FinchéMorteNonViSepari

Tso e autoritarismi per salvare la vittima di un rapporto violento?

Quando io l’ho lasciato, la mia prima volta, avevo lividi visibili dappertutto. Non lo lasciai spontaneamente. Arrivò mio padre e intervenne con la forza. Mi trascinò via e io non ero poi così convinta. Lo amavo. Mi piaceva. Scopavamo, anche se mi picchiava. Dopo le botte si innescava uno strano desiderio. Ero potente, così io mi sentivo, perché lo dominavo, era alla mia mercé. Lui pronto a chiedermi scusa, prostrato, disponibile a darmi piacere. E io godevo, in fondo, e queste cose non potevo proprio dirle al mio papà.

Dopo tre giorni in casa dei miei, mi avevano coccolata, detto mille volte “te l’avevo detto io” e poi stavano decidendo per me quali prospettive, cosa avrei dovuto fare, e dunque avrei potuto lavorare con mio padre, organizzarmi e fare altre cose, forse diventare una persona “seria”, così diceva il genitore, perché ovviamente tutto quel che mi era successo era esattamente frutto della mia poca serietà.

Avevo avuto una adolescenza turbolenta. Andavo male a scuola. Mia madre e io non ci sopportavamo. Vivevo tra proibizioni e regole morali che non mi lasciavano scampo. Sentivo davvero poco calore e l’unica prova di passione familiare erano schiaffi, ben assestati, educativi, da parte di mio padre. Mia madre no, in realtà, lei urlava solamente, ma urlava molto forte e non lo tolleravo.

Trovai quest’uomo che mi regalava calore, era appassionato, direi anche troppo, il sesso era speciale, il resto era una frana. Perché succede che cerchi di conciliare una relazione dove c’è solo una buona scopata. Ma lui diceva di volermi, desiderarmi, e io non mi ero mai sentita così. Aveva vinto le mie timidezze, io che ero poco più che adolescente, piena di complessi, che mi sentivo brutta, e lui aveva svelato la mia sensualità. Con lui mi sentivo voluta e questo è quello che in quel momento mi interessava. Essere presa e sbattuta su un letto, stretta, completamente rincoglionita per l’odore, il sapore, sensazioni che non sapevo neppure interpretare, per me la mia razionalità finiva in un bel chissenefotte e quello che non sapevo è che il corpo senza un corpo è dipendente, in astinenza, e che quella modalità di relazione diventa una droga che ti fa tossica e non ti permette più di ragionare.

Quando mi diede il primo schiaffo mi sentii ferita ma poi lui mi chiese scusa e il sesso dopo quelle scuse fu come una dose di qualcosa ad anestetizzare il dolore, lo stomaco stretto, la tristezza infinita per ciò che poteva finire, e poi era un eccitante, potentissimo, così ci abituammo ad una altalena di umori, al sesso travolgente che sconfiggeva la perdita, rimuoveva la paura, lasciava più visibile la dipendenza.

Ci sono certo relazioni differenti, in cui il rapporto fisico non ha questa importanza, altro genere di dipendenze, con altri sistemi di compensazione, ma so per certo che in una cosa quel che succedeva a me e succede ad altre, si somigliano: l’incapacità e la scarsa intenzione di smettere.

Perciò quando mio padre al terzo giorno vide che telefonavo al mio manesco uomo pensò che fossi pazza. Guarda come ti ha ridotta, mi diceva, e non sapevo fare altro che dirgli “io lo amo”. E’ un grande errore pensare che a non sapere cosa sia l’amore sia solo chi ti percuote. In realtà non lo sapevo neppure io. Perché dentro di me l’idea di amore era fatta di una serie infinita di stereotipi, retorica, cultura mistica del sacrificio, ma era tutta una gran balla perché tutto ciò che pensavo era di andare da lui e grazie alle sue braccia anestetizzare il mio malessere.

