Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#25N – le discussioni antiviolenza, contraddizioni e l’industria del salvataggio

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Cristina Comencini (SnoqLiberescrive un articolo in cui la parola “madre” (o “maternità) è pronunciata circa 17 volte. Le sfugge che il destino delle donne non debba corrispondere alla biologia e che esistono anche le donne trans. Tutto il resto, davvero, è incommentabile.

Per parlare di #femminicidio il Corriere racconta la “guerra” del governo (che i militari, non utili, comunque li ha mandati a presidiare i cantieri Tav in Val di Susa… deve essersi sbagliato) e poi quella di Napolitano che nomina una vittima di violenza “Cavaliere”. Nella giornata in cui tutt* dicono che bisogna fare attenzione alle parole non si trova di meglio da fare che conferire il titolo, per il coraggio eccetera, che di fatto fa coincidere il coraggio con quello di, lo dice la parola stessa, UN cavaliere.

Da due giorni i quotidiani non fanno che dirci che costiamo troppo. I costi quantificati sono in assenza da quello che sarebbe il posto di lavoro abituale che il welfare ci impone, ovvero quello di cura, per un totale di – leggo – 604,1 milioni di euro. Così almeno ci è chiaro il perché i vari governi che si sono succeduti non fanno altro che emanare provvedimenti economici che precarizzano e condannano le donne a restare a casa.

Poi si parla di tanti soldi dati alle forze dell’ordine che per quello che ne sappiamo servono ad armare eserciti che poi trovi in strada con i manganelli in mano quando vai a rivendicare un diritto. Cifre che riguardano le forze dell’ordine, stimate in 235,7 milioni di euro. Tra tribunali, avvocati eccetera si contano 421,3 milioni di euro per l’Ordinamento Giudiziario e il costo per le spese legali che sfiora i 290 milioni di euro. Ci sono anche le spese sanitarie, per un totale di 460 milioni di euro, le cure psicologiche (158,7 milioni) e l’acquisto di farmaci (44,5 milioni).

Carla Ravaioli, saggista che si occupa anche di economia, tempo fa alla presentazione di un suo libro raccontava come non vi fosse industria più redditizia di quella che lucra sulle sofferenze altrui. Perché la sofferenza fa PiL, le guerre (per parlare del termine usato dal governo) risollevano l’economia di un paese, e dunque la morte delle donne uccise, elevata ad emergenza invece che a problema culturale per il quale bisognerebbe parlare di prevenzione, cultura, educazione e reddito, costituisce un mezzo attraverso il quale il denaro circola, i mestieri mestierano, i guerrafondai guerreggiano, i militari militareggiano, etc etc etc.

Il fatto che sia indispensabile nutrire questa industria del salvataggio, che adopera testimoni a legittimarla e si autopromuove con un marketing istituzionale continuo sulla pelle delle donne uccise, e il fatto che nulla può essere detto di diverso da quello che la narrazione dominante impone, è dimostrato dalla schizofrenia militare adoperata nei confronti delle donne quando queste smettono di essere e dichiararsi vittime e decidono di rivendicare e prendere quello che vogliono.

E’ dimostrato anche dai livelli di omertà che insistono a coprire militari quando questi commettono violenza sulle donne, perché facenti parte di un apparato/industria che non può permettersi di perdere consenso tra la gente e manifestare la contraddizione in cui si muove. E’ dimostrato dal fatto che per ogni notizia di cronaca che racconta (male) di una donna abusata l’articolo è sempre accompagnato dalla foto di un mezzo militare, perché altra risposta, lo Stato, il governo, tutti, non vogliono dare se non quella paternalista, securitaria e repressiva.

Qui contraddico Marco Deriu, di Maschile Plurale, le cui dichiarazioni traggo da un post di Marina Terragni. Lui dice “Siamo contro un approccio securitario, paternalistico e vendicativo. (…) La cornice di emergenza rischia di riproporre gli stessi codici maschili che producono la violenza. Si deve evitare di proiettare il problema fuori di sé, intendendolo come “sociale”.

