vadano ‘affanculo“.

La prima va a dormire con la convinzione di aver dato un grosso contributo alla democrazia. La seconda, invece, ha da risolversi il problema di poter parlare da precaria senza essere additata come un pericolo per la comunità. Ché anestetizzare conflitti e ribellione per lasciare sempre che le parole garbate di “buon senso” siano proferite da ricchi/e e benestanti produce asimmetrie. Di potere. Cioè: sei tu che decidi per me perché io sono troppo povera per dire, raccontare, per avere il diritto di dissentire. Sei tu che sei così pacata, imparziale, dall’alto della tua condizione economica privilegiata, al punto che pensi di avere anche il diritto di togliermi parole, rabbia, pugni chiusi puntati dritti al cielo.

Il giorno dopo le due donne si incontrano ancora per la strada. La benestante chiede “come va” e l’altra risponde “di merda, grazie!“. Vedendo la vicina un po’ delusa la precaria aggiunge: “inutile che chiedi *come va* se poi non vuoi sapere la verità… ed è la verità che offende le persone come te… una verità che non vi piace se ve la sputiamo addosso, se la raccontiamo senza filtri, perché da quella verità emerge solo una cosa… che io e te non siamo uguali e che a me della tua elemosina non me ne frega niente… perciò… quando vorrai davvero sapere come sto rifammi la domanda ma sappi, già fin d’ora, che io non sarò tenera. Non lo sarò per niente!

Ps: è una storia di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose, persone, è puramente casuale. E’ chiaro che non si intende produrre alcuno stereotipo. Esistono persone benestanti che sono grandiose e persone precarie pessime. Prendetela per quel che è. Solo una storia. 

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14 pensieri riguardo “Asimmetrie”

  1. Bellissima storia.
    Anche se è tutta al femminile mi sono sentito in qualche modo “chiamato in causa” direttamente, perché in fondo penso che finché i “borghesi benestanti” come me non avranno non soltanto capito, ma proprio introiettato che cosa vuol REALMENTE dire fare una vita “precaria”, con tutte le angosce e le frustrazioni e il senso di impotenza e la perdita di futuro e speranza, non abbiamo speranze di uscire da questa maledetta crisi.
    Perché il problema è che, malgrado tutto, la nostra società è ancora sostanzialmente benestante, e i “precari” sono ancora una minoranza, e questo produce l’illusione diffusa che possa continuare sempre ad essere così, che questa massa di “precari” sia solo una minoranza di sfigati, una marginalità statistica inevitabile, un sottoprodotto di scarto di una società del benessere, che tale sostanzialmente rimarrà nei secoli dei secoli, amen.
    E invece amen un cazzo, perché non si è capito che è in atto un mutamento epocale, un lento scivolamento verso la precarietà, anzi addirittura la povertà, una specie di bradisismo sociale che ci coinvolge TUTTI. Perché alla borghese benestante di cui sopra basta perdere un lavoro, suo o del marito, per ritrovarsi improvvisamente ricatalogata tra i “precari”, e questo può succedere a tutti, è tutt’altro che un fenomeno marginale.
    Oggi tocca ad un conoscente, domani ad un vicino di casa, dopodomani a qualcun altro, intanto io continuo a vivere la mia vita tutto sommato tranquilla… Ma quando poi toccherà A ME, ci sarà qualcuno a solidarizzare, a chiedersi qual è il senso di tutto ciò, a scendere in piazza insieme a me?
    Difficile che ci sarà, se continuiamo a farci distruggure il futuro “a truppe sciolte” come oggi, uno per volta, se non ci convinciamo che una società è tale se da convivenza sa farsi collettività, che è cosa ben diversa.
    Se non capiamo che una collettività NON DEVE TOLLERARE che neppure uno su centomila diventi “precario”, perché quando quello ha perso la sicurezza, non è solo lui ad aver perso qualcosa, è TUTTA LA COLLETTIVITA’ che ha perso.
    E, aggiungo, questi non sono solo bei discorsi sociologici. Dietro a tutto ciò ci sono concetti e realtà ECONOMICHE, ben precise e fondate sulla realtà. Anche dal punto di vista economico, in una società in cui aumenta la disoccupazione il problema non è solo di chi ha perso il lavoro, ma di tutta la società che vede il suo benessere globale contrarsi e diminuire.
    E infine, se proprio non vogliamo pensare in termini di “quando poi toccherà a me”, perché tanto immaginiamo che la trasformazione in atto sia troppo lenta per coinvolgerci, come possiamo non pensare a “quando poi toccherà ai miei figli”?