Tornai. Mio padre disse che non dovevo più parlargli. Con lui o contro di lui. Paternalista fino in fondo. E per paura di deluderlo e anche perché non sopportavo di portarmi dietro un fallimento, lo stesso che si porta dietro chiunque ceda alla sua dipendenza, chi non riesce a guardarti negli occhi perché è in preda alle sostanze, all’alcool, a qualunque cosa, e si vergogna e tuttavia non vuole smettere perché in un certo senso sta bene così, così non dissi più a nessuno quel che mi succedeva. Nascondevo i lividi, non ne parlavo con nessuno. Sai, va tutto bene. Andiamo d’accordo che è una meraviglia.

Non era il mio compagno a chiedermi di nascondere i lividi. Ero io che nascondevo tutto e lo facevo esattamente come una bulimica mangia o vomita di nascosto, come una tossica resta quasi invisibile, come una anoressica tenta di negare il problema fino in fondo.

Le discussioni però con lui erano accese. Tante contraddizioni e troppe cose poco chiare da gestire. Non sei poi molto consapevole quando vivi queste esperienze. E non perché sei una bambina, una malata, una incapace di intendere e volere, ma solo perché non sei preparata, perché la vita la impari poco a poco, perché culturalmente non hai gli strumenti, perché anche chi ti parla di violenza non fa altro che separare buoni dai cattivi, dirti cose che non ti corrispondono e non ti aiutano ad interpretare il tuo sentire, e darti una visione culturale stereotipata che non ti salva la vita, perché la consapevolezza non arriva per incanto e di certo non possono insegnartela con le bombe, forzandoti la mano e anticipando le tue scelte prima che tu capisca se sono davvero tali oppure no.

Dopo una discussione lui mi prese a pugni. Un vicino deve aver chiamato mio padre. Arrivò e impose che gli aprissi. Di nuovo mi portò via, per “salvarmi”. Fece un po’ a botte con il mio compagno, gara di testosterone, insomma, a chi avesse più diritto di picchiarmi, e poi prese il suo bottino e mi portò a casa.

Onde evitare problemi lucchettò telefoni, butto via ogni mezzo di comunicazione, mi vietò di uscire. Dopo qualche giorno sentii il mio compagno che passava in macchina sotto casa e bastò il suono del clacson a farmi precipitare per le scale. Mi fermò mia madre. “Non metterti in mezzo…” dissi io. Mio padre fu richiamato dalle urla e fuori il mio compagno aspettava. Io non riuscii ad uscire e “per la mia sicurezza”, perché secondo mio padre ero mentalmente squilibrata e avevo bisogno di cure, pensando lui che io fossi stata manipolata, che non fossi più in grado di ragionare con la mia testa, dicevo, “per la mia sicurezza” mi chiuse a chiave dentro una stanza. Ero in prigione. Per il mio bene.

Urlavo con tutte le mie forze. Battevo forte i pugni sulla parete. Speravo il mio compagno potesse sentirmi e non poteva perché la stanza in cui ero rinchiusa era in una zona interna della casa. Piangevo, mi disperavo, pianificavo la fuga e quando arrivò mia madre con il cibo lo lanciai per aria. Mia madre aveva chiamato anche mio zio, per sorvegliarmi meglio, affinché io non uscissi. Qualcuno poi mi disse che mio padre era andato a cercare il mio compagno per dirgli che non avrebbe mai più dovuto farsi vivo. Temetti di averlo perso definitivamente.

Non so cosa sia successo, o meglio, dopo qualche giorno mi dissero che il mio compagno stava per partire per non so quale città. Fu allora che spinsi mio zio, mi feci spazio per la casa, mia madre era distratta, presi le chiavi della macchina del mio parente e riuscii ad arrivare alla stazione prima che il mio compagno partisse. Aveva le valigie, la sua famiglia a salutarlo, ci scambiammo solo uno sguardo, lasciò lì le valigie, “la vado a salutare” disse ai suoi per ingannarli, entrò in macchina, noi ci intendemmo senza aver bisogno di parlare e io partii veloce, così fuggimmo via.

