Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze, Violenza

#DlFemminicidio: per la senatrice del Pd gli stereotipi sessisti sono “famigerati”!

Emma Fattorini, senatrice Pd, alle critiche ricevute per il decreto sicurezza che mischia la violenza sulle donne al furto di rame, alla repressione contro i NoTav, al controllo preventivo e alla violazione della privacy nel web con aumento di pene per il cyberstalking, a nuove mansioni per l’esercito, alla possibilità di spendere tanti soldi per inutili ammenicoli securitari quali i braccialetti elettronici, risponde dicendo che il livello della discussione sarebbe stato “molto alto”, rivendica la messa in “sicurezza” delle donne, parla di migliorie (al peggio, il che vuol dire che non rappresentano affatto delle migliorie), parla di “compromessi”, immagino giocati sulla pelle delle donne, non è aggiornata circa il fatto che la cassazione si sia già pronunciata sulla irrevocabilità della querela stabilendo che la revocabilità non è accettabile mai, neppure per i casi meno gravi, ritiene che la questione della violenza sulle donne non sia una

semplice questione culturale, alimentata dai così detti e famigerati stereotipi che una mentalità più aggiornata e progressista supererebbe risolvendo così la questione. Purtroppo questa non è una cosa che si impara a scuola, con migliori programmi o indicazioni di comportamento più corretti. Con corsi di formazione o sensibilizzazione. La violenza sulle donne si annida nella crisi ormai avanzatissima dell’identità maschile e della difficoltà femminile a relazionarsi con essa. La donna è una vittima che, paradossalmente, è tale perché è diventata troppo forte.

Poi insiste in questa lettura autoreferenziale e conclude liquidando le critiche come “chiacchiere e lamentele dimostrative.

Risponde bene Loredana Lipperini. Da un altro punto di vista direi che le rispondono anche le Dumbles mostrando quanto e come sia concretamente visibile, invece, la “crisi di identità del Pd” e in particolare delle “donne del Pd” che insistono nel raccontare una presunta verità che è davvero sciocca. La stessa che allude all’altra genialata in cui si racconta di presunti colpi di coda del patriarcato che mi pare alcune donne, incluso quelle del Pd, facciano di tutto per mantenere vivo.

Mi spiego perciò perché non ci sia alcuna voglia di istituire un Osservatorio pubblico sul fenomeno, perché basta davvero una sola occhiata, detto da chi analizza il fenomeno da trent’anni, per capire quanto sia enorme l’errore di lettura che si sta compiendo. Dall’approvazione ultima del decreto sono state uccise varie donne. Uccise esattamente come venivano uccise dieci anni fa. Vent’anni fa. Trent’anni fa. E uno dei motivi per cui il dato è più o meno stabile è che viene affrontato in modo sbagliato.

Il mancato rispetto per l’autodeterminazione dei soggetti è un problema messo in atto anche dalle donne del Pd che impongono soluzioni in nome delle donne non riconoscendo alle stesse donne il valore delle critiche offerte. Negli ultimi trent’anni gli stereotipi sessisti che imprimevano ruoli di genere rigidi (inclusi quello di vittima/carnefice) a uomini e donne non sono affatto cambiati. Il quadro culturale è deleterio e peggiora ancora di più se c’è chi ritiene di celebrare in qualità di presunta prova di emancipazione femminile e femminista l’antiviolenza consegnando le donne a protettori di Stato che ci impediranno perfino di scegliere se denunciare o meno.

L’approccio è talmente anacronistico, vecchio, che fa perfino tenerezza leggere che ancora ci sia chi parla di crisi di identità maschile e di donna “troppo forte” però vittima che deve consegnare vita e privacy alle questure per salvarsi la vita. E’ vecchia la dicotomia. Vecchia la pretesa di sorvegliare le relazioni inserendo tra moglie e marito un tutore/controllore/protettore. E’ paternalista e vecchia l’offesa alle donne ritenute non in grado di salvarsi da sole, di autodeterminarsi ed è offensivo il fatto che parlare di cultura, educazione e reddito (la dipendenza economica non è un problema?) sia liquidato come benaltrismo.

Sono le donne del Pd, dunque, convinte che i dispositivi securitari possano funzionare. E’ il loro mondo, la loro prospettiva e non rappresenta tutte le donne. Non in mio nome, appunto.

Se non si parla di educazione di genere, se non si investe nella cultura e nella prevenzione lo si deve a persone come questa senatrice che pensano che la “crisi di identità maschile” si curerebbe con galera e sorveglianza.

Il punto è che il Pd usa il termine femminicidio e la questione della violenza sulle donne come un brand. Lo stesso che viene utilizzato oramai ovunque. Da chi vende intimo, chi promuove un marchio, chi vende l’immagine di un partito di governo, chi vuole legittimare la repressione, chi nasconde autoritarismi e chi fa sfilate di moda.

Il punto è che c’è chi non si rassegna al fatto che il problema non possa essere risolto ed è anche che ne abbiamo abbastanza di bugie, perché tali sono. Bugie. Ancora. Sulla pelle delle donne.

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