Domenica mattina. C’è lui che prepara il pranzo. Nel frattempo ordina la stanza, sistema il divano, gioca con l’acqua per pulire il bagno, mette in moto la lavatrice, apre la finestra, si accomoda e riesce a leggere due pagine di un libro, corre al telefono a rispondere agli amici che verranno per la sera, spazza via qualcosa e poi ripassa con lo strofinaccio una macchia sul pavimento perché per lui la simmetria è importante. Chiede: “ti vanno bene gli spaghetti”? E l’altra dice si. Distratta, perché deve finire di scrivere qualcosa da consegnare entro martedì. Poi lui si avvicina, le molla un bacio, la invita “a tavola”, due immagini di telegiornale, e la pubblicità che interrompe. C’è lui che non fa un cazzo, seduto a giochicchiare con qualcosa e lei che pensa a tutto.
La sensazione è quella di vedere riflesso un capovolgimento e una distorsione. E ora vi spiego cosa comporta la normatività quando puoi vedere una immagine che dopotutto neanche ti rappresenta.
Quella che era una mattinata normale tra due persone adulte che dividono i compiti a seconda del tempo e della loro disponibilità, ché non c’è nessuno che obbliga chiunque a fare qualche cosa, diventa un posizionamento di generi che vanno reincastrati.
Secondo lo spot lui sarebbe una specie di santo perché non è un lavativo come quello della tv, e lei, invece, essendo femmina e avendo il gene in se’ dell’aspirapolvere e della lavapiatti, dovrà considerarsi una anormale. A lui la norma destina un po’ di compassione perché ha beccato la femmina che non lo tiene sistemato come sarebbe dovuto a un pater familias e a lei un po’ di biasimo perché non fa quello che prescrive la norma. Lui sarà vantato nelle riunioni di famiglia come fosse una specie di miracolo tra la generazione maschia e di lei si parlerà come di quella fortunata che ha trovato uno che più o meno la sopporta.
Incastrare le persone entro generi precisi diventa un modo per modificare la stessa prospettiva attraverso cui tu guardi alle tue giornate, alle tue relazioni, e per quanto piaccia pensarlo questa operazione non viene obbligata dagli “uomini” ma da chiunque. Perché la manìa di normare la vita altrui, per una ragione o per l’altra, è davvero diffusa e perché spesso è proprio chi immagini di dover sentire più vicino che ti obbliga a restare prigioniera di stereotipi sessisti perché è giusto “lei” che non vuole rimettersi in discussione.
Non c’è maggiore spinta alla conservazione che quella di una persona che, certo è libera di scegliere ciò che vuole per se stessa, ma non sa spiegarsi diversamente come l’altra possa vivere in modo diverso da lei. La tendenza, per fragilità o autoritarismo, alla omologazione imposta, è davvero il modo attraverso il quale puoi trovare lei che ad un certo punto moraleggia sulla tua esistenza e ti dice: “io la domenica mattina avevo piacere di svegliarmi presto, svolgevo le faccende, cucinavo con amore, e poi ero soddisfatta e facevo un bel bagno…”.
Insomma c’è lui e lei, lui prepara il pranzo e alla fine è pronto. Apre una bottiglia di vino e te lo versa, tu guardi quella cazzo di pubblicità, ti ricordi delle parole della tizia, ti pare di aver commesso una grave mancanza perché ti viene detto che l’amore si dimostra solo in un modo, dopodiché ti giri e dici: “Tu lo sai che ti amo tanto, vero?”. Lui ti guarda, semplicemente sorride, chissà se ha colto l’essenza di tutte le paranoie che ti stai facendo e allora prendi e spegni la televisione. Spegni. E mangi. Con lui. E vaffanculo.