Sembrava una avventura, qualcosa di incredibile. Piangevamo, entrambi, e solo toccarci ci restituiva secoli di sofferenza. Restammo a dormire e a fare sesso fuori e quando il giorno dopo tornai a restituire l’auto a mio zio, trovai porte serrate e ricominciò il ricatto. Stavolta mio padre, per salvarmi, decise di chiamare un medico. Rinchiusa nel reparto di psichiatria, sedata e perciò rincoglionita, per una settimana. Lui disse al medico che il mio compagno non avrebbe dovuto avvicinarsi e che il personale del reparto era autorizzato a legarmi se necessario.

Fu imperdonabile. Si ruppe quel legame familiare, la fiducia, l’idea che potessi contare su di loro, che fossero un riferimento adulto. Considerai questa storia un tradimento, mi sentivo sotto sequestro. Cos’altro avrebbero potuto farmi per impedire che mi facessi del male? Fino a che punto “l’amore” dei miei poteva arrivare?

Lo seppi qualche giorno dopo. Mio padre aveva denunciato il mio compagno per maltrattamenti. Anzi. Aveva detto lui di essere stato aggredito mentre tentava di portare via me che ero piena di lividi. Perciò poi si aspettavano che io denunciassi a mia volta e ricevetti più visite di mia madre in cui l’atteggiamento era del tipo “devi deciderti… o lo denunci e lo tieni lontano oppure tuo padre farà una sciocchezza e finirà in galera per colpa tua”. E dunque ero perfino responsabile delle azioni di mio padre. Quelle che avrebbe compiuto per difendermi da un uomo che in quel momento non sentivo mio nemico.

Arrivò mio zio e disse che avrei dovuto fare una dichiarazione sui momenti in cui litigavamo, i lividi, le botte, tutto quanto, e io non sapevo cosa scrivere. Praticamente il foglio si riempì di frasi sotto dettatura e poi, così rincoglionita com’ero, lì firmai.

Non ero convinta. Non era una mia scelta. Quando uscii fuori dall’ospedale e mi riportarono a casa non facevo altro che pensare al fatto che volevo ritirare la denuncia. Lo feci di nascosto, ché ero maggiorenne, ma prima ancora ero riuscita a vedere il mio compagno.

Il punto è che fino a quando la dipendenza esiste lui sa che non rischia di perderti. Ovunque tu sei, qualunque cosa dici, c’è comunque un filo che non si spezza. E’ quando pensa che tu sei andata veramente via, quando tutta quella faccenda non ti emoziona più, quando tu capisci che vuoi andare avanti, perché non c’è più nessun padre che ti offre l’alibi del nemico esterno che ti fa sentire complice soltanto l’uomo che vuoi accanto, non c’è più nessuna istituzione che ti obbliga a fare scelte che non ti piacciono, quando non c’è nessuno che ti impone aiuto che tu dovresti poter chiedere, scegliere, cercare da sola, è proprio quando tuo padre ha smesso di “proteggerti” e tua “madre” si è rassegnata alla questione, che tu smetti perché sei tu a voler smettere. Dunque in quel momento, quando la dipendenza fu quasi definitivamente scissa, lui seppe di avermi perso e quello fu l’attimo in cui rischiai davvero di morire.

Se lui fosse andato fino in fondo sarei morta. Se non avesse smesso… se non si fosse, forse, reso conto che respiravo ancora. E dopo era finita, per entrambi. Finita. Senza più alcuna possibilità di tornare indietro, Finita. Rotto l’incanto e la dipendenza. E fu sollievo, una liberazione, finalmente ero consapevole, e forse lui con me. Finalmente la decisione di smettere e non tornare mai più indietro, perché senza una overdose non ti accorgi che la droga non è sotto controllo, senza un malessere tremendo non ti rendi conto che devi correggere le tue abitudini, se non tocchi il fondo non riesci a fare perno, dare una spinta e ritornare a galla.

Io so che se non avessi visto il mio compagno a fare esattamente quello che faceva mio padre, ovvero impedirmi di scegliere, se non lo avessi visto, improvvisamente, come un limite alle mie decisioni, se non avesse oppresso la mia libertà, con un atto violento e intenzionale, mentre per le altre volte quasi pensavo fosse solo un cedimento, una debolezza, e lo giustificavo, se quindi non mi fossi poi resa conto che lui, come altri di quel mio pezzo di vita, voleva solo impedirmi di decidere per me, probabilmente ancora sarei lì con lui a giocare alle co-dipendenze.