Ricordo a Marco Deriu che a dichiarare di aver “messo in sicurezza” le donne con una legge da tutte ampiamente criticata sono state donne del Pd (o di Snoq), comunque donne, e a meno che non si vuole negare loro il diritto di agire e pensare in senso autodeterminato io direi che non si può parlare di “codici maschili“. Quell’approccio non è parte interiorizzata dal femminile perché altrimenti si sposa ancora un “approccio paternalistico” tra l’altro rifiutato da un altro componente di Maschile Plurale, Stefano Ciccone, che nello stesso post dichiara: “Io credo che la violenza maschile non sia frutto di una natura, ma di una cultura che chiede di essere discussa.

Non è possibile che anche nella discussione pubblica circa chi prende le decisioni (sbagliate) in relazione alla lotta antiviolenza siano vittimizzate anche le donne che avendo potere e opportunità decidono e che mai diventano interlocutrici responsabili in quanto che hanno scelto liberamente cosa votare, cosa proporre e che tipo di mondo immaginare per il nostro futuro.

Dunque esigerei che nella dialettica tra donne, quella che non necessita affatto di rimozione del conflitto e neppure di paternalismi pronti a giustificare le decisioni (sbagliate) delle donne accreditandole, gratuitamente, ai “codici maschili“, si inserisse un ragionamento che smetta di conferire gravità alle scelte sulla base del sesso di chi le assume.

Riassumo ancora su tante cose lette. Lea Melandri rivolge sulla 27esimaora in termini di domanda una mia piena convinzione. La “Giornata” del 25 novembre è diventata puro marketing. Raccoglie dubbi e li problematizza, accolgo il suo ragionamento critico con piacere, e mi spiace solo che concluda con l’appello affinché si crei la “cordata solidale degli uomini buoni” dopo aver tanto parlato di paternalismo. Davvero, cara Lea, dobbiamo ancora appellarci ad un patriarcato buono? So che non è quello che volevi dire ma guarda il risultato. Io trovo interessante che gli uomini facciano un proprio percorso autodeterminato che non sia soggetto a condizionamenti e censure. Trovo interessante che ragionino per se stessi (non per me!) su quello che vorranno essere domani. Che siano loro a interrogarsi, aiutarsi, sviscerare questioni in un confronto aperto ma non per questo subordinato alla mia o alla tua elaborazione. Perché altrimenti qualunque confronto non avverrà tra soggetti autodeterminati, paritari, liberi, ma sarà viziato da una traiettoria comunque segnata solo da alcune. Non un dialogo tra persone ma un percorso di sostanziale recupero di un soggetto che porta in se’ la responsabilità di una malattia sociale con rilascio patentino di eccellenza all’uomo che dice esattamente quello che la femminista vuole sentirsi dire.

Segnalo anche il pezzo, che condivido, di Angela Azzaro che a sua volta ricorda quello che ha scritto Barbara Spinelli, autrice di un libro sul Femminicidio, che a proposito della legge 119/2013 (pacchetto sicurezza e non legge sul femminicidio) dice: “Le donne devono essere protette da se stesse, si è detto nell’emiciclo, e questo, se la retorica del femminicidio non ci avesse annebbiato le menti, ci avrebbe dovuto far scendere in piazza furiose.

Poi, per fortuna leggo anche molti altri articoli, interessanti, che finalmente mettono in dubbio lo stereotipo della donna vittima e si pongono il problema di dover restituire a tante donne, vittime incluse, quanto meno l’immagine di forza che è a loro dovuta.

E di cose belle tra ieri e oggi ne sono state scritte e ne sono avvenute tante, per fortuna.

