Affido condiviso, Antiautoritarismo, Genitori separati, Violenza

Domanda ai #centriantiviolenza: può decadere l’affido condiviso prima di una giusta sentenza?

Quella che vedete in video è la sessione del 10 settembre di audizioni parlamentari delle commissioni per sentire le parti critiche prima della conversione in legge del decreto sicurezza che parla “anche” di violenza di genere. Ne parlerò più approfonditamente ma intanto mi soffermo su un fatto preciso che secondo me vale la pena di mettere a fuoco.

I centri antiviolenza hanno detto che il decreto legge non va bene per una serie di motivi e nell’intervento hanno chiarito che fondamentalmente è ché non ci sono i soldi per loro. Mentre ascoltavo la tiepitudine della critica mi chiedevo: Ci fossero stati quel decreto sarebbe stato ok? Sarebbe stato ok il capo A di quel decreto inserito in un contesto che legittima repressione e diventa repressivo per se stesso? Sarebbe stato ok dare potere decisionale alle polizie su quanto e come bisogna intervenire per stabilire cosa sia violenza e cosa no? Sarebbe stato ok negoziare sulla pelle delle donne, in qualunque direzione possibile? Mi pare, per davvero, che l’opposizione sia stata alquanto debole, quasi impercettibile. E mi chiedo dove sia l’esperienza maturata e tanto sbandierata dei centri se poi non hanno trovato un modo mediaticamente un po’ più rumoroso per dire che quel capitolo va cancellato (altro che modifica) perché si tratta di inefficaci e rischiosissime (per le donne) misure. Anzi no. Nel corso dell’intervento chi parlava ha avuto però lo spazio per dire una cosa che pensava fosse fondamentale. Si è parlato di straforo di inserire come pregiudiziale per il decadimento dell’affido condiviso la violenza domestica. Il punto è che mi pare pura propaganda perché non ho ben capito la richiesta che a questo punto vorrei fosse chiarita fino in fondo.

Quando si esige che l’affido condiviso decada per i padri che hanno commesso violenza domestica, così s’è detto nell’intervento, anche se, per dire, quest’anno i delitti ai danni di figli, inclusi quelli ad opera di depresse a seguito di separazioni, sono per lo più commessi da donne, ci si riferisce al fatto che l’affido dovrebbe decadere al momento stesso della denuncia o si attende la sentenza al termine di un regolare processo?

Perché se è vero che ci troviamo in uno Stato di diritto e crediamo in una giustizia garantista che non segua un filone sessista, rigidamente ancorato a stereotipi di genere, autoritario, esattamente come ci si sconvolge del fatto che si possa utilizzare la psichiatria per dichiarare inadeguata una madre nel suo ruolo educativo e dunque per sottrarle l’affido prevalente, ci si dovrebbe sconvolgere del fatto che ci si serva del pregiudizio di colpevolezza che stabilisce che un uomo è colpevole soltanto in virtù di una denuncia.

Personalmente penso che i due percorsi debbano essere egualmente antiautoritari e garantisti. Dunque se si sospetta che la madre sia responsabile di maltrattamenti nei confronti del minore è giusto che si compiano tutti i passi necessari fino alla decisione ultima del giudice. Così anche nel caso in cui un padre che compie violenza dovrà poter dimostrare la sua innocenza, essere assolto o condannato, prima che si stabilisca alcunché.

Se invece si intende che basta la parola di una donna a decidere che un uomo è già colpevole, allora ci troviamo a ragionare di una modalità di intendere il diritto che è incostituzionale.

Di contro io esigerei dai centri antiviolenza che ragionassero seriamente sui dati che evidentemente possono avere a disposizione. Quante sono le denunce fatte prima di una separazione? Quante sono quelle fatte dopo una separazione e a che distanza di tempo? Non hanno forse osservato che esistono denunce fatte dopo molto tempo dalla separazione e solo per ostacolare le possibilità di affido condiviso con l’ex coniuge?

