Antifascismo, Comunicazione, Precarietà, R-Esistenze

#Forconi: archiviarli come “fascisti” è utile al dibattito a sinistra?

Ci rassicura, certo, pensare che la gente scesa in piazza sia solo un magma combinato di fascismi. Ci rassicura e soprattutto ci conforta prenderne le distanze perché ci basta seguire a ruota la semplificazione che del fenomeno danno i media mainstream, gli stessi che in questi giorni difendono propri giornalisti ma non perché non credono alle gogne, così almeno mi pare, piuttosto perché credono che le criminalizzazioni e le gogne sono buone solo quando le fanno loro (vedi le cose scritte contro NoTav, movimenti di sinistra e varie e vedi stile comunicazione di uno del Pd).

Sono le stesse testate che grazie a un “aiuto, i fascisti” archiviano la precarietà, il conflitto, i disagi della gente. Gli stessi che se domani siamo in piazza noi, quell* di sinistra, dicono “aiuto, i terroristi” e dunque quel che è chiaro è che il dissenso a loro non piace proprio mai, mentre il centro-sinistra e il Pd si ergono a paladini della democrazia, sono legittimati a produrre campagne di demonizzazione e criminalizzazione a destra e a manca, contro compagn* che per via di quella demonizzazione pagano, in denunce, galera, vite interrotte. Compagn* ai/alle quali si dice sempre che non devono lottare mai, in nessun caso, e possiamo anche fare finta che tutto il mondo attualmente in piazza abbia una jaguar o che si tratti di minacce eversive per la democrazia, ma se ci guardiamo attorno non possiamo fare a meno di vedere che in ogni famiglia c’è una persona che vive guai immensi, che fa la questua tra parenti per scampare, se non è già arrivato, il fallimento, lo sfratto, il suicidio.

Gente impotente, pensionati senza pensione, lavoratori e lavoratrici senza lavoro, persone senza braccia, gambe, vita, spezzati NON dalla crisi, che è una parola vaga, astratta, che non riconduce mai a nessuna responsabilità, ma da chi quella “crisi” la gestisce rifondendo soldi a ricche imprese e banche e togliendo tutto alle persone come noi.

E dunque anche i dibattiti a sinistra, di cui rispetto lo sforzo di coerenza, la decisione di presa di distanza, quando arriva dritta da compagn* che vivono la stessa disperazione e lottano ma in modo diverso, quando quelle discussioni coinvolgono invece la parte borghese, radical chic, le burocrazie di partito, gli impiegati e le persone con lavoro certo e stipendio sicuro, mi sembrano abbastanza superficiali. Anzi. Mi sembra che si voglia archiviare presto un fenomeno e con esso anestetizzare (ancora) e ignorare la rabbia, la spinta che arriva dal basso e che certo può essere raccolta e cavalcata ma nessuno l’ha inventata. E ignorarla è la pratica ricorrente di una pseudo sinistra che non è neppure più tale e che vive la politica dalle stanze dei bottoni, assieme a molti altri politici, a non capire più che cosa succede al proprio vicino, l’ortolano, il carnezziere, l’ambulante, il fioraio, il precario, l’operaia, lo studente, la cameriera, la grafica part time sfruttata da qualche parte, la centralinista e segretaria, la commessa, la disoccupata, la lavoratrice a progetto.

Ed è il fatto di ignorare e demonizzare quella spinta, questa richiesta, la disperazione, rimossa da gente sorda che continua a rincorrere il mito della banca centrale e della moneta unica per realizzare un neoliberismo in salsa securitaria, repressiva ed europea, è questa cosa qui che diventa causa di fascismi, nazionalismi, familismi.

Questa gente di governo che si permette di dare lezioni di democrazia mentre tolgono dalle nostre tasche tutto quello che c’è da togliere. Queste persone che mentre la ribellione cresce invocano la repressione, richiamano all’ordine le divise per paura che il palazzo sia ancora oggetto di critiche, perché il palazzo e i suoi abitanti non possono essere contestati, ne va della democrazia, del futuro, della loro carriera.

