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#NoTav: il “terrorismo” mediatico e la “legittima” repressione

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Se qualcuno decide che i #NoTav sono cattivi ecco che spuntano come i funghi articoli su articoli che li descrivono come terroristi. Perché se non demolisci la loro immagine dunque l’esercito, i tutori dell’ordine pubblico e poteri vari non sono legittimati ad agire la propria repressione.

La repressione si muove se la parte sociale da reprimere è isolata, perde consenso sociale, e la tecnica di demonizzazione è identica a quella realizzata da chi ha partorito leggi razziste.

Quella tal legge e quei provvedimenti puoi calarli nella discussione pubblica non senza prima aver fatto pensare che siano necessari. Perciò bisogna disegnare sul volto di alcune persone la pericolosità fatta di stigmi, pregiudizi, agitando lo spettro del terrorismo, della violenza, perché sul terreno della paura si finisce per considerare plausibile, anzi, auspicato l’intervento dei tutori dell’ordine che a quel punto possono smantellare un intero movimento raccontando che stanno svolgendo un servizio pubblico.

Le campagne di demonizzazione partono sempre da un rovesciamento di prospettiva e vince chi ha più potere, soldi, più strumenti mediatici a disposizione. La resistenza dei cittadini diventa azione sovversiva, gli atti di disobbedienza diventano terrorismo, una manifestazione pacifica diventa fiancheggiamento ai pericolosi anarchici. La repressione diventa perciò utile alla gente che paga le tasse, la quale viene indotta a credere che quelle tasse le paga, appunto, per comprare un servizio d’ordine pubblico che garantisce gli interessi delle imprese che vogliono devastare la Val Susa invece che quelli della gente che in quel territorio abita.

Per fare tutto questo hai bisogno di media ad ampia diffusione e hai bisogno anche di non avere un contraddittorio. L’unica versione della storia che deve passare, l’unica narrazione “tossica” che deve avere ascolto, è quella di chi demonizza. Perciò accanto alla campagna di demonizzazione e alla campagna mediatica che innesca la paura del “terrorista” c’è anche la necessità di operare un controllo sulla comunicazione alternativa e indipendente.

Nell’epoca della rete hai la possibilità di dire quel che pensi ciascuno a partire dal piccolo o grande spazio web che gestisci e questo non consente facilmente ai poteri di riappropriarsi dello spazio pubblico d’opinione senza tirare fuori proposte di legge che hanno il sapore della dittatura.

Era tutto molto più semplice quando c’era la televisione di Stato, i quotidiani nazionali, riconducibili a partiti e a poteri precisi, non avevano alcuna concorrenza, dopodiché arrivò il web e per possederne il monopolio bisogna agire d’astuzia, perché così fanno i controllori delle nostre opinioni. E’ la democrazia e non puoi chiudere un sito perché dice cose che non ti piacciono. Perfino la libertà di parola del tuo peggior nemico garantisce la tua libertà di dire quello che vuoi. Dunque puoi utilizzare tutti gli stratagemmi di mercato, pubblicità, campagne promozionali, firme importanti o popolari che dicano cose che aiutano gli accessi al sito di informazione nazionale. Perfino qualche pelo di figa tira il lettore più che l’inchiesta seria, e tutto ciò è utile a fare arrivare chi legge in quella determinata pagina, fidelizzare, diventare punti di riferimento e dunque poter veicolare il proprio punto di vista che dovrà essere considerato l’unico possibile.

Voi ricordate che nelle testate nazionali c’è il vizio di spacciare per notizie obiettive anche le opinioni personali? A scuola di giornalismo te lo insegnano da subito. Se tu, giornalista che deve apparire non-schierato, vuoi fare passare una versione dei fatti dunque metti in bocca quel che vuoi dire ad un commentatore xy che dovrà godere di legittimazione pubblica. Ovvero puoi semplicemente fare il passacarte, il velinaro, lo scribacchino di regime e lì succede che riporti la versione istituzionale, quella di pezzi dello Stato di per se’ indiscutibili e che pretendono di far corrispondere la verità alla propria iniziativa pubblica.