Ho avuto modo di approfondire la materia e concordo appieno con il fatto che un genitore molesto vada allontanato dal minore. Non senza prima averlo dimostrato e averlo sottoposto ad un giusto processo. Ma chi decide qual è il genitore molesto? Si decide che un genitore è molesto sulla base del suo sesso biologico? Da una parte chi dice che a priori la colpevole è la madre per partito preso e dall’altra chi afferma che il colpevole è il padre senza avere in mano nulla di più che non sia l’affermazione della donna?

So per certo che esistono genitori che ai sensi dell’art. 570 cc sono tenuti a rispettare il pagamento degli alimenti anche se non ce la fanno a sopravvivere. Tante sono le sentenze che li mettono al muro, gli ordini di pignoramento, la pressione economica decisa per attribuire cifre decise sulla base di un tenore di vita che non c’è più. Dall’altro lato poi c’è il 388 c.p., che sarebbe il reato di chi non segue le disposizioni del giudice, per esempio, quand’egli dice che il bambino deve essere dato in visita al padre ed è in quel caso, quando si vuole motivare la disobbedienza, è allora che dopo un tot di tempo dalla separazione arriva da parte della madre, di punto in bianco, una denuncia per violenze di non si sa che tipo. Sarebbe sulla base di quella denuncia, che oggi come oggi, dato l’umore pro/maternage che si è creato attorno a questi temi, bisognerebbe fare decadere l’affido condiviso?

Sarebbe sulla base di un umore che parte da due pesi e due misure che si considerano queste situazioni? Da un lato il giusto stigma nei confronti dei genitori che pur avendo soldi (se ce li hanno) non vogliono pagare. Dall’altro l’idea che sia sempre errata la decisione del giudice quando condanna una donna che non ha obbedito alle sue disposizioni e ha in qualche modo impedito le visite con il padre. Da un lato quelle che dicono che alle donne bisogna credere sempre e dall’altro, senza considerare il lato profondamente umano e la complessità di queste situazioni, si finisce per scadere nello stereotipo che dice che tutte le accuse contro le madri siano false e le sentenze contro di loro tutte sbagliate.

Sanno i centri antiviolenza quanti sono i padri, quelli che pagano tutti i mesi gli alimenti e che non possono neppure vedere i figli, che dopo anni e anni di battaglie legali (ché se fossero violenti certamente non compirebbero tutti i passaggi necessari richiesti dal punto di vista legale), avendo sulla testa, solo perché vogliono stare con i figli, lo stigma (immotivato e non sostanziato da alcuna denuncia o sentenza) del “violento”, nel momento in cui ricevono dal giudice l’ordine di vedere i figli, addirittura di trasferirli in casa propria, temporeggiano e non ce la fanno, impotenti, per non fare soffrire i figli, perché non si verifichi mai una Cittadella 2 e perché non c’è alcuna collaborazione da parte della madre? Lo sanno i centri antiviolenza in quanti casi donne che pensano che i figli hanno da stare solo con le madri, perché così natura vorrebbe, contrariamente ad ogni lotta che parla di diritti sulle questioni di genere e condivisione del lavoro di cura, si rifiutano di concedere l’affido condiviso dei figli che a loro sta scomodo, stretto e così finiscono per viverlo con malumori atroci? Hanno affrontato l’argomento in maniera seria ed equilibrata tentando di dare una risposta ad un problema che non può certamente essere affrontato in maniera ideologica?

Il ruolo di chi analizza e previene la violenza non può essere quello di aderire a logiche di parte dove non si coglie che è passato il tempo in cui i figli restavano con le madri anche dopo le separazioni perché ci sono madri, oggi, che per esempio, i figli hanno certamente il diritto, la necessità, di consegnarli anche alla responsabilità dei padri invece che delle nonne che sono quelle che sempre suppliscono anche alle esigenze delle donne separate. Per non parlare del diritto dei figli di non essere utilizzati a seconda degli umori dei rispettivi genitori.

