Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze, Violenza

Dei diversi modi in cui si declina la lotta contro la violenza sulle donne

Scrive una commentatrice sotto il mio ultimo post su Il Fatto Quotidiano:

Tutto continua e non cambia mai niente. Almeno fin quando (non si inizierà) a rifiutare certi stereotipi, a non riconoscersi nelle immagini che ci vengono proposte (come quella della “vittima” “bisognosa di protezione”). L’autodeterminazione fa quasi più paura alle donne stesse che agli uomini. E’ così, per conformismo, per il timore di sentirsi diversi o giudicati, si accetta il pensiero comune, dando per scontato ciò che non lo è affatto (per esempio che bisogna essere “famiglia”, per essere felici o che in quanto donna, hai bisogno di un “protettore” eccetera).

Parto da qui, segnalandovi anche il post di Mila Spicola che pubblica un articolo al giorno basandosi su questi presupposti:

Nella settimana precedente il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ho deciso di postare una immagine femminile positiva al giorno, nessuna donna pestata, messa in un angolo, picchiata. Perchè è una narrazione che alimenta uno stereotipo di debolezza femminile, falsata in concetti di debolezza e forza fisica, che travasano subito in debolezze o forze di comportamento, da proteggere e tutelare, o recintare, al quale mi oppongo fermamente. Scelgo esempi di autodeterminazione, di libertà, di forza, di positività, anche di negatività, perchè no. Ma libera. Se gli uomini, l’opinione pubblica, la narrazione corrente,  hanno la forza di reggerla, l’autodeterminazione delle donne bene, se no il problema è loro. Fuori dagli schemi, fuori dagli stereotipi, lontane dalla violenza. E anche uno stereotipo lo è.”

In alcuni luoghi, Giusy mi parla di Firenze, per esempio si eviterà di parlare di fragilità delle vittime. Si comprenderanno nella narrazione le vittime prostitute, trans, lesbiche.

Poi c’è chi mette in discussione la faccenda dello Sciopero delle Donne (se ne era parlato anche qui) che se finisce per essere il carro sul quale si muovono parole d’ordine che troppo ragionano di lavoro di cura rischia di fare da megafono alla narrazione dominante in stile Cgil, Pd, per quanto l’iniziativa parta da donne che stimo e non ve ne sia alcuna intenzione.

Ma è un racconto ricorrente quello che a partire dalla viceministra Guerra parla di costi economici della violenza sulle donne intendendo che le donne smettono di essere “risorse” nel momento in cui vengono uccise. Risorse per chi? Per lo Stato, per il mercato, per il welfare familistico familiare. Dunque le donne devono essere tenute in vita in quanto mogli, madri, dedite al ruolo di cura e dato che decreti e ragionamenti vari si riferiscono soltanto a quella tipologia di vittime, senza fare attenzione a distinguere sulle cause come invece fa Bollettino di Guerra, ché se non fai attenzione alle cause si vede che vuoi fare solo marketing e nulla più, lo sciopero io non capisco a chi esattamente sia rivolto, contro quale datore di lavoro? Il marito? Lo Stato? Del tipo: se mi picchi i piatti te li lavi tu? Oggi ad accompagnare il bimbo a scuola non ci vado? Smetto di fare la precaria per un giorno, di mandare curriculum e rispondere ad annunci di lavoro? Di che realtà parliamo se non si pone l’accento sul fatto che le donne devono essere economicamente indipendenti fuori dai ruoli assegnati per tenere in vita il welfare? Di che sciopero parliamo con un sindacato che parla il linguaggio della flessibilità e della conciliazione lavoro/famiglia lasciandoci intendere che la precarietà possa addirittura essere un vantaggio per meglio valorizzare la nostra biologica differenza?

Per muoverci al di fuori dalla prospettiva istituzional/borghese di quelle che sono state definite ancelle del neoliberismo è mia opinione si debba spostare il discorso altrove. Io esigo diritti, reddito e casa, perché sono persona e non perché sono una potenziale vittima di violenza, perché anche questo diventa un ragionamento funzionale a logiche che tendono a separare istanze di tutte quelle realtà militanti e movimentiste che in questo momento assediano palazzi del potere e delegittimano il ruolo che gli stessi sindacati istituzionali hanno.

