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#Francia: l’ossessione colonialista del femminismo occidentale per il traffico di donne

indygenderparigiA proposito di quello che succede in Francia, proposta abolizionista sulla prostituzione e opposizione dei/delle sex workers, a non riconoscere i/le sex workers come soggetti, salvo delegittimarli o continuamente diffamarli, si esercitavano socialismi/stalinismi vari già da tempo.

Vi racconto alcuni aneddoti e una esperienza.

Era l’epoca dei social forum. Sopravvissuti a Genova, 2001, non contenti, in quanto truppa di Indymedia, compagni e compagne di area non di partito, organizzammo nel 2002 un’area critica (Hub) per l’Sfe al Parterre di Firenze dove compagne del SexyShock giocavano a fare streaming video (che meraviglia!) con un programma intitolato “Porka a Porka“. Nel 2003 il social forum europeo si tenne a Parigi.

Organizzazione a cura del partito socialista e dei sindacati maggioritari, con appuntamenti in area centrale che usavano i temi “umanitari” tipici oggetto di quegli appuntamenti per ripassare di novità il neoliberismo formato socialdemocrazie. Tanti appuntamenti tra cui uno, abbastanza centrale, su violenza in cui si finì per parlare di prostituzione e velo. Perché il pallino delle socialiste francesi è in stile razzista, neocolonialista e autoritario. C’erano compagne che si occupavano di quelle vicende e provarono a dire qualcosa di diverso ma la tensione era alle stelle e ci mancava poco che vedevi volare le sedie (della serie: le donne sono tutte sorelle… si si… come no! 😀).

Le compagne di NextGenderation, per esempio, in rete con le Sexyshock in Italia e ovunque, si occupavano di migranti, sex working, in stile antisecuritario, contro i confini della fortezza europa, e l’appuntamento che provarono a promuovere, comunque partecipato, fu ovviamente boicottato dalle organizzatrici del Social Forum Europeo, affinché fosse invisibilizzato non fu citato nella locandina e nel programma generale e fu confinato a margine.

Contemporaneamente all’Fse si svolgeva una tre giorni di appuntamenti solo a tema donnesco a Bobigny. A partecipare eravamo in tante. Anche lì vedevi preponderante l’impronta delle socialiste e delle donne di partito e dei sindacati. L’appuntamento su lavoro e precariato finì con i soliti propositi da “la flessibilità è bella”, “conciliazione tra lavoro e famiglia” con tanto di licenziate e cassintegrate che arrivavano da molti paesi che urlavano inferocite contro quel genere di proposte.

Tutto molto filoistituzionale e ovviamente mirato a stabilire una “linea” che venne abbastanza contestata anche da tante italiane.

Ancora, sempre in quei giorni, c’era il Forum Sociale  Libertario e poi, presso il Metallo Media Lab, in un’altra area parigina, trovavi anche il mediacenter, altri momenti di incontro, un raduno mitico di cyberfemminismi, l’atelier di Beatriz Preciado, e molte altre cose ancora di cui, se volete, potete leggere nella vecchia pagina di Italy Indymedia categoria Sex/Gender.

Infine, dulcis in fundo, ci fu il corteo. Notizia della quale potrei fornirvi anche le prove fotografiche, non fosse che il mio computer attuale non legge i file custoditi in un vecchio dischetto, fu quella di un cosiddetto “scontro” tra socialisti e anarchici. In realtà i socialisti erano dei bestioni grandi e grossi che fecero cordone (giuro, io ero lì a fotografare!) per non permettere allo spezzone libertario e anarchico di fare parte di quel grande corteo. Compagni furono malmenati. Spinti sempre più indietro e quasi consegnati in modalità delatoria alla polizia. Di lì a poco ci fu una carica e alcuni arresti. E nel frattempo si svolgevano occupazioni e altre iniziative di antagonismi naturalmente fortemente condannate e stigmatizzate dai partiti.