Non mi riconosco in moltissime azioni e in moltissimi dei messaggi che vengono rivolti oggi nelle piazze ma quando leggo e sento la parola “populismo” mi viene il voltastomaco perché mi suona proprio uguale al termine “buonismo” quando c’è da parlare di immigrati. Come dare valore negativo a quello che invece è positivo. Lottare per i diritti degli immigrati non è “buonismo” e stare a sentire le voci di chi vive miseria e guai sulla propria pelle non è “populismo”.

Come dovremmo chiamarla la politica dei partiti di governo? Imprenditorismo? Ricchismo? Borghesismo? Elitarismo? Ché se parli sempre di cifre e privilegi da riconoscere a politici che parlano e parlano e fanno a scarica barile, a dire “è stato il governo, quello che c’era prima o quell’altro ancora”, “non è stato nessuno”, finirà che è sempre tutta colpa della gente che se ha dato un voto, eccerto, ha da pagare pegno. Ma il fatto è che la metà delle persone con diritto di voto non hanno neppure più votato e sempre meno voteranno e dunque non si capisce di che parlano, che cosa dicono, con chi ce l’hanno, da chi si sentono legittimati e perché mai continuano a invocare rispetto per le istituzioni quando la prima mancanza di rispetto arriva giusto da chi quelle istituzioni le usa per blindarvisi dentro, sfuggendo a critiche e dissenso, archiviando il povero cristo che per avere udienza presso qualcun@ ha da portarsi dietro una tanica di benzina e darsi fuoco…

Quello che voglio dire è che rifugiarsi sotto l’ala protettiva del governo e del Pd per raccontare che non c’è altra dimensione storico/politico democratica che si possa vivere è secondo me una grande sciocchezza. Ché quelli sono abituati ad agitare il nemico esterno per riportarci tutti quanti sotto quella pessima ala perché da sempre vogliono un pianeta fondato sul bipolarismo, il presidenzialismo, il se non sei con noi sei “estremista”, e allora mentre anche noi lasciamo che le analisi scorrano basandoci sul grosso pericolo rappresentato da questa gente in piazza in fondo non facciamo che legittimare la posizione di quelli che la prossima volta chiameranno eversivi pure noi.

Non strizzo l’occhio, non ho nulla a che fare coi fascismi, e neppure coi piddismi, ma quando mio padre, antifascista dai tempi della guerra, sente parlare un tizio in piazza, massacrato di debiti, disperato, e dice “comunque lui ha ragione” io due domande me le devo fare. Devo.

Perché altrimenti tappiamo naso e orecchie e comprendiamo la povertà soltanto se è targata coi nostri ideali, rifiutiamo di parlare con la vecchina pensionata che tra un po’ viene sfrattata perché l’altro anno ha votato berlusconi, smettiamo di andare a comprare il pane, le verdure, le pietanze dal piccolo bottegaio di destra che sopravvive ai grossi supermercati e rifiutiamo di accettare gentilezze dalla vicina di casa apolitica che racconta dei guai del figlio e si dispera dalla mattina alla sera.

Il punto è che chi vive tra le persone quelle persone le vede. Se vivi nei palazzi o con il culo al sicuro puoi anche permetterti di urlare “aiuto all’eversione” e continuare a percepire il tuo stipendio.

Possiamo fare due scelte precise, a costo di essere impopolare: la prima è starcene a guardare mentre, se cresce la protesta, arresti e repressione costeranno anche sulla pelle di questa gente. La seconda è posizionarci in una zona in cui né fascismo né partiti istituzionali e governo facendo ben attenzione a non prendere le distanze dalle singole persone che si ribellano.

O forse che credete che in Turchia, in Spagna, ovunque, la gente che era in piazza aveva letto tutta quanta Karl Marx? Sapete che non è così. La domanda è allora: come si fa a non legittimare fascismo senza delegittimare il conflitto di classe?