Date un’occhiata ai comunicati che indicono iniziative (o anche no) a Palermo, Roma, e ancora RomaMilano, Bologna, Torino. Alle riflessioni di un anarchic@. Alle azioni messe in atto dalle Cagne Sciolte che sono in giro a riappropriarsi degli spazi (inclusi quelli di parola) nelle città. Alla resistenza in solidarietà delle Pussy Riot che stanno in galera perché hanno cantato una canzone contro patriarcati russi, ché il Papa oggi accoglie Putin e questo dovrebbe farci piacere. Al ricordo di Maria Occhipinti che con i militari non voleva avere proprio nulla a che fare. Alle compagne che sfidano la militarizzazione dei territori, non stanno lì in adorazione dei tutori, e perciò vengono punite. All’azione di alcune donne, precarie e migranti, che a Firenze hanno occupato una casa perché sono stanche di chiedere e vogliono “prendersi tutto”. A tutte le donne autodeterminate che sfidano poteri e lottano per acquisire autonomia io dedico un abbraccio forte, perciò vi lascio con il comunicato delle occupanti fiorentine che secondo me racconta meglio e bene tutto quel che c’è da raccontare.

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Stanche di chiedere, ci prendiamo tutto (occupazione in via Pier Capponi)

Siamo un gruppo di donne partite da paesi diversi ma arrivate nello stesso posto. Siamo arrivate in Italia, a Firenze e ci siamo conosciute attraverso il Movimento di Lotta per la Casa che mette a disposizione spazi aperti al confronto tra persone che vivono quotidianamente la precarietà abitativa.

Ci sentivamo infettate dalla stessa malattia…la povertà.

Nella società di oggi se non hai soldi per pagare anche l’aria che respiri vieni trattata dalle varie istituzioni come se stessi soffrendo di uno strano morbo, per il quale devi essere controllata a vista, curata, internata in case di accoglienza che sembrano carceri.

Proprio come se la povertà fosse una malattia e il controllo sociale una cura.

Probabilmente, inizialmente ci andava anche bene essere “curate”, dato che non abbiamo l’infinito credito disponibile, che serve oggi per sopravvivere; ma la cura che ci vogliono dare è una cura paradossale: una cura senza guarigione.

Infatti sono sempre di più le persone che si trovano per strada: donne, uomini e bambini; italiani, marocchini, rumeni, nigeriani, ghanesi, palestinesi e tanti altri.

E’ evidente che questa cura non funziona: sempre più persone finiscono nelle fredde strutture di accoglienza, dove il privato sociale si arricchisce su di loro, senza fornire nessuna prospettiva di vita dignitosa.

Le strutture di accoglienza sono luoghi in cui veniamo trattate come ospiti, e spesso nemmeno graditi!

Non possiamo vivere liberamente con orari in cui entrare e uscire, senza la possibilità di invitare amici o cucinare; sottoposte a continui ricatti e regole assurde.

Noi non siamo malate e non ci piace il ruolo della vittima.

Anche se siamo sole con i nostri figli, abbiamo deciso di reagire e condividere le nostre esperienze, perché ci saremmo ammalate davvero, se non avessimo trovato il coraggio di riprenderci insieme la nostra libertà.

Noi vogliamo un luogo di pace e armonia, dove sentirci autonome e felici. Dove poter avere i nostri spazi e invitare i nostri amici. Una casa dove nessuno speculi su di noi a la nostra condizione: è chiedere troppo? A noi non sembra. E’ possibile che il denaro sia il requisito necessario per essere libere?

Noi che siamo stanche di chiedere, abbiamo deciso di inziare a prenderci ciò di cui abbiamo bisogno: spazio e libertà. Per questo abbiamo deciso di occupare uno stabile vuoto da anni, per vivere insieme e avere finalmente una casa, senza dipendere da nessuno.

Invitiamo tutti e tutte a passarci a trovare all’occupazione di via Pier Capponi!

Prima di tutto Donne, con il sostegno del Movimento di Lotta per la Casa.

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