  2. E’ vero, la storia è tutta al femminile ma potrebbe anche essere tutta al maschile, oppure al maschile e al femminile o viceversa. I protagonisti avrebbero potuto essere due uomini, uno ricco e l’altro povero, oppure un uomo ricco e una donna povera oppure ancora una donna ricca e un uomo povero.
    E’ una storia che parla di diseguaglianze e di ingiustizie, cioè delle contraddizioni insanabili del sistema capitalistico. E’ una storia inventata che descrive però la realtà vera, quella di decine di milioni di persone solo nel nostro paese. Non è una storia di appartenenza sessuale, è una storia di classe. E’ una storia che ci dice che non ci sono oppressori e privilegiati uomini, in quanto uomini, e oppresse e discriminate donne, in quanto donne. E’ una storia che ci spiega che la diseguaglianza e l’oppressione di classe sono trasversali ai sessi e appartengono, o meglio, ne sono vittime, sia gli uomini che le donne. Se questo è vero (e io sono convinto che sia vero) che senso ha il femminismo? Che senso ha continuare a ripetere quella che, alla luce di quanto detto, appare come una evidente menzogna, e cioè che le donne in quanto donne sarebbero oppresse e discriminate? Chi ha interesse ad alimentare e a diffondere questa menzogna? A mio parere la risposta è molto semplice ma preferisco che le persone se diano da sole…P.S. questo commento non vuole nel modo più assoluto essere una polemica o una provocazione. E’ soltanto una semplicissima deduzione logica che scaturisce inevitabilmente dalla lettura dell’articolo (condivisibilissimo)

    1. Te la faccio dire da Wu Ming:

      “La contraddizione di genere ha che fare con la divisione del lavoro in base al genere, con la guerra tra poveri in seno al contingente degli sfruttati (lo sfruttato che sfrutta la sfruttata), con un colossale monte-ore giornaliero planetario di lavoro (quello domestico) che non viene riconosciuto come tale e non viene retribuito perché è considerato parte della “naturale” divisione dei compiti tra i generi (è “naturalmente” compito della donna dedicarsi a certe mansioni e non altre). Sessismo e razzismo sono principii regolatori inconfessati del mercato del lavoro, servono a stabilire gerarchie tra i lavoratori, e quindi antirazzismo e antisessismo sono parte della lotta di classe. Bisogna avere un’idea ben riduzionistica del “lavoro” per pensare che la contraddizione di genere sia esterna alla tematica.“

      e il resto lo racconto qui.
      https://abbattoimuri.wordpress.com/2013/08/27/la-contraddizione-di-genere-e-il-conflitto-di-classe/

      L’asimmetria di genere esiste così come esiste l’asimmetria tra diverse etnie. In questa storia io ho parlato di due donne ma avrei perfettamente potuto mostrare una asimmetria di genere che si realizza nel bel mezzo di una asimmetria di classe e anche di etnia. Dopodiché diverso dire che vi siano donne e uomini allineati al neoliberismo che usano questioni su discriminazioni di genere per anestetizzare le stesse donne (precarie) o per legittimare altro ma questo non vuol dire che tali discriminazioni non esistano. Perché esistono. E dire il contrario diventa semplicemente “utile” a chi, appunto, paventa il pericolo rappresentato da orde di negazionisti ragion per cui io che allineata al neoliberismo non sono devo ripiegare sotto l’ala protettiva di femminismi istituzionali/capitalisti per avere il diritto di manifestare la mia protesta e di denunciare quello che io, mi@ figli@, qualunque donna io abbia attorno, viviamo sulla nostra pelle.

