Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Pensieri Liberi, R-Esistenze, Sessualità

Chi non ha mai fatto finta di avere un orgasmo?

Si, si, si, di più, più giù, ancora, fantastico, eccerto, già vengo, arrivo, sono a meno tre, due e mezzo, due, uno e tre quarti, sguish, lui viene.

Se vuoi che lui finisca prima devi fingere. E questo è quanto. E’ l’unica strategia fondamentale da seguire per evitare di sostenere un peso intollerabile, fastidi intervaginali, sudore gocciolante, il raschiamento derivante da peluria ruvida. E’ quando non ti piace ma te lo devi far piacere per far piacere a lui. A cosce larghe, misuri il tempo e via.

L’orgasmo finto è quella cosa che se la fai in fretta allora lui viene prima, perché lo eccita, e dunque puoi tornare a fare qualunque cosa tu stia già facendo. Chiunque abbia in mente di sapere perché mai ad una donna non possa piacere fare sesso con quell’uomo allora scoprirà che non è frigida, non ha alcuna patologia, che avere orgasmi multipli non significa che è ninfomane e che esigere un cunnilingus non vuol dire essere una puttana.

Darti carta d’accesso al mio corpo, ai miei respiri, alla mia eccitazione, non vuol dire che ti amo, non significa che pretendo che mi ami, perché il sesso non è amore e l’amore non è sesso. Farli coincidere, spesso, quando naturalmente non sono aspetti concilianti, significa generare tragedie.

Visione generalizzata delle relazioni è che se hai accesso al mio corpo allora mi possiedi e la mancata consensualità ad altri rapporti da parte dell’oggetto del desiderio genera autentiche catastrofi. Perché l’oggetto sessuale non è visto in quanto persona, soggetto autodeterminato, ma, appunto, soltanto in quanto oggetto del proprio desiderio.

Dare ad una donna la libertà di fare sesso per piacere e non per dovere riproduttivo di moglie e madre significa anche assegnarle la libertà di gestire la riproduzione. Io faccio figli perché voglio e non come conseguenza al mio desiderio sessuale.

Se io desidero, e godo, ciò non vuol dire che devo fare un figlio ogni volta che qualcuno eiaculerà dentro di me. Anzi. Potrebbe non eiacularmi dentro affatto. Potremmo fare sesso senza una effettiva penetrazione. Potremmo utilizzare altri stratagemmi. Potremmo farlo con persone dello stesso sesso. Perché piacere e riprodursi sono due cose diverse.

E dunque, riepilogando, se faccio sesso con te non significa che ti amo e che ti appartengo. Se dico che mi piace quello che mi fai non significa che con te passerò tutta la mia esistenza. Se faccio sesso con te non per questo dovrò fare dei figli.

Sessualità, contraccezione e maternità responsabile sono terreno di scontro ideologico da tempo immemorabile perché il corpo delle donne è il terreno in cui si consuma una guerra senza fine la cui spinta normativa viene portata avanti da uomini e donne.

Quando io definisco come voglio vivere la mia sessualità c’è subito quella che mi dirà che non ci sono più valori, che sono una donna perduta, che sarò – io promiscua – fonte di mille malattie, e contrariamente a quello che si pensa questo particolare modo di vedere le cose non appartiene soltanto alle religioni. Chiunque abbia potere di dettare una morale dice più o meno la stessa cosa. Perciò abbiamo un terreno laico, la scienza, che da secoli teorizza sulle donne e spiega quanto e come saremmo anormali se facciamo questo o quello e c’è la religione che reinserisce i nostri comportamenti apparentemente inusuali nella sfera del peccato.

Non legittimare pubblicamente la sessualità che pure le donne già vivevano, con tante donne che pensavano di essere malate perché non riuscivano a farsi piacere il sesso con un uomo anch’esso ignaro di quella che era la conoscenza necessaria del corpo di quella donna, della necessità dell’ascolto, la comunicazione tra ciò che desidera l’uno e l’altra, rendeva possibile il controllo sulla sfera dei comportamenti sociali.

Se ti ritengo anormale posso “curarti”. E dunque in passato c’era chi voleva curare l’assenza di soddisfazione sessuale, i cui sintomi venivano ricondotti all’isteria, con punizioni, farmaci, poi qualcuno si svegliò e inventò il vibratore come strumento terapeutico di una “malattia” che di lì a poco fu cancellata dall’albo dei mali delle donne.