Dunque, rifaccio la domanda: l’affido condiviso, per i centri antiviolenza, dovrebbe decadere all’atto della denuncia da parte della donna o ci troviamo ancora in uno Stato di diritto per cui i figli non possono essere strumento di contesa, chiunque sia a innescarla, e prima di arrivare a qualunque sottrazione di diritti si attende una sentenza?

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22 pensieri su “Domanda ai #centriantiviolenza: può decadere l’affido condiviso prima di una giusta sentenza?”

  1. I centri antiivolenza non hanno criticato il dl solo perche’ non ricevono fondi. Ti invio la relazione fatta e letta da D.i.Re, ci sono precise critiche al riguardo su tutta l’impostazione della legge, compresi ben tre comunicati stampa che dicevano che si tratta si un impianto emergenziale e sicurtario. Inoltre stare dentro al problema, significa vedere ogni giorno donne che in nome dell’affido condiviso o del diritto di visita del padre vengono minacciate di morte e picchiate ogni volta che portano i, figli alle visite del padre, con ordini di allontanamento che non arrivano,commissariati che continuano a dire non denunci perche’ senno le tolgono i figli. La scorsa estate una donna ha denunciato il partner per le botte, in seguito alle quali era stata portata al pronto soccorso in piu’ di una occasione. inoltre il partner aveva cercato di introdursi di notte a casa della ex, dopo minacce di morte. Tutte denunciate. La decisione dell’assistente sociale? visite del padre a casa della donna: insomma lei aveva denunciato l’effrazione, le istituzioni hanno imposto alla donne di aprire le porte di casa a chi la picchiava e minacciava…il diritto di visita dei padri ai figli come vedi e’ salvo, nelle prassi. Possiamo dormire sonni tranquilli..empre in nome della famiglia unita finche’morte non separi…

    1. Sarò felice di leggere altro se disponibile. Io ho linkato nel post il comunicato, uscito dopo giorni e giorni di polemiche in rete che tutte quante abbiamo fatto. Dice cose condivisibili, certo, ma all’audizione parlamentare chi rappresentava i centri si è fatta portatrice di quali proposte di indirizzo? Si propone di cancellare il capo 1? Si propongono emendamenti a soppressione? A modifica? Quali? Non mi pare sia stata manifestata questa intenzione. quali azioni i centri antiviolenza e le parlamentari che certamente sono in contatto con loro metteranno in atto per sopprimere quelle norme? non è molto chiaro. Di contro si dice con chiarezza che alcune misure travisano il senso della convenzione di istanbul e mancherebbero di ulteriori passaggi, uno tra tutti (e cito):
      inizio al minuto 47.14 del video:

      riferendosi alla convenzione che avrebbe dovuto ispirare il decreto

      …al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli siano presi in considerazione gli episodi di violenza e ancora che l’esercizio del diritto di custodia o di visita non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima e dei bambini. E quindi sarebbe fondamentale introdurre esplicitamente la violenza intrafamiliare come concausa di esclusione di affidamento condiviso e di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale. Non dimentichiamo che sono tanti i bambini uccisi dal padre maltrattante solo per vendetta nei confronti della donna.” (fine al minito 47.46)

      dunque sono andata a vedere la rassegna stampa e ho visto che quest’anno di bambini ammazzati ce ne sono stati ma per onestà intellettuale va detto che sono stati uccisi soprattutto per mano di donne. dopodiché è tutto condivisibile e figurati se non conosco le difficoltà della questione ma dalle tue accorate parole sembrerebbe dunque che l’unico modo per “mettere in sicurezza” donne e bambini sarebbe quello di precedere una sentenza. chiedo se è quella la direzione che si vuole prendere. si attende la sentenza oppure esigete l’allontanamento e il decadimento della custodia ancora prima che essa sia pronunciata?