Per assurdo posso dire che aver rischiato di morire mi salvò la vita e la salvò anche a lui ché se io fossi morta si sarebbe certamente suicidato.

E ora, dunque, ditemi: qualcun@ di voi ritiene di essere in grado di fermare questo ciclo di violenze prima che si compiano gesti irreparabili? Con quali metodi? In che modo si ritiene di voler contaminare di buon senso quella che prende botte e chi le dà? Con la forza? Con gli interventi autoritari? Nella mia esperienza non funzionarono e anzi aggravarono la situazione perché senza quelle modalità cruente, dove esiste una famiglia che si autoassolve immaginando che il cattivo sia quell’altro quando in realtà c’è tutto un contesto sociale e familiare che porta ad una corrispondenza di bisogni tra la vittima e il soggetto maltrattante, senza quegli interventi autoritari forse avrei potuto smettere prima di arrivare a quel punto. Forse.

Non è l’esempio giusto perché la co-dipendenza è diversa dalla dipendenza da sostanze, per esempio, ché nel mio caso c’era una interazione tra persone, l’una bisognosa dell’altra per realizzare quel particolare schema di comportamento, però io chiedo:

se vostra figlia si droga e voi decidete, che so, di mandarla in comunità, per il suo bene, contro la sua volontà, vedreste bene un intervento in cui per farla smettere il suo guaritore la terrà legata a letto?

Se vostra figlia è anoressica e non mangia, se vomita qualunque cosa voi le facciate ingerire, cosa farete? La nutrirete con la forza? La rinchiuderete in una clinica in cui come disposizione emergenziale le bloccheranno anche le mani per non farla vomitare? Cioè: fino a che punto vorrete arrivare per “salvare la vita” a vostra figlia?

E’ previsto uno strumento di opposizione contro l’accanimento terapeutico e l’eccesso di autoritarismo per salvare le donne vittime di violenza?

E il punto è che una dipendenza da rapporto violento non ha le stesse caratteristiche di una dipendenza che immediatamente ti può uccidere. Io stavo bene, mi nutrivo, potevo fare quello che volevo e dunque quell’emergenzialità di intervento non mi corrispondeva, perciò lo sentivo ancora più invasivo. Fossero stati aperti i manicomi temo che qualcuno avrebbe potuto mettermici dentro. Sarebbe stato giusto? Per salvarmi?

Ditemi questo e ditemi dove si vuole arrivare. Segnalazioni anonime, irrevocabilità delle denunce, donna perennemente descritta come vittima che “va salvata da se stessa”, provvedimenti sempre più invasivi. Così davvero si salva la vita alle donne vittime di violenza? O c’è da porsi qualche dubbio?

NB: Marina è un personaggio di pura invenzione. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale. Nel suo about dice “Vorrei parlare di violenze nella coppia, nelle relazioni, e tentare di riflettere insieme a voi su una cosa che troppo spesso vedo trattare in modo assai banale.

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2 pensieri riguardo “Tso e autoritarismi per salvare la vittima di un rapporto violento?”

  1. I genitori fanno tutto per il nostro bene. Spesso sbagliano, ma è perché il fatto di figliare non ti rende improvvisamente savio. Purtroppo la gente fa figli anche se non è preparato all’educazione ed anche quando ha dei problemi di insicurezze. Ma vogliono bene a quei figli, anche se non li sanno gestire. Chiunque sia la storia che si cela dietro Marina, un giorno capirà che i suoi genitori sono esseri umani. E che il suo rapporto era sbagliato e lei era davvero malata nella testa. Che poi i metodi siano sbagliati non v’è dubbio.

  2. Il TSO andrebbe fatto a lui
    Tutta l’energia messa a rinforzare lo stereotipo della donna che se le prende e non denuncia e torna indietro danneggia chi invece lo fa, evitando di affrontare responsabilità sociali, culturali e istituzionali. Suggerisco anche di specificare subito che una storia è inventata: è meglio metterlo in cima, visto la superficialità dei lettori

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