Sono state considerate frigide donne che non riuscivano ad avere un orgasmo con i propri partner. Perverse quelle che riuscivano ad ottenerlo da sole. Malate quelle che dichiaravano di masturbarsi. Sbagliate quelle che volevano più sesso, ché se sei un uomo e te ne fai dieci sei un toro, se sei una donna e hai dieci orgasmi allora sei ninfomane.

Quando le donne presero coscienza della enorme potenzialità rappresentata dalla conoscenza del proprio corpo, quando seppero di poter determinare e gestire il sesso per il proprio piacere, questo costituì una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione cominciata appena pochissimi decenni fa e ancora in corso, con tutte le conseguenze che conosciamo.

Se cambia la percezione di quello che con il mio corpo posso fare per ottenere piacere e individuo ciò che non mi piace allora comincio anche a capire cosa sia per me violenza e cosa no. Su questo tema si è giocato un inganno culturale che dura per certi versi ancora. Perché la violenza che riguarda l’offesa di ogni scelta autodeterminata, incluso quella di poter dire No, è ammessa e giustificata anche in funzione di un terreno culturale/normativo che gioca su equivoci e fraintendimenti, che trova sempre il modo di ristabilire l’antico ordine sociale, quello in cui ad una donna la tua prestazione sessuale deve piacere e se non le piace e la rifiuta allora è lei quella sbagliata, è lei quella che non è “normale”.

Alla normatività imposta da chi non sa accettare l’autonomia di scelta delle donne nella sessualità risponde ahimè, però, altra normatività che oggi impone quanto io abbia il diritto di dire No e non abbia invece il diritto di dire Si. La stessa opera di sensibilizzazione che parla di violenza sessuale è diventata terreno di moralizzazione della sessualità in generale, per cui vedi femministe e preti che concordano perfettamente nel dire quanto e come bisogna rispettare il corpo delle donne e in special modo quello delle donne gravide.

C’è la tendenza capovolta, oggi, che racconta come qualunque donna dica che non si sente vittima nel fare sesso in un certo modo in realtà vittima lo sia comunque, togliendoci ancora la possibilità di salvarci da sole, se riteniamo di farlo, o di scegliere quello che ci piace.

Ampie speculazioni si fanno sulla violenza sessuale e alla rivendicazione perché vi sia sempre libertà di scelta si è sostituita una più moralista, censoria, puritana, imposizione normativa che dice che il corpo della donna è sempre intoccabile. C’è la sacralità del corpo delle donne, perché possono diventare madri, ché già sono madri, e sono questi i ragionamenti che senti fare adesso in giro per universi sparsi che includono quelli tradizionalmente femministi.

Un tempo era considerata peccato la sodomia e oggi viene considerata un peccato il sesso con lo spanking. Antiche femministe e tutori hanno immediatamente trovato affinità sul terreno normativo a punizione della violenza sessuale. In primo luogo per punire un reato devi definirlo. Violenza non è quello che tu ritieni sia per te ma quello che la cultura ti insegna a percepire in quanto tale. Sicché in un contesto bacchettone e ultrareligioso come il nostro invece che insegnare il piacere sessuale in tutte le sue forme abbiamo saltato spesso una fase e ci ritroviamo oggi a indurre vergogna alle donne se non fanno sesso alla missionaria e ad evangelizzarle su quel che devono percepire come violenza.

Lo dico da praticante fellatio, da godente in cunnilingus, da esercitante in esercizi vari, cose che preferisco. Per prima cosa chiediti se ti piace. Chiediti se è quello che vuoi, se stai scegliendo, non te ne vergognare, non dire mai che era sbagliato se a te è piaciuto, non provare sensi di colpa neanche per dovere militante e se uno stronzo ti ha violata per davvero non esitare a dirlo perché deve sapere che non ti è piaciuto, che ti è costato la prevaricazione della tua volontà. Deve sapere che il sesso è una questione di reciprocità e consensualità. Siete in due e tu non sei l’oggetto passivo della questione. Non è forse questo che dovrebbero insegnare nelle scuole?

Godetevi, se potete, la nuova serie televisiva che racconta come un medico e una psicologa scoprirono parentesi della sessualità femminile fino ad allora inesplorate. Ripropone cose antiche ma che, ahinoi, sono ancora talmente attuali da meritare una attenta riflessione. Poi ditemi che ne pensate…

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