Diventa il modo per appropriarsi di parole d’ordine e normalizzarle per continuare con le prove tecniche di anestesia delle precarie.

E per mio conto io penso alle donne che oggi saranno a fare #sollevazione #NoTav chiedendo #reddito e #casa a Roma e ovunque. Basti sapere che se quelle donne in piazza e sui media provano ad esprimere parere diverso rispetto ai poteri che poi dicono di volerle “tutelare” vengono insultate, offese, mediaticamente pestate. Perché se non fai la brava vittima funzionale a chi ti controlla e domina sei solo una criminale. Di che violenza sulle donne parliamo allora?

L’ultima riflessione vorrei dedicarla alla costante richiesta di patriarcato buono che ci tuteli e ci protegga. Il tam tam “più uomini” nella discussione sulla violenza sulle donne non fa che sollecitare paternalismi che temono la mia autodeterminazione e partoriscono soltanto schemi autoritari che mi privano della possibilità di scegliere se denunciare o meno, cosa fare del mio corpo oppure no. A me non serve il patriarcato per tirarmi fuori dai guai. Io scelgo e mi salvo da sola. Le persone tutte, senza che portino in se’ uno stigma di colpa, hanno il dovere di rispettare la mia autodeterminazione e casomai supportare la richiesta dei soggetti, di me in quanto soggetto, quando esigo strumenti che mi diano la possibilità di essere autonoma. Senza riconoscimento dei soggetti non c’è rispetto per l’autodeterminazione e senza questo tutto quello che si riproduce è uno schema autoritario che vittimizza per assumere controllo e potere, ancora una volta, sulla mia vita e sul mio corpo.

In questo senso trovo l’appello dei giocatori di Rugby contro il femminicidio molto paternalista.

Cosa vuol dire “I veri uomini rispettano le donne e usano le mani per accoglierle e proteggerle“?

Un po’ lo dicevo in un post in cui appunto analizzavo le campagne degli uomini che parlano di violenza, dove la gara è sempre a chi ce l’ha più lungo. Uomini veri, uomini falsi, tutto in machista-mode. Dopodiché sarebbe utile dire che le donne che hanno una chiara dimensione del problema, che non trattano di violenza in quanto brand, ma lavorano sugli stereotipi non sono affatto felici di questo continuo reclamare paternalismo e dell’offerta di “protezione” che ci viene fatta.

Io voglio vivere indipendentemente da una guardia appresso. Anzi. La guardia non la voglio proprio perché se smetto di essergli grata e voglio fare quello che mi pare finisce che mi mena. Quelli che menano, in fondo, non sono anche un po’ guardie del mio corpo e delle mie scelte? E se non abbiamo capito questa cosa di che stiamo parlando?

#IoMiSalvoDaSola, questo dovrebbe, secondo me, essere l’hashtag costante delle nostre vite. Aggiungo un #NonMiServeProtezione perché anche basta svolgere il problema in una costante esigenza di securitarismi e repressione.

Segnalo, alcuni ragionamenti un minimo più complessi: quello delle Coordinamenta romane che ribadiscono che “il femminismo è rompere la legalità in cui ci vogliono imbrigliare” accanto alle compagne e compagni del Rimake/Communia di Milano che svolgeranno il loro 25 novembre all’insegna di un “No alla strumentalizzazione dei corpi, agli abusi della polizia, all’accanimento e alla criminalizzazione mediatica, al sessismo nelle lotte, NoTav“. Poi anche una diversa e più proletaria declinazione dello sciopero delle donne delle donne dell’Mfpr.

Dopodiché spero di vedere in giro più transputafemminismoqueer. Ci serve come l’aria, per sfuggire alla narrazione normativa dominante. Senza generalizzare mai, perché le donne sono tante e diverse e non possono essere accomunate da un sentire comune.