Questi, per quel che mi riguarda, sono i “socialisti” francesi e se c’è qualcuno a cui piacciono queste modalità staliniste e queste prove di autoritarismo è un suo problema e non il mio. Ecco: io, in effetti, non ho mai cambiato la mia posizione. Se c’è chi cambia o vuole fare passare per criminali anarchici e puttane, femminismi non egemoni e voci non allineate, è lì che bisogna capire dove vogliono andare a parare.

A seguire vi copio e incollo un report di quel che fu allora il momento di incontro con Next Genderation. Stefania così raccontava:

RUTH (di nextgenderation) ha deciso di volgere il discorso sulla questione delle migrant sex workers, in risposta all’atteggiamento riscontrato il giorno prima nella plenaria delle donne (ovvero: la prostituzione come male da debellare… come anche il velo per le donne musulmane!!)
considerare le migrant sex workers esclusivamente come vittime del traffico servirebbe a nascondere una serie di questioni: anzitutto il modo in cui gender e race si intrecciano nel definire l’identità di queste donne; poi tutte quelle trasformazioni politiche ed economiche, dentro e fuori l’europa, che costituiscono lo sfondo delle migrazioni; quindi anche la questione centrale delle frontiere e della circolazione del lavoro; e infine la ricchezza prodotta da questo tipo di economia sotterranea (nascosta sotto la formula della schiavitù). (…)
la prostituzione andrebbe considerata invece come un sistema di migrazione, come progetto migratorio.
perchè allora le femministe occidentali insistono su questa visione vittimizzante?
perchè essa permette anzitutto l’accesso ai fondi e all’autorità discorsiva: tale impostazione, infatti, coincidendo di fatto con il discorso ufficiale, permetterebbe di non rimettere in discussione le fondamenta di quello stesso discorso e quindi di acquistare e mantenere il potere (discorsivo). inoltre, nel quadro dell’integrazione europea, permetterebbe di distinguere chiaramente tra chi è pienamente europeo/a (ovvero, emancipato/a) e chi no.
dall’altra parte, i gruppi che lavorano sulla prostituzione migrante mancherebbero di una posizione femminista in grado di rendere conto delle intersezioni race/gender.
la PUWAR ha fatto un intervento molto interessante, che ricalcava in parte il suo articolo pubblicato sullo scorso numero di deriveapprodi. la questione centrale è come costruiamo la nostra posizione di soggetti attraverso la costruzione dell’Altra.
ha fatto riferimento anzitutto a fanon e al suo “pelle nera maschere bianche”, citando due passi in cui fanon descrive la presa di coscienza della sua reificazione come oggetto razzializzato nello sguardo dell’altro (nello specifico, nello sguardo di una bambina e un bambino che nel vederlo si spaventano).
in modo simile, oggi il nostro sguardo sulle migranti è sovra-saturato di significati: cerchiamo la vittima nel/la migrante o nel corpo razzializzato, la vittima di tutto (di una miscela di razzismo+sessismo+capitalismo). si tratta di un atteggiamento coloniale: l’aspettativa di salvare le vittime dalla barbarie (della loro cultura di origine anzitutto).
questo “rescue paradygm” sarebbe tipico del femminsimo occidentale (cfr. Mohanty, Spivak). 
poi ha citato il lavoro di un’artista, mohini chandra, che nel suo “album pacifica” ha cercato di rimettere in questione il nostro sguardo e le nostre aspettative nel guardare: le foto da lei mostrate relative alla sua famiglia erano infatti mostrate dal dorso, in modo da costringere l’osservatore a domandarsi cosa si aspettava di vedere dall’altra parte.
se è vero, infatti, che le migrazioni sono legate alle questioni della colonizzazione e della globalizzazione capitalistica, bisogna comunque stare attente al nostro sguardo, ed evitare gli atteggiamenti di mercificazione come anche di fascinazione.
allora, come rendere la marginalità mettendola al centro dei nostri discorsi? “being good is not simple”: significa sollevare un sacco di questioni e interrogare continuamente se stesse e il proprio privilegio di osservatrici. significa evitare l’atteggiamento che chow definisce dell’oriente come “carriera” all’interno dell’accademia occidentale (ovvero, una certa moda intellettuale che continua a reificare e a sfruttare il proprio oggetto). quindi la puwar ha ripreso il discorso di ruth sull’ossessione del femminismo occidentale per il traffico di donne: anche per lei questo sarebbe dovuto alle possibilità che esso offre di riconfermare la propria occidentalità, la propria “bianchezza”, la propria vocazione salvifica. 
le DOMANDE e le riflessioni dalla “platea” le ho segnate un po’ più frettolosamente, quindi le riporto così:
(…)
– la questione del velo… (è stata centrale in tutte le assemblee “di genere” che ho seguito: la questione velo sì/velo no è balzata agli onori delle cronache in francia in seguito alla richiesta di alcuni insegnanti di escludere le donne che indossano il velo dalle scuole pubbliche)
– la seconda generazione del femminismo deve avere coscienza delle intersezioni sesso/razza/classe ed essere un “femminismo socialista antirazzista”
(…)
– domandone finale: come non pacificare le diseguaglianze senza cadere in un universalismo imperialista?