Deleghiamo la critica, appunto, ai media di partito e di governo che hanno tutto l’interesse a rimuovere e demonizzare quel conflitto? Replichiamo in maniera virale gli scoop formato media di regime con il tizio in jaguar e “attenti al pericolo fascista” legittimando i corporativismi a protezione del governo e delegandogli la difesa della “democrazia”? Ci sforziamo di raccontare un po’ di cose noi guardando zone grigie che nessuno vuol vedere? Produciamo critica indipendente che parli un linguaggio che racconta la nostra lotta?

Per esempio: se chi è dalla parte di chi lavora insulta commercianti o entra dentro una libreria dicendo di voler dare fuoco ai libri, a parte il fascismo in se’, non sta praticando lotta di classe. Chiariamo a noi stess* quel che la lotta di classe è.

Lotta di classe non è far chiudere una persona che ha bisogno di restare aperta per campare, ché non puoi parlare di crumiraggio e non puoi infondere coscienza di classe con gli insulti. Lotta di classe non è l’occasione per evocare governi militari perché quella roba lì si chiama golpe e un golpe che detronizzi gente eletta in parlamento per dare vita a un governo autoritario in altre nazioni si chiamava dittatura e aveva sempre molto in comune con il capitalismo. Se parli di lotta di classe e inneggi alla sacra famiglia (italiana) significa che non sai che uno dei principali capisaldi del capitalismo è quello di usare le famiglie come ammortizzatori sociali e dentro le famiglie assegnare ruoli di produzione e riproduzione in base ai sessi di modo che non solo si rimuove la lotta di classe in nome di faccende/valori/impegni superiori ma si riproducono anche norme e stereotipi di genere.

Se parli di lotta di classe e anticapitalismo strizzando l’occhio a militari che reprimono, da sempre, il tuo dissenso, non hai ben capito come sta messa la gerarchia di poteri. E questa cosa della gerarchia di poteri non la puoi ignorare, ché non è vero affatto che io e il poliziotto siamo uguali. Intanto perché io sono precaria e lui ha uno stipendio fisso, ma anche perché lui è pagato per segnare i limiti del mio dissenso e ha il potere di reprimermi, denunciarmi, mentre io ho da chiedere mille permessi e autorizzazioni per manifestare e non è detto che li ottenga.

Se parli di lotta di classe e non realizzi intersezione con quel che riguarda i generi e le altre etnie/culture ti sei pers@ un importante pezzo, perché quelli che in questo momento sono più sfruttati tra gli sfruttati, per esempio, sono proprio i migranti, rastrellati, deportati in massa, usati dalle società neoliberiste per aiutare la produzione a basso costo e poi lì a viversi guerre tra poveri istigate da chi invece che dirigere la lotta contro chi quel sistema lo domina dirige la rabbia sociale contro altri esseri umani. Perciò il razzismo, la xenofobia non possono mai essere riconosciuti come segno di lotta anticapitalista.

Parlare di lotta di classe richiede uno sforzo in più. Uno sforzo oltre la rabbia, che includa ascolto, condivisione delle pratiche, narrazione corale, collettiva di mille voci differenti, senza appiattimenti né omologazioni, e non amando bandiere di partito direi che imporre il tricolore in una fase in cui non stiamo certo passando da una monarchia a una repubblica suona un po’ stantìo e vuole comunque imporre una appartenenza.

Insomma, definiamo quello che per noi è o dovrebbe essere. Ma diciamolo. Raccontiamolo, a parte dire che quello che vediamo in piazza non ci piace, ché non possiamo lasciare che sia Letta o il Pd a rappresentare la nostra visione delle cose.

Un po’ di analisi da farvi leggere, con svariate posizioni, tutte rispettabilissime, molte delle quali ragionano della specificità torinese.

Segnalo una riflessione di Infoaut.