Ps: oggi è pure la giornata contro la transfobia. Pensando ad Andrea e alle vittime trans di cui nessuno si occupa.

5 pensieri su “Dei diversi modi in cui si declina la lotta contro la violenza sulle donne”

  1. Apparentemente un’ottima strada. Ma da un punto di vista spassionato, “filosofico”… come si fa a generalizzare senza stereotipi? La pubblicità e l’arte parlano a un pubblico vasto e ogni campagna aspira a dire qualcosa di più di un frammento di realtà (forse enunciare tratti generali della realtà stessa, recuperando significati in cui lo spettatore riconosca sè stesso). Ma per fare questo deve giocoforza proporre modelli, che sono regole tratte per induzione da casi singoli, cioè magari vari, magari innovativi, ma sempre bidimensionali come figurine. E’ il bello del cinema e dell’arte: è più densa e netta del quotidiano, ma perde sempre i tempi morti e spesso le sfumature

    1. Non si generalizza. Si fa dal personale al politico. Non si universalizza alcunché. Si smette di decidere che ci può essere un solo modo giusto di essere per chiunque. Se i modelli proposti diventano normativi e oppressivi per l’autodeterminazione altrui rappresentano imposizioni autoritarie. Non riproposizione di modelli ma somma di esperienze, narrazione collettiva, corale, finalmente, invece che omologazione su una sola nota. L’arte e la cultura fanno proprio questo. No? 🙂

      1. Nessuno ha mai detto che il modello debba essere uno solo. Nè che debba essere prescritto (che schifo). Semplicemente anche cento modelli sono cento figure create a partire da milioni di vite affini, ma diverse. SI generalizza quel tanto che basta per conoscere e proporre, credo.

  2. PS le vasche axolotl sono risorse (Dune :D). Anche il “capitale umano eccellente” è una risorsa bisex (Monti). Per questi siamo meno che bestie…

  3. Ti posto qui il documento politico prodotto dal coordinamento 25 novembre di cui il comitato snoq rc è stato promotore nella giornata del 25 novembre a Reggio Calabria, perchè lo “sciopero delle donne” a cui abbiamo aderito, contestualizzandolo nella nostra difficile realtà, non trattasse solo il femminicidio. La piazza, che abbiamo voluto “libera” con niente di “precostituito” ma momento di coscienza collettiva in cui ognuno ha potuto esprimersi liberamente e dare il suo contributo, è stata un “successo” per le contraddizioni e le realtà che subiamo sulla nostra pelle ogni giorno nella nostra città.Peccato non potervi postare le foto della giornata.
    Comitato 25 novembre-Reggio Calabria”: NOI IL 25 SCIOPEREREMO PERCHE’…

    A Reggio Calabria le associazioni femminili e non solo, le donne e gli uomini, amici, si sono organizzati nel “Coordinamento 25 novembre-Reggio Calabria” per intraprendere un percorso che non abbia termine il 26.

    INVITIAMO QUINDI TUTTE/I LUNEDI’ 25 NOVEMBRE SULLE SCALE DEL TEATRO CILEA E POI IN PIAZZA ITALIA DALLE 15.30 IN POI, per riprenderci gli spazi di confronto, di partecipazione più volte richiesti e mai avuti. Sciopereremo per fermare la CULTURA DELLA VIOLENZA in ogni sua declinazione.

    Per noi in Calabria, a Reggio Calabria non vuol dire solo “femminicidio”. Come donne calabresi il primo stupro che riceviamo è quello della ‘ndrangheta che ci uccide se ci ribelliamo, che ci vuole sottomesse, che avvelena per profitto, nel silenzio di amministratori conniventi, la nostra terra e ci ammazza con il loro consenso, che ha scippato il futuro ai nostri figli col clientelismo e la commistione con i luoghi del potere in tutti i campi, che incendia i luoghi di cultura e democrazia, che ci impedisce di essere libere.
    Varie saranno le attività e gli incontri organizzati in città e in provincia che precederanno il 25: con scuole, associazioni sportive, radio… Vorremmo che ciascuno, in base alla propria specificità, portasse il proprio contributo sia personale che collettivo alla piazza.
    A Reggio il 25 novembre vorremmo che Piazza Italia si trasformasse in un luogo aperto, un luogo delle donne …di tutti. Saremo lì per chiedere, anzi PRETENDERE che la nostra città e questo Paese diventino finalmente un posto PER DONNE e chiederemo alle cittadine e ai cittadini di sottoscrivere queste nostre richieste che verrano inviate agli organi competenti.