      nel secondo caso temo si tratti di una modalità non garantista e che continua a proseguire la deriva autoritaria e repressiva che nell’enunciazione allarmistica di tante tragedie che accadono alle donne viene evocata come unica soluzione necessaria. la ricaduta sociale che ogni norma repressiva però ha si riversa su tutta la società e dunque dare la carcerazione preventiva solo sulla base della denuncia così come fare decadere dei diritti prima di una sentenza sono prassi che diventano estensibili a tutto e tutti. Sono norme a controllo della società che continuano ad interferire con il nostro privato, a inchiodare le donne nel semplice ruolo di vittime bisognose di Tutori (ai quali veniamo continuamente affidate) e gli uomini in quella di carnefici. Tutto in nome della santa maternità da salvaguardare, il che mette d’accordo le donne di destra, di sinistra, tutte quelle che pensano che all’atto della separazione, comunque vada, i figli devono restare con le madri perché così natura vuole, alla faccia di chi tenta di costruire una società basata sulla condivisione dei ruoli di cura e senza alcuna divisione tra i generi.

      Concludo. non ho finora visto alcuna proposta da parte dei centri antiviolenza che vada in direzione dell’ottenimento di strumenti concreti per le donne, che le donne possano gestire per salvarsi da sole. più lavoro, reddito, diritto all’abitare. perché non mi pare sia la genitorialità condivisa il limite estremo per le donne ma la dipendenza economica e a questo proposito, chiedo, ancora: nel caso in cui c’è un padre maltrattante per il quale si chiede di far decadere l’affido condiviso, costui dovrà comunque corrispondere il mantenimento per i figli oppure no?

      ps: cara Nadia, io sono sempre molto rispettosa di quello che tu scrivi nei tuoi spazi e spero tu mi dia atto del fatto che non ho mai immaginato che le tue opinioni, per quanto io spesso non le condivida, costituissero un attacco ad alcunchè. non dovrebbe essere diritto laico di ciascun@ opporre critiche ai centri antiviolenza (che non sono templi intoccabili, mi pare) senza che si mobiliti la tifoseria a sostegno delle madri e ai centri a portarmi segno di scomuniche? non dico a te, e ovviamente ciascun@ ha il diritto di commentare e argomentare come meglio crede, ma mi riferisco ad un pubblico pro/maternage che mi pare si stia premurando a lasciare qui un tot di pensieri poco gentili e perfino di diagnosi sulla mia condizione mentale… 🙂 magari così mi dici cosa ne pensi.

  2. La “polemica” sull’affido condiviso è pretestuosa, un modo per attaccare i Centri Anti-Violenza (CAV) su una materia che non solo non è competenza dei CAV in nessun modo, ma è anche un aspetto assolutamente periferico rispetto a quell’enorme fenomeno sommerso, non riconosciuto e mai veramente affrontato dalle istituzioni e dalla società civile che è la violenza domestica sulle donne. Ovviamente è ovvio che la Costituzione resta in vigore, che i CAV vogliano o meno: perciò l’affido lo deve decidere il Giudice e il Giudice, sulla base di una sentenza passata in giudicato per maltrattamenti o reati simili, non dovrebbe dare l’affido condiviso sulla base di un principio non troppo difficile da capire. Il principio è: un uomo che massacra di botte la moglie, la segrega, la priva dei suoi basilari diritti di cittadinanza e (nell’80% dei casi) lo fa davanti ai figli è molto molto probabile che non sia nemmeno un buon padre. Dopo di che… le madri violente, la conflittualitá di coppia ecc.. sono aspetti della realtà che i CAV conoscono ma che non sono di loro competenza. Mi sembra normale che un CAV (l’unico presidio esistente nei territori per donne che subiscono maltrattamenti in famiglia e/o in coppia) si occupi solo di ciò che fa e non anche di mettere bocca su: legge sul divorzio, affidi dei figli nelle molteplici situazioni ecc.. Forse l’autore/autrice del testo non ha presente cosa e chi sono i CAV: non è una potente lobby femminista, ma una rete di Associazioni di VOLONTARIATO che offrono sostegno e ascolto alle donne vittime di violenza domestica. Il tutto senza quasi finanziamenti e senza poter contare nel lavoro di personale pagato, con tutte le difficoltà che ciò comporta. Noi operatrici organizziamo l’uscita o la fuga dalla casa coniugale, la protezione e il sostegno nelle varie case accoglienza, aiutiamo la donna dove nessuna legge arriva: a sopravvivere e recuperare libertà e dignità mentre l’uomo continua tranquillamente a fare la propria esistenza nella casa coniugale con 40 giorni di tempo prima che gli venga notificata la denuncia e a volte con la prima udienza fissata 12-14 mesi dopo i fatti… altro che giustizialismo!!! Da un operatrice di CAV