Un’altra compagna riportava tra le altre cose questo passaggio:

“nel workshop sulla violenza sono venuti fuori spunti molto interessanti sulla questione prostituzione – vi erano presenti le compagn@ di nextgenderation con cui ho parlato – in senso non abolizionista – prostituzione come tema che deve essere affrontato sia nel senso della necessaria tutela delle sexworkers sia nel senso del riconoscimento di una “professione” scelta consapevolmente dalle donne che la svolgonoe sulla rivalutazione della sessualita’ come non necessariamente legata alla violenza e alla tratta … ebbene tutto cio’ non e’ stato riportato nella plenaria, il cui orientamente politico verteva sulla rappresentazione della prostituzione esclusivamente come massimo esempio del potere patriarcale esercitato sul corpo delle donne attraverso la mercificazione del sesso. E’ chiaro che tale orientamento rappresentava la posizione della maggioranza dei gruppi presenti all’assemblea (girando tra i banchetti si poteva notare che tutte le posizioni espresse dalle associazioni femminili e femministe erano di tipo abolizionista)… questo ovviamente ci fa pensare ai rapporti politici esistenti all’interno del forum…
alla lettura del report sul workshop sulla violenza, le ragazze di nextgenderaction hanno alzato la voce per sottolineare come tale report non fosse rappresentativo delle discussioni fatte durante lo stesso workshop, e si e’ scatenato il putiferio di applausi e fischi… 
d’altra parte il fatto che l’assemblea plenaria di 2500 donne si sia scaldata sul tema prostituzione facendo emergere le contraddizioni esistenti, frantumando l’idea che vi sia una posizione unica e abolizionista...ci e’ sembrata (a me e a teresa) una cosa molto buona.”

Leggi anche:

#Francia: crociata anti/prostituzione esclude dal dibattito attivisti per i diritti dei/delle sex workers

La prostituzione per alcune è professione libera, stacce!

Il corpo delle donne si può vendere. Per scelta

Trovi molti post sul tema qui: tag sex workers

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Comments

  1. Non ho problemi a capire che la prostituzione possa essere una scelta professionale. Non ho neppure problemi a capire che svolgere esclusivamente un lavoro di cura dei propri familiari possa essere una scelta. O di fare la maestra d’asilo. Quello che invece mi fa riflettere è perché alcune scelte vengono compiute nella grandissima maggioranza dei casi solo da donne: ci deve essere qualcosa di enormemente tradizionalista, o perlomeno un fenomeno storico-culturale che sarebbe interessante capire – e possibilmente scardinare, va be’, sono un’illusa – dietro a tutto ciò.

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