Comunicazione, Culture, Recensioni

#Libro: “Morti di fama” – intervista a Loredana Lipperini

Morti di fama_Sovrac_@01Pubblicato da poco. Non l’ho ancora letto ma sono curiosissima e lo leggerò con piacere. Intanto mi faccio raccontare due o tre cose da Loredana Lipperini che il libro [qui il tumblr] l’ha scritto assieme a Giovanni Arduino. Leggete quello che ci racconta e poi, così, sapremo quanto mort@ di fama c’è in ciascun@ di noi. Un grazie a Loredana per questa intervista e grazie anche a Giovanni che assieme a lei ha osato toccare l’argomento. Buona lettura!

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Insomma, hai pubblicato con Giovanni Arduino un libro che parla di Internet. Direi che eri annoiatissima se dopo aver parlato di mamme ti serviva giusto un altro tema dogmatico (come hai osato!) per attirare folle di difensori della rispettabilità del web…

Un tema dogmatico, hai detto bene. Avevo già sperimentato più volte che quando si esprime una critica alla rete (ma poi, parlare genericamente di critica alla rete ha poco senso: si discute di pratiche all’interno del mezzo, e non del mezzo, ma facciamo finta che sia così) si viene arruolati nelle fila del generale Ludd. Anche qui, sarebbe interessante ricordare chi era Ned Ludd: non il  visionario retrogrado della vulgata sprezzante nei confronti dei luddisti, ma un combattente che fece ben più che distruggere un telaio meccanico negli ultimi anni del Settecento. Il luddismo era un movimento operaio che difendeva i lavoratori, attraverso il sabotaggio, non dalla rivoluzione industriale in sé, ma dalle forme di sfruttamento che ne derivarono. Ecco, ho già evocato alcune parole sbagliate: movimento operaio, sabotaggio, sfruttamento: chiedo venia e andiamo avanti.  L’idea del libro non è affatto quella di “parlar male della rete con chiacchiere da bar”, come mi è stato rimproverato: bensì quella di provare a capire quali forme di sfruttamento molto meno visibili di un telaio meccanico vengono messe in atto oggi, con l’obiettivo – consapevole o meno – di rendere tutti noi un brand, un me-logo, che è destinato a veicolare altri brand per venderli. Proprio stamattina leggevo la dichiarazione di un ingegnere che lavora a Google: “Il nostro problema non è tanto sapere cosa fanno le persone, ma come fornire servizi che li sfruttino a pieno senza spaventarle”. Dunque, perché non parlarne? Perché non raccontare che tutti noi (tutti, tu, io, Giovanni, chi ci legge) siamo in un meccanismo anche piacevolissimo, indubbiamente utile, persino profittevole: ma che ci spinge, che lo vogliamo o no, a essere sempre più visibili? Una visibilità che porta, forse, qualche piccolo vantaggio a noi: ma soprattutto la porta alle multinazionali del web. Ma non ti ho risposto fino in fondo: non mi annoiavo affatto, ma i temi dogmatici mi affascinano. Da eretica a eretica.

Ho letto una discussione in rete, su faccialibro, in cui esperti del settore, mentre ti dicevano che sei molto cattiva, univano le forze con le mamme offese dall’altro tuo libro. Secondo te questa alleanza è casuale?