  3. Ottima narrazione di vissuti quotidiani intrisi di cinismo sempre più sfacciato. Viviamo in una società dove l’apparenza è amplificata al massimo a discapito dell’essenza.

  4. Partendo dall’idea che il testo non si discosta molto dalla realtà : i benestanti ( e non!!) che non hanno proprio voglia di sentirsi dire la verità, i problemi seri quotidiani e che preferiscono chiacchiere da portinariato o di shopping, o l’ultimo aperitivo e il viaggio figo… La poveretta che campa di stenti e frustrazioni…purtroppo una realtà. Ma.. Schematizzare o inquadrare in una corrente politica mi sembra veramente una cazzata! Qui a Milano il primo caso non ha partito preciso: ci sono le finte sinistroidi raccomandate bio-vegane-puttanate varie e le fighette di destra sushi-diete super e chi più ne ha più ne metta. Le poveracce non hanno partito, ci sono le ignorantissime che sparano tante sciocchezze sentite dal compagno fascista, quelle di sinistra che votano con il naso turato…ecc. in oltre l’autore del testo…s che abbia il coraggio di firmarsi, anche per un confronto…

    1. Hai ragione, ma infatti io dicevo che non volevo veicolare stereotipi. E’ che effettivamente mi viene semplice parlare di un mondo che conosco. Le “fighette” di destra io non le conosco. E non frequento ambienti fascisti. Perciò mi viene più semplice rilevare contraddizioni in un mondo che per un motivo o per un altro ho conosciuto.
      Ma se tu hai conoscenze differenti dimmi pure. Non è che io sia qui a santificare la destra. Anzi. Sono qui a svelare, semmai, destrismi celati anche a sinistra. In quanto alla firma, l’identità di rete non è anonimato e l’identificazione/schedatura mal concilia con la privacy. 🙂 D’altronde anche tu, vedo, utilizzi un nickname.

  5. @Fabrizio Marchi: Io sono nata in Italia da genitori italiani. Sono una persona in condizioni di marginalità economica e sociale. Questo non mi impedisce di riconoscere le discriminazioni che possono investire chi – ad esempio – vive nel mio stesso paese ma è figlio di immigrati, o vi è appena arrivato da uno stato non comunitario, o vi lavora da anni ma rischia l’espulsione. Esistono molti razzismi. Non credo sia vittimistico osservare che alcuni di questi si basano sul genere sessuale di appartenenza, quasi sempre per sostenere la divisione tradizionale dei ruoli che secondo me non fa bene a nessuno, ma è particolarmente limitante e oppressiva per le donne.

  6. La storia, però, è incompleta: la precaria ha anche un altro problema.
    Accanto a quelli che le spiegano che deve essere buona e accomodante e pacifica, e ben più pericolosi di loro, ci sono degli altri, che al contrario la fomentano, e le dicono SVEGLIA!1111, la invitano a fare casino, gridare e minacciare a caso.
    Vogliono usarla come carne da macello, al pari di quelli che la sfruttano giornalmente e la incatenano nella precarietà, anzi, spesso sono proprio quelle stesse persone.
    Ce ne sono tanti, così; hanno fini diversi, ma una cosa in comune: vogliono usare la sua rabbia contro di lei, a vantaggio proprio e dei propri amici.
    Non bastava la precarietà, lo sfruttamento, l’ipocrisia dei benpensanti, no: le tocca difendersi anche da questi agitatori, che cercano di ottenere credito politico a sue spese.

  7. Vivo una vita simile alla precaria in tutto e per tutto, ma la maggior parte delle persone che conosco e frequento, e persino dei miei familiari e parenti, è nelle condizioni della benestante, con un lavoro inamovibile e spesso ben pagato. Per me l’ascensore sociale ha fatto un percorso verso il basso, ma non ho imbarazzi con gli altri, quelli che stanno meglio: non attribuisco colpe generiche per i miei problemi. Sono invece loro, ho notato, ad avere una sorta di coda di paglia sul tema. Cercano a tutti i costi di convincermi che o non mi sono data da fare abbastanza o è stata la sfortuna. Nessuno vuole approfondire, cercare di capire che le cause sono più complesse, che il sistema economico era fallato anche quando sembrava che tutto andasse bene, solo che le fatture le paghiamo oggi e alcuni molto più degli altri. Non vogliono capire, forse perché questo significherebbe interrogarsi, chiedersi perché loro sì ed altri no, ammettere privilegi e intrallazzi, insomma non nascondere a se stessi che loro, i salvati, non sono in assoluto migliori degli altri, i sommersi, e che è necessario fare uno sforzo per capire i motivi di tanta rabbia e desolazione. Rimuovono il tema, non ne vogliono parlare. Li capisco, ma non è giusto.