    1. Come dicevo in risposta al commento di Nadia Somma non c’è nessun attacco ma una critica politica precisa e una richiesta di chiarimento.
      Mi dici che il decadimento dell’affido deve essere successivo alla sentenza e io sono d’accordo. Non era forse questa la mia richiesta di chiarimento?
      Ma non mi è chiaro se è questo quello che si intende nell’intervento alle audizioni che ho riportato sopra. Se tu hai qualche notizia in più lieta di apprendere e capire.
      Grazie. 🙂

      1. Secondo me, cara autrice, confondi alcuni aspetti che nell’analisi del D.L. e della posizione dei CAV dovrebbero restare separati. Ed è questa la ragione per cui ho percepito le tue parole come un attacco. Per iniziare un po’ di storia. Il D.L. chiamato femminicidio viene approvato nel bel mezzo del mese di agosto quando anche noi volontarie tendiamo a prenderci un periodo di riposo, soprattutto dall’attività politica, in quanto le emergenze e la violenza non conoscono ferie. Il testo integrale è stato reso pubblico circa una settimana dopo, mi sembra il 18 agosto, mentre i media mainstream realizzavano un magistrale battage mediatico di entusiastico gradimento. L’associazione nazionale della rete dei CAV, D.i.Re, ovviamente NON ha ancora avuto il tempo di riunirsi in formale assemblea (prevista per la prossima settimana). Dico ovviamente perchè riunire volontarie da tutta Italia, dalla Sicilia alle Alpi, nel periodo agostano è impossibile. Per queste ragioni, anche noi, soprattutto noi dei CAV “di provincia”, fatichiamo a seguire passo passo gli sviluppi del D.L. in parlamento e le posizioni via via espresse dalle varie rappresentanti dei CAV. E questa è la prima critica al D.L.: è uno strumento legislativo di carattere emergenziale e che per sua natura 1. limita la possibilitá di dibattito e condivisione; 2. si propone di dare risposte ad un fenomeno non emergenziale, ma strutturale ed in questo senso si può anche parlare di incostituzionalità. Queste riflessioni sono espresse in primis dall’Avv. Barbara Spinelli, la quale, oltre ad essere una delle rappresentanti dei CAV in parlamento, ha pubblicato un testo di 60 pagine in cui critica dettagliatamente il D.L., in maniera molto più approfondita da quanto fatto da D.i.Re il 24 agosto con un comunicato stampa. Tra gli aspetti criticati emerge anche quello che tu, cara autrice, metti in luce in una risposta a Nadia Somma: la deroga a certe garanzie contenute nella procedura penale può essere una strumentale testa d’ariete per attentare ai diritti di ben altre categorie di persone, dai NO TAV ai rom attaccati da altri articoli dello stesso D.L. fino, potenzialmente, a padri ricattati, piccoli spacciatori, tifosi degli stadi, manifestanti vari ecc… L’analisi dettagliata fatta dalla Spinelli ha portato molte di noi a rifiutare il D.L. nella sua completezza e ciò è stato richiesto alle parlamentari, le quali hanno però risposto che ciò è impossibile. La proposta che arriva dalle deputate con le quali siamo in dialogo (appartenenti soprattutto a SEL, M5S e PD) è di “lavorare chirurgicamente, emendamento su emendamento” al D.L. per cercare di modificarne il più possibile il contenuto. Tutto ciò deve essere fatto subito, entro settembre, perchè in Senato con tutta probabilitá sará richiesta la fiducia. Ebbene, come puoi immaginare, per noi volontarie diventa quasi impossibile seguire accuratamente l’evolversi degli eventi. In più, e questa è una premessa che faccio anche alla seconda parte della risposta, quella sull’affido condiviso, devi considerare che i CAV sono quotidianamente a contatto con il “diritto