Gli esperti del settore a cui ti riferisci si sono basati non su quanto contenuto nel libro, e nemmeno su quanto ho detto durante una breve intervista a RaiNews24, dove raccontavo quel che sta accadendo nel settore del self publishing (un po’ come durante la corsa all’oro, quando a fare i soldi furono i venditori di mappe e vanghe, qui guadagnano i venditori di follower su Twitter, di mi piace su Facebook, le agenzie che scrivono recensioni dietro pagamento, novantanove dollari l’una, ma ci sono anche i pacchetti), ma sulla percezione di estraneità e non-competenza (chi è costei e come può parlare di web?). Gli interventi, tutti a firma di persone che lavorano nel marketing digitale,  sono leggibili da chiunque: dall’attacco personale al risentimento per un tweet vecchio di mesi, al generico, appunto, come si permette di parlare di rete. Quando esprimi una critica alle pratiche di Internet, sei automaticamente “altro”. Sei fuori. Mi è già capitato durante le polemiche sull’hate speech. Se dici: guardate che è una pratica che rispecchia mentalità che preesistono alla rete, ma che la rete incrementa, ti dicono “liberticida, censuratrice, tu vuoi le leggi speciali”. In questo caso, più o meno direttamente, ti dicono: se ti danno la parola per parlare di queste cose, meglio non parlare affatto, perché altrimenti si continua a dipingere il web come un luogo di pericoli. E dunque devo tacere, suppongo, su come il marketing usa la rete. In modo legittimo, intendiamoci: ma legittimamente criticabile non per quanto riguarda il singolo o la singola, ma per il meccanismo generale, che invece si perde di vista.
E veniamo alle mamme offese (una mamma, nel caso). Mai inteso offenderle, peraltro: in Di mamma ce n’è più d’una parlavo di stereotipi, come sempre, e di immaginario, come sempre. E, certo, raccontavo anche della corsa delle aziende alla madre blogger come veicolo pubblicitario: cosa che è ampiamente discussa tra le madri blogger, peraltro. Non intendo giudicare, né imporre una scelta. Provo a spiegare con un’ulteriore trasgressione e, visto che quella stessa commentatrice si indispettiva per la comparsa della parola “Marx”, cito Foucault, che in Microfisica del potere scrive: “Quel che gli intellettuali hanno scoperto a partire dalle esperienze politiche degli ultimi anni è che le masse non hanno bisogno di loro per sapere; sanno perfettamente, chiaramente, molto meglio di loro, e lo dicono bene. Ma esiste un sistema di potere che blocca, vieta, invalida questo discorso e questo sapere; potere che non è solo nelle istanze superiori della censura, ma che affonda molto in profondità, e molto sottilmente in tutte le maglie della società. Gli intellettuali stessi fanno parte di questo sistema di potere, l’idea che essi siano gli agenti della ‘coscienza’ e del discorso è parte di questo sistema. Il ruolo dell’intellettuale non è più di porsi ‘un po’ avanti o un po’ a lato’ per dire la verità muta di tutti; è piuttosto di lottare contro le forme di potere là dove ne è ad un tempo l’oggetto e lo strumento: nell’ordine del ‘sapere’, della ‘verità’, della ‘coscienza’ e del ‘discorso’. E’ in questo senso che la teoria non sarà l’espressione, la traduzione o l’applicazione di una pratica, ma una pratica essa stessa”.
Pratica. Dire non “devi fare questo”, ma “questo è quel che vedo”. E noi vediamo multinazionali che per vendere ti coinvolgono nel processo: sei libero di dire no, naturalmente, o di accettare. Non critico la tua scelta: dico che il tuo essere nella rete ANCHE per vendere un prodotto altrui fa parte di un processo che riguarda tutti noi.

Ho fatto informazione indipendente, aktivismo, hackmeeting, blogging, so di copyleft, privacy, utilità politica e non commerciale della rete, dei social network e i loro gestori anarcocapitalisti, so di spazi e risorse collettive. Ho fatto workshop aggratis per condividere con le compagne i miei saperi. Sono più che certa di essere una morta di fame oltre che una morta di fama. Dimmi: posso parlare di questo tema? E ho sbagliato tutto nella vita?

Anche io ho sbagliato tutto, tranquilla. Non direi neanche che esiste una contrapposizione fra chi lavora con la rete, e con la rete guadagna e fa guadagnare altri, e chi la usa gratuitamente. Non voglio creare lo stigma verso il social digital strategist. Dico però che esistono modi diversi, vivaddio, di essere nel web: e che non sono solo i professionisti stipendiati (spessissimo poco e male) ad avere diritto di parola. Mi sembra, invece, che sia quel che sta accadendo. Bisogna parlare, mi dicono, dei “veri” contenuti della rete. Ma anche questi lo sono: la corsa al o alla blogger come veicolo pubblicitario è un contenuto. La trasformazione degli utenti dei social network in cacciatori di fama per essere “brand ambassadors” più appetibili è un contenuto. Senza per questo negare la potenza politica e sociale del web. Attraverso il quale ci stiamo parlando.

Non ho ancora letto il libro ma da quel che leggo nella sintesi è come se fossimo tutti un po’ prostitut* della rete. Tu hai valutato il tuo valore monetario in web? Tipo: per i follower che hai. Il commentarium. La profilazione utenti registrati che ospiti nelle tue discussioni. Perché in parte mi sembra come quando una donna fa sesso gratis, senza neppure avere l’orgasmo e dopo scopre che quello che ha fatto aveva un prezzo e se l’avesse preteso avrebbe pagato il mutuo della casa… Fare web per piacere e per mestiere è differente? C’è una scelta? Qual è il nostro prezzo?

Questa è una gran bella domanda. La differenza, secondo me, è nella consapevolezza. So di avere un valore come “influencer”, scelgo di usarlo per condividere contenuti politici o letterari. Non sono per questo un’eroina: vale più di me, probabilmente, una channel manager che dà lavoro ad altre persone. Né io stessa sono immune dal meccanismo. Quel che conta sono i saperi: ne ho parlato in tre libri (e mezzo) sulle donne. Non esiste un modello buono. Ma è importante riconoscerli tutti per poter scegliere davvero liberamente.

Ricordo che fosti tu a insegnarmi il significato del termine “microfama”. Di quei blog che per ottenere seguito polarizzano lo scontro, lo sfottò, la discussione preferibilmente contro una persona. La rete santifica e demonizza. Ci sono tifoserie e folle medioevali di liberi linciatori e linciatrici. Questa è anche una strategia di marketing?