Gabrio – #9dic. quel che è sicuro è che non è un pranzo di gala

Dinamo Press – Cosa evocano i Forconi

Incroci De-Generi – Sull’esplosione di forche e tricolori. Un report da Torino

Quaderni di San Precario – I nodi vengono al pettine: i “Forconi” a Torino

One Big Onion – Forconi a Torino. Un primo tentativo di analisi a caldo

Irradiazioni – Il forcone e il capitale

Marco Revelli – L’invisibile popolo dei nuovi poveri

Leggi anche:

#9dic #forconi: commenti e report dalla piazza torinese

La comunicazione secondo il Pd: loro il Bene, tutti gli altri sono il Male!

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8 pensieri riguardo “#Forconi: archiviarli come “fascisti” è utile al dibattito a sinistra?”

  1. Rivoltarsi in epoca di crisi
    Il sistema di produzione capitalista è in crisi. Ed è in questo contesto che nei paesi del sud dell’Europa, dalla Grecia al Portogallo passando per la Spagna sono nati, negli ultimi anni, dei movimenti di protesta. Salvo alcune proteste localizzate e legate a delle rivendicazioni specifiche (la lotta dei Notav, per citare una delle più mediatizzate, o quella dei lavoratori della logistica, per citarne invece una delle meno mediatizzate), nessun movimento contro la crisi ha preso piede in Italia. Fino a quando, ai primi di dicembre, dei cittadini più o meno comuni (non è semplice, considerata l’assenza di valide inchieste giornalistiche, dare un volto e una storia a queste persone) si organizzano in una rete capace non solo di dare vita a dei blocchi, ma di farlo contemporaneamente in diverse città d’Italia.
    Le cronache si concentrano sul numero di incroci stradali bloccati e la sinistra – questo termine deve considerarsi come distinto da quello di «centro-sinistra» – si domanda se i poliziotti si siano davvero tolti il casco oppure no.
    Non si sa molto sulle ragioni concrete che hanno portato queste persone a scendere in strada e, ancora meno, sulle loro storie. Quello che importa veramente è che delle persone non politicizzate si sono mobilitate, si sono mosse, hanno dimostrato il loro malcontento. Certo, dei gruppi di estrema destra hanno preso parte alle manifestazioni; ma non si puo’ considerare che, nel suo insieme, si trattasse di una mobilitazione di sole teste rasate.
    In epoca di crisi economica, quando è teoricamente più difficile mobilitarsi; in un contesto in cui le parole lotta, conflitto e mobilitazione sono state screditate (criminalizzate) da 20 anni di berlusconismo; dopo che il centro-sinistra e gran parte delle organizzazioni sindacali si sono impegnate a cancellare queste parole dai propri dizionari, delle persone scelgono di scendere per strada.
    Unico oggetto in grado di unire i malcontenti nell’epoca dell’individualismo: la bandiera italiana. Quel tricolore che rappresenta un’appartenenza nazionale che in momenti di crisi costituisce l’elemento federatore più imporante, il più semplice da utilizzare, il più pericoloso.
    Non ho i mezzi e non mi interessa, per il momento, procedere a un’analisi delle dinamiche specifiche di questo movimento. L’obiettivo è un altro: prendere coscienza del fatto che il malcontento per la situazione attuale puo’ trasformarsi in un momento di conflitto.
    Se delle rivolte senza parole d’ordine, o peggio con delle parole d’ordine populiste e qualunquiste, riescono a invadere l’Italia, che ne sarebbe se cominciassimo a parlare di rivendicazioni reali contro le politiche di austerità e contro il lavoro precario? Perché un giovane lavoratore dovrebbe mobilitarsi per un forcone piuttosto che per rivendicare il suo diritto ad avere un salario giusto, delle ferie e delle malattie pagate?
    I blocchi degli ultimi giorni dimostrano che, oggi in Italia, una disposizione alla lotta esiste. Una dispozione che la maggior parte di noi credeva scomparsa o appannaggio di qualche gruppo di militanti di «estrema sinistra» e che invece deve essere analizzata con estrema attenzione.
    La capacità di analisi, essenziale per un pensiero che si definisca di sinistra, stenta a rimettersi in moto dopo decenni di berlusconismo e politiche neoliberiste: un cocktail esplosivo contro la nostra capacità di pensare delle alternative. Ma non limitiamoci a leggere la realtà con delle desuete griglie di analisi. Impariamo a intercettare il cambiamento e ad utilizzarlo. Iniziamo a pensare alla lotta e al conflitto come a qualcosa di possible e realizzabile non solo per chi sventola un tricolore definendosi italiano, ma anche per chi, disoccupato, precario e spesso non italiano, vuole uscire da questa situazione asfissiante e rivendicare un’Italia senza austerità e con delle reali politiche sociali e di redistribuzione.