    Noi SCIOPEREREMO perché:
    • Vogliamo che si arresti il “femminicidio” per cui in Italia, ogni due giorni, una donna muore per mano di un uomo che, nella maggior parte dei casi, diceva di amarla.
    • Vogliamo una legge VERA contro questa “strage di stato” e non il DL denominato contro il femminicidio che contiene norme repressive e paternalistiche e che non affronta il problema dal punto di vista culturale e sociale, vera radice del fenomeno.
    • Vogliamo dire basta al tentativo di svilire la legge 194, garanzia di tutela della salute e dell’autodeterminazione della donna.
    • Vogliamo che si attuino, a tutti i livelli, politiche per l’occupazione femminile, perché, senza mezzi economici, è difficile sottrarsi alla violenza.
    • Vogliamo siano potenziati e garantiti i servizi sociali perché tagliandoli si taglia la libertà delle donne che ne hanno ancora e quasi totalmente il carico.
    • Vogliamo che si mettano in atto le politiche di conciliazione atte al riequilibrio dei ruoli.
    • Vogliamo che la cultura della ‘ndrangheta che zittisce ammazzando le donne ribelli possa essere sconfitta attraverso azioni che portino al cambiamento culturale e sociale.
    • Vogliamo che i responsabili dell’avvelenamento della nostra terra che ci sta uccidendo rispondano dei loro crimini e che il territorio venga messo in sicurezza (NO CENTRALE CARBONE, NO RIGASSIFICATORE, NO INCENERITORE)

    Vogliamo che anche localmente siano presi provvedimenti urgenti in merito a ciò che ci riguarda come donne e come cittadine.

    Queste sono le richieste immediate che rivolgiamo ai nostri amministratori:
    • Che un bene di proprietà del Comune, Provincia o Regione, venga adibito a “Casa delle Donne”, un luogo di incontro, riferimento e informazione per tutte le donne e che da esse venga gestito.
    • Che le amministrazioni comunali, provinciali e regionali attivino le Consulte delle Donne riportando i temi al femminile al centro delle politiche pubbliche di questa comunità locale.
    • Che l’Ente locale si costituisca parte civile in ogni processo di femminicidio, perché ogni donna uccisa è un’offesa all’intera società civile.
    • Che venga calendarizzata, nella prima seduta utile della commissione, la legge regionale per la parità di accesso alle cariche elettive.
    • Che vengano reperiti, (non dai tagli al capitolo dei servizi sociali, ma in altri capitoli di spese fonte di sprechi), i fondi per le giuste spettanze di chi ne ha diritto(oggi LSU e LPU… domani chi?).

    NOI SCIOPEREREMO IL 25 NOVEMBRE, ma il nostro “ scioperare” sarà permanente nel controllo e nell’azione. Le richieste delle donne non possono essere disattese: IL TEMPO E’ FINITO!

    COORDINAMENTO 25 NOVEMBRE – REGGIO CALABRIA
    (Comitato “Se non ora, quando?” Reggio Calabria – Arcigay “I due Mari” Reggio Calabria – Associazione “Jineca-percorsi femminili”- “Il BaK” – Associazione “Snap” – Centro antiviolenza “Margherita” – Energia Pulita – Comitato provinciale FIPAV Reggio Calabria – Felicita Malara – Fabrizia Biagi – AntonellaMacheda – Rosalba Marotta – Silvana Salvaggio – Vasiliki Vourda – Mafalda Pollidori – Roberta Schenal.)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.