L’odio rende popolari, e questo lo sai bene. L’odiatore si procura fama. Specie se aderisce al diktat del social network: parcellizza, riduci la comunicazione alla battuta spiritosa, condensa la tua intelligenza in urticanti centoquaranta caratteri. Non condivido la riduzione dell’analisi di questa problematica alla vecchia dicotomia degli apocalittici e degli integrati: proprio perché oggi siamo tutti in entrambe le fila. Ma rivendico la possibilità di dire che questo cambiamento è solo il momento terminale di un lungo processo, mai abbastanza citato, quello che negli anni Ottanta, Thatcher dixit, espelle società e famiglia in favore degli individui. Io, io, io. Esiste la “mia” realtà, e se quanto osservo non avviene nella mia cerchia, non esiste. Se devo ottenere qualcosa per me, me ne infischio del meccanismo.

Non so se sei d’accordo. Ad un certo punto ho deciso, senza attribuire alcun cattivo significato al “porno”, che le immagini e gli eventi condivisi in senso virale per ottenere più Like fossero porno mostruosità per porno indignazione. C’è un piacere sadico, talvolta, o comunque un godimento implicito nel condividere materiale che possa stimolare parecchia indignazione. Questo è mercificato e mercificabile? E secondo te è il nuovo fronte della sessualità virtuale?

Ah sì, certo. E a questo non si sfugge, direi. La tentazione della polemica ci riguarda tutti (me per prima), e solo quando riesci a distaccarti ti rendi conto che hai prodotto pornografia. Non so se parlerei di godimento, però: perché c’è qualcosa di triste in queste brevissime masturbazioni. Necessitano sempre del rilancio, di un “ancora” che non può che portarti a essere sempre di più in rete, e sempre come maggiore produttore di scandalo. Giustamente lo definisci mercificato: più sei in un social, più produci retweet o condivisioni, più la tua popolarità sale, più la piattaforma acquista un potenziale veicolo pubblicitario. Se questo fosse il nuovo fronte della sessualità, sarebbe patologico.

Alcune di queste immagini e materiali che comunque producono anch’essi microfama, consenso, like da porno indignazione (ché la donna pestata eccita, in realtà), usano la questione della violenza sulle donne per farne un brand. Lo raccontavi nel tuo prezioso libro sulle mamme come brandizzare uno status di genere faccia guadagnare. Il brand antiviolenza significa che la lotta ci viene scippata, svuotata di contenuto e poi ci ritroviamo campagne virali di grandi aziende che parlano di femminicidio veicolando il proprio logo. I temi sociali, incluso questo, possono essere utilizzati per trarne semplicemente microfama?

Il brand antiviolenza si è esplicitato in tutta la sua forza quando Yamamay, dopo aver acquistato anni fa due pagine del Corriere della sera per un culo con tanga da sposa (pubblicitariamente inefficace se non come strizzata d’occhio ai lettori), si è fatta promotrice della campagna “Ferma il bastardo”. Per favore, retwittami, linkami, condividimi, che così combattiamo il femminicidio: macchè, così vendiamo mutande. Penso alle donne della commissione Pari Opportunità della Regione Marche che per un briciolo di microfama locale hanno eretto il monumento alla stuprata riciclando una statua preesistente con strappo di abiti nei punti giusti. Penso a tutti coloro che politicamente hanno fatto un brand del femminicidio con un pacchetto sicurezza dove hanno infilato di tutto. Certo che i temi sociali vengono utilizzati per trarne microfama: pensa solo alla campagna di enel, #guerrieri, che corteggiava gli utenti dicendo loro “tu, proprio tu, sei il nostro eroe”. L’eroe del precariato, che bello. Poi è finita come è finita, con un’azione di subvertising notevolissima: in rete, che appunto si può usare in infiniti modi.

Scusa se torno a quel thread in cui c’è il fronte unito di esperti web e mamme offese ma volevo farti una domanda molto seria: la questione chiave delle polemiche è che tu e Giovanni Arduino volete fare una cosa tipo l’Isola del Micro Famosi? Noi siamo amiche… sono precaria… posso venirci pure io?

E lo domandi pure? Spero che non ti dia fastidio l’affollamento, perché credo che ci troverai un sacco di gente, su quell’isola.

Che dire. A me le orge (virtuali) sono sempre piaciute. 🙂

7 pensieri riguardo “#Libro: “Morti di fama” – intervista a Loredana Lipperini”

      1. ma infatti ho precisato che odio il maternage…ah non l’ho fatto qui, su fb. allora lo aggiungo anche qui: e odio il maternage. Se aveste fatto le mamme, stai pur certa che mi sarei imbufalita. Ps. Sanguzzu è bellissimo, non lo avevo mai sentito 😀 😀 😀

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