    1. “Fino a quando, ai primi di dicembre, dei cittadini più o meno comuni […] si organizzano […]”

      Non sono d’accordo. Non credo che si possa parlare più di tanto di autorganizzazione; a organizzare sono stati soprattutto capobastioni, caporali, capetti e ducettini. Delle cui capacità organizzative non abbiamo mai avuto motivo di dubitare.

      “I blocchi degli ultimi giorni dimostrano che, oggi in Italia, una disposizione alla lotta esiste”
      La disposizione alla lotta c’è, c’è sempre, più o meno sotterranea.

      La mia impressione è che le ragioni del “successo”, cioè, della capacità di attrarre adesioni da parte di questi (a parte l’essere padroni e padroncioni) è dovuta sostanzialmente a tre fattori:
      1) finalmente! a chiedermi di mobilitarmi non è una zecca noglobal puzzolente ma una gran brava persona, di quelle a cui baciamo le mani, che fa tanta simpatia!
      2) che palle costruire, discutere, capire, socializzare, e poi dover ricominciare da capo! Qui invece non si discute, non c’è niente da capire, spacchiamo tutto e verrà il bengodi, ci lastricheranno le strade d’oro!
      3) a dieci minuti dalla partenza non li hanno ancora gassati, pestati, fermati, umiliati e denunciati, ma anzi, li lasciano fare i teppisti con malcelata simpatia, dalla tv arriva il plauso delle figure più becere, gli altri al più farfugliano non sapendo che dire.

      Mi stupisce che ci si stupisca del successo della proposta fascioteppista; mi sembrava che fosse già chiaro, e da tempo, che le false soluzioni sono più facili e affascinanti di quelle vere, ben più faticose, rischiose e di lungo termine. E sapevamo già quant’è bello quando ci indicano un nemico più o meno chiaro, gl’immigrati gli europei i banchieri ebrei i politici corrotti (e quei comunisti di merda che ci sta sempre bene).

      Anche per questo non sono sicuro di capire questo post di laglasnost; è chiaro che alimentare false speranze mobilitando contemporaneamente contro nemici fantomatici (Europa, banchieri ebrei) e nemici deboli è enormemente più facile che individuare le contraddizioni, rivedere gli obiettivi, pensare a lungo termine.

  2. “Il centro-sinistra e il Pd si ergono a paladini della democrazia”. Appunto, quale democrazia, ormai?
    “Come dovremmo chiamarla la politica dei partiti di governo?” Oligarchia?
    Non sono d’accordo col modo piuttosto aggressivo e coll’ atto di forza dei Forconi ma vedo bene che è conseguenza dell’esasperazione, che è una conclusione affrettata a partire dalla presa d’atto che i meccanismi democratici non fanno più il loro mestiere (tanto per dire, questo esecutivo non è nemmeno figlio di una votazione di cittadini…)

  3. Ammetto di aver letto solo una parte dell’art, ma per quel che ho letto mi sento di dire che non sono d’accordo. Le manifestazioni di protesta puntano sempre ai palazzi o ai simboli del potere, e non minacciano la gente comune. È una protesta confusa anche nei discorsi dei manifestanti, dicono tutti a casa ma propongono solo il distacco dall’Euro. E chi si è intestato questo movimento, chi lo cavalca? Se questa è la protesta io sono contro…

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