In ogni caso serve ottenere il monopolio dell’informazione pubblica. Dunque bisogna delegittimare le voci altre, talvolta a farlo è perfino la stessa corporazione del giornalismo (come dimenticare la campagna di delegittimazione pubblica di giornalisti professionisti contro Indymedia…), bisogna associarle al nemico pubblico, per cui perfino il libero pensatore, l’intellettuale, lo scrittore, il blogger che non pronuncia le stesse parole Anti-NoTav diventa complice, fiancheggiatore, cattivo maestro, nemico anch’esso.

E nel frattempo serve uno stratagemma per riuscire a schedare, identificare, controllare le fonti di informazione alternative e chi le gestisce. Se il pericolo è il terrorismo posso rivolgere attenzione repressiva anche contro chi gestisce semplicemente un sito in cui si parla la lingua #NoTav.

Talvolta il pretesto per realizzare repressione, securitarismi e controllo è costituito dai bisogni di parti sociali classificate in quanto deboli. Donne, bambini, xy persone, diventano funzionali alla repressione.

Non si potrebbe parlare di azione preventiva di controllo sul web senza raccontarsi che bisogna impedire azioni terroristiche. Non si potrebbe legittimare l’operato delle polizie senza parlare di pericoli incombenti che attraverserebbero anche il web a danno di donne e bambini.

Pretesti di legittimazione della repressione e del controllo preventivo, la lesione della privacy, la criminalizzazione di chiunque non esibisca nome, cognome e numero di matricola sul web (disinformando, ché basta l’ip a identificarci tutti) sono, per esempio, il terrorismo e la lotta contro la pedopornografia. Intercettare le comunicazioni in nome di queste giuste azioni a difesa della gente significa poter avere ampio diritto di entrare nella loro vita (per il loro bene). Controllo preventivo significa che sei considerato colpevole fino a prova contraria. Vuol dire che i provider conservano tutto quel che ti riguarda per anni perché anche tu potresti essere un terribile terrorista. Vuol dire che si possono organizzare perquisizioni a tappeto, a strascico, a chi piglio piglio, perché tanto, se ti perquisisco, qualcosa di sbagliato nella tua vita vedrai che la troverò.

Riepilogando: nelle campagne di legittimazione della repressione posso creare un nemico pubblico dal nulla. Raccontare ogni giorno che lo straniero è cattivo e dunque raggiungere un livello di consenso che mi consentirà di fare una legge che mira proprio a colpire i migranti. Posso rovesciare l’idea che altri hanno di qualcosa o di qualcuno. La sua immagine pubblica è fondamentale per fargli ottenere consenso. Se distruggo il consenso che ha intorno e lo associo a brutte abitudini e a brutte persone avrò ottenuto la possibilità di fare prevalere la mia voce e potrò anche, a quel punto, immaginare un provvedimento che indaghi su quella tale maniera di esistere, lottare, scrivere. Potrò auspicare una censura “naturale”, quasi spontanea, un boicottaggio, l’ostracismo, ovvero esigere perfino che quella tale voce sia censurata e rimossa.

Posso usare un nemico pubblico reale descrivendolo in maniera emergenziale, amplificando la portata delle sue reali azioni, lasciando ritenere che può esserci uno di quei nemici in ogni angolo del nostro mondo, raccontando che l’unica maniera che ho per farti stare al sicuro è quella che ti impongo io. Perché è la mia visione del problema che deve passare e non la tua. Sicché comunque utilizzo la tua paura per dirti che senza il mio soccorso non sei niente. Così posso anche utilizzare un tema di interesse pubblico come cavallo di Troia per introdurre norme repressive.

A questo serve mettere assieme in uno stesso decreto legge di stampo securitario la destinazione a compiti di ordine pubblico per l’esercito inviato a sorvegliare i cantieri della Tav, le norme che dovrebbero impedire la violenza sulle donne, e la questione del cyberbullismo.

Nessuno mai realizza norme repressive senza consenso sociale. Le donne che continuano a battere sul tasto del pericolo incombente, l’emergenza, il mostro nascosto perfino dietro la tastiera, non fanno altro che legittimare la possibilità di controllo e repressione su chi dice cose scomode. Perché se poi le donne si esprimono in maniera autodeterminata e vanno in piazza (reale o virtuale), così come è stato per Marta, ai poteri repressivi non importa niente del fatto che tu sia donna o meno. A quel punto sei considerata solo una criminale. Per di più bugiarda…

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