  8. “La contraddizione di genere ha che fare con la divisione del lavoro in base al genere”. Questa è bella. prova a raccontarla ai miliardi di uomini morti per guerre di conquista o di difesa, in ogni caso in nome dei popoli tutti. Valla a dire ai minatori, ai pescatori d’altura, ai muratori, agli operai di altiforni, ai lavoratori che conoscono lavori insalubri, pericolosi, pericolosi, inquinanti…
    Diglielo che la divisioni in base al genere a te non piace!

    1. Quelle guerre le fanno, oggi, donne e uomini, in nome del capitalismo e di guerrafondai imperialisti che esigono altre ricchezze. Quindi no, non le fanno a nome di tutti. Sicuramente non le fanno in mio nome. E anche quello è un ruolo ripartito soprattutto in base al genere e per quello che mi riguarda apprezzo i disertori in generale. La diserzione dai ruoli di genere sarebbe sempre cosa ottima e sarebbe ottimo perciò anche non negare quei ruoli imposti esistono.
      Tuttavia, ed è una cosa che bisogna dire, qualunque sia il ruolo “di genere” imposto c’è chi troverà, qualunque sia il gradino sociale che occupa, il modo di opprimere qualcun@ che sta più in basso. La persona oppressa dal capitalismo e dunque a me unit@ idealmente da propositi di conflitto di classe, capita sia anche sessista. Perciò le lotte bisogna guardarle in termini intersezionali. Genere, razza, classe, specie. L’una (lotta) non può negare l’altra.

  9. Io invece sono quello colle opinioni borghesi, abituato a discutere e a non lasciarsi mai andare all’incazzatura, considerandola una forma di sconfitta e di resa (e anche quando lo si fa spinti dalla disperazione in fondo è così). Abituato nei dibattiti scolastici e universitari e con una famiglia alle spalle e un discreto benessere almeno fino all’altroieri. Ma probabilmente il precariato si aprirà anche per me: spero di mantenere la mia flemma perché quando ti infuri ti fai tagliare i panni addosso dagli stessi che hanno capito, dalla tua rabbia, che non ce la fai più e che la tua sconfitta è alle porte. Rabbia costruttiva? Quella è una cosa silenziosa e non appartiene alla precarietà, che conosce solo esasperazione. Per metterti a progettare un futuro devi (poterti permettere di) sederti a pensare. Quando tutti saranno ridotti a correre come le servette del teatro non avranno tempo di pensare e forse nemmeno più di infuriarsi (guarda certi cinesi…)

    1. La flemma sistematica di chi mai protesta prepara il terreno per il silenzio abissale e cinico di fronte alle violenze che non devono essere dette. Bisogna far valere i propri diritti con fermezza e immediatezza, altrimenti con il passare del tempo si arriva all’annichilimento.

      1. Chi ha mai detto di non protestare mai? Semmai era in questione come farlo. E penso che le manifestazione davanti al Palazzo siano superate, diventino un grande evento e poi passino senza lasciare granché, sia che siano sfilate tranquille che scontri feroci. Nel primo caso le si vive come la processione del patrono, nel secondo ci sono i soliti arrestati, qualche ferito, molte polemiche, poi tutti tornano a fare la vita solita. La protesta classica una tantum è facilmente assorbibile dal sistema senza scomporsi e i no veri per me sono quelli nei consumi, nelle scelte (per quanto questi nodi scorsoi possano chiamarsi scelte) e nell’eventuale coinvolgimento in associazioni e iniziative. La piazza oggi c’è e domani passa. E dirlo non è un sinonimo di fatalismo indiano.

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