reale o materiale” non con quello “formale” scritto sui codici e oggetto di dibattito a Roma. Il tipo di processi che noi seguiamo (separazione, maltrattamenti e stalking, e affido del tribunale dei minori per le coppie non sposate in primis) avvengono nella loro interezza in un sistema giudiziario al completo collasso, con comportamenti diversissimi da parte di G.I.P., giudici di sorveglianza e magistratura in genere da tribunale a tribunale per quanto riguarda l’applicazione delle misure cautelati e tutti gli aspetti procedurali – la tipica “macchia di leopardo” dei diritti in Italia. Per quanto riguarda la domanda sull’affido condiviso, mi sembra pretestuosa in quanto è ovvio che l’affido può essere tolto solo da un giudice e solo dopo una sentenza. Una norma che violasse tale basilare verità sarebbe semplicemente incompatibile con tutta la struttura giuridica della Repubblica Italiana. Non saremo certo noi dei CAV a chiedere di sospendere lo Stato di Diritto (anche se la Giustizia Italiana è eccessivamente garantista con alcuni quanto repressiva con altri, e questa non solo è una faccenda di genere, ma anche di classe, nazionalità ecc..). Ciò che mi sembra condivisibile chiedere è: 1. che dopo sentenza per maltrattamenti familiari e tentato omicidio della madre si tolga l’affido al padre pregiudicato; 2. ovviamente il padre pregiudicato deve pagare ugualmente gli alimenti ai figli, ha messo al mondo creature e vessato la madre, mi sembra che si debba prendere le sue responsabilità. Una questione molto più delicata è quella che riguarda i lunghissimi anni compresi tra la denuncia e la sentenza (i figli ci mettono massimo 18 anni a diventare maggiorenni, i processi possono durare anche di più). Qui tutto si complica con la presenza di diversi attori che si muovono in relativa maggiore autonomia rispetto a forze dell’ordine e giudici giudicanti: assistenti sociali (dipendenti di vari e diversi enti a seconda dei casi), giudici di sorveglianza del tribunale dei minori, giudici di sorveglianza che emettono o non emettono in un tempo estremamente variabile un dato numero di possibili diverse misure cautelati, Avvocati delle parti. Il risultato dipende dalla particolare mescolanza di ingredienti per ogni caso, che è di per sè unico ed irriducibile ad altri. Anche il ruolo dei CAV e della madre è variabile a seconda dei casi. Essendo questa la situazione è anche difficile proporre soluzioni al legislatore per regolare le lunghissime fasi pre-sentenza. Ciò che succede, nella mia esperienza, è identico a ciò che racconta la collega Nadia Somma: garantismo totale, enormi rischi e disagi per la madre e per i bambini, impunità dei colpevoli (quelli con il pedigree di vari certificati del Pronto Soccorso per intenderci). Un’ulteriore questione. Mi sembrano un attacco le tue parole poichè mischi deliberatamente altre questioni che riguardano la più ampia questione della violenza intra-familiare (non completamente sovrapponibile alla violenza domestica di genere), dando ad intendere che per i CAV servirebbero leggi “ad-generum”, in palese contrasto con la nostra costituzione. Ovviamente il reato, di maltrattamenti ad esempio, è applicabile tanto ad un uomo quanto ad una donna, ma anche a trans queer e chi più ne ha più ne metta. L’unica possibile aggravante di “genere” al momento potrebbe essere la “gravidanza”. Come operatrice non mi interessa assolutamente sapere quante e quali aggravanti potranno essere accordate dal giudice con la sentenza. Preferirei garanzie rispetto alla durata dei processi, ai criteri e i tempi adottati per le misure cautelari ecc..

        1. Cara Elena, in quanto alle critiche rivolte da barbara spinelli, (che sono grosso modo anche quelle dell’unione camere penali) ne parlavo giusto qui https://abbattoimuri.wordpress.com/2013/09/15/perugia-le-pdemocratiche-in-festa-rivendicano-di-aver-messo-in-sicurezza-le-donne/

          in generale su questo blog, prima ancora che i centri antiviolenza si riunissero e decidessero cosa dire in pubblico, il dl femminicidio è stato analizzato e commentato sulla parte normativa e sul suo significato politico.

          il punto è, come dice il link che ti ho appena postato, che a fronte delle tante critiche fatte poi c’è una parte dei movimenti di donne che in realtà quel decreto legge lo rivendica e da lì, credo, le risposte che hanno dato anche a te dove ti dicono che non sarebbe possibile sopprimere quella parte o modificarla in altre direzioni che seguano prassi non securitarie e repressive. inoltre non sono io che ho mischiato i due temi di cui parlo in questo post ma è la carrano ad aver fatto un intervento in cui definiva durante l’audizione la questione del decadimento dell’affido condiviso come miglioria delle regole a tutela delle donne che subiscono violenza.

          da quel che so (mi sbaglio?) a seguito di una condanna un genitore violento e pericoloso per la vita del minore è già escluso dall’affido. è motivo di sospensione delle visite o di visite sotto stretta sorveglianza la sola accusa riferita a possibili atti di violenza in danno del minore. e tutto ciò mi pare avvenga ancora prima che un genitore subisca tutto l’iter processuale e sia condannato. dunque vorrei sapere se l’accezione dei maltrattamenti e del tentato omicidio non sia compresa in queste circostanze. non lo è già nelle norme? non lo è nei fatti? nelle procedure? gradirei un chiarimento su questo e qualche dato da consultare se possibile, al di là dei “si dice” per dare corretta e circostanziata informazione di ciò.

          se già è così nelle norme, quello di cui si sta parlando è la sospensione o il decadimento dell’affido condiviso prima di una condanna (tant’è che tu mi parli di eccessivo garantismo e del ricorso alla carcerazione preventiva), che poi sarebbe il tempo che intercorre tra l’atto di denuncia e la conclusione di un processo. La stessa Nadia mi parla di assistenza in situazioni che ancora, credo, siano in iter, dove non c’è una conclusione processuale, e la distanza dal genitore violento viene evocata come metodo per salvare la vita di donne e bambini. Il punto è che i casi citati anche da Nadia non creano la casistica dalla quale si può partire per fare una norma ad hoc che riguardi solo i maltrattanti e solo i padri con l’arresto e l’allontanamento preventivo di tutti loro. perciò ho chiesto cosa potrebbe succedere a me, giacché non ci si può illudere, dato che la nostra costituzione lo vieta, che si possa fare una norma con aggravanti, restrizioni, che riguardi solo i migranti, gli uomini, e comunque una sola categoria di umani.

          dunque facciamo finta che domani io vengo accusata per un qualunque altro reato e date le lungaggini processuali (come avviene spesso per le categorie meno garantite in Italia, ovvero i migranti o chi dissente nelle piazze) si sceglie la carcerazione preventiva come palliativo. oppure, facciamo che domani io vengo accusata dal mio ex coniuge di maltrattamenti e potrei essere allontanata da casa, potrebbero decadere i miei diritti anche in termini di genitorialità, rimarrebbero intatti i miei doveri.

          E a questo proposito, a parte non capire come mai la vostra richiesta non va semmai per la brevità dei processi invece che in direzione di una decadenza preventiva di diritti (inclusa la carcerazione sulla base di una accusa e senza una sentenza), ancora non capisco davvero il senso della richiesta. Chiedete decadimento dell’affido condiviso ma resta il pagamento degli alimenti come atto di assunzione di responsabilità.

          nella mia analisi sul fenomeno, che parte da un sapere reale e da tanta esperienza e che non è certamente allineata o appiattita alle posizioni istituzionali, ho ben colto come lasciare intatto un canale di dipendenza, comunque una qualunque forma di relazione in cui esiste un ricatto, in questo caso di tipo economico, significa non consentire alle parti coinvolte nella violenza, vittima e carnefice, di andare oltre, disinnescare, recuperare equilibrio, ricominciare e superare la linea di rancore che non fa altro che essere alimentata da tutto ciò.

          davvero pensate che un uomo che ha già manifestato propositi di violenza paghi un assegno di mantenimento ai figli che neppure potrà mai vedere? e davvero pensate che lo farà, mantenendo unito quel filo che dovrebbe essere più che mai scisso, superando tutto quanto e recuperando una prassi di rapporto più civile?

          Perdona, cara, ma a me, che sono dotata di buon senso e che spesso parlo di prevenzione delle situazioni di violenza invece che di inutile repressione, questa pare una circostanza in cui si agisce tutt’altro che per linee preventive. Anzi. Mi sembra giusto il modo per tenere vivi rancore, odio, violenza dove non esiste un recupero, una presa in carico della persona maltrattante e dove l’unica cosa che lo Stato dichiara è la sua totale impotenza a fronte del furto di autonomia economica che viene dedicato alla vittima.

          tipico dello Stato che voglia mantenere le donne costrette in un ruolo di cura anche dopo la separazione e lo fa a costo zero, ovviamente, assegnando questa responsabilità all’ex maltrattante che dovrebbe abbandonare l’intento omicida, farsi la galera, conservare il posto di lavoro, comunque recuperare somme per poter continuare a provvedere economicamente.

          In soldoni: se il mio ex tenta di ammazzarmi e abbiamo un figlio in comune, davvero credi che io gli chieda soldi, li solleciti, lo tenga lì incastrato tra cause di tribunale per nutrire crociate legali, per rimanere ancora legata a lui? direi proprio di no.

          semmai dovrebbe essere lo Stato a risarcirmi del fatto che mi ha incoronata ad ammortizzatore sociale, a curatrice familiare, e per tutte le persone in difficoltà dovrebbe esserci possibilità di un lavoro, reddito, casa, che consentano immediatamente di scindere qualunque rapporto di dipendenza economica. Io esigo di poter scegliere quali sono i canali attraverso i quali ottenere garanzie economiche e una persona che ha tentato di uccidermi non è una di quelle. se è pericolosa al punto da non potermi stare vicino e da non poter neppure vedere mio figlio allora non dovrà avere più ragione di restare in contatto con me. in nessun modo. no?

          diversamente è come mantenere ben in funzione la pistola che ha in mano, è una delega di responsabilità da parte dello Stato, è una prevedibilissima ragione per cui accadrà qualcosa di brutto, ed è comunque un legame. è una situazione di ricatto. possibilmente riempiendo i vuoti relazionali di telefonate e intimazioni di pignoramenti e sequestri esecutivi nel caso in cui non paga.

          Posso dire allora che tu mi stai dicendo che io non so come funzionano i Cav (ma lo stai dicendo tu) ma credo tu non sappia quel che succede ad una donna che vive una situazione di violenza, in special modo se ha un figlio.

          In quella precisa condizione se tu mi avessi detto di esigere soldi dal mio ex ti avrei detto di no. Ed è in quel modo che avrei avuto salva la vita. Il giorno dopo avrei cercato un lavoro o avrei chiesto a te di aiutarmi a ottenerlo. Perché il tuo compito, in quanto cav, dovrebbe essere quello di aiutarmi a disinnescare e ottenere autonomia e non a instradarmi su lungaggini processuali per far sborsare al mio ex soldi.

          non c’è cosa più dura che scindere la relazione proprietaria e i soldi sono atto di acquisto di soggetti. togliere diritti ed esigere doveri non previene la violenza. sicuramente non in questo caso.

          dopodiché non concordo con l’aggravante, inclusa quella prevista per la gravidanza. la persona in gravidanza non vale di più perchè è incinta. vale perché è una persona. e immaginare che la gravidanza costituisca un motivo di aggravante poi fornisce una motivazione a chi è contro l’aborto. ma su questo magari ragioniamo un’altra volta. 🙂

          1. Attenzione a non confondere “le donne del PD”, le “deputate”, parte del “movimento delle donne” con le “donne dei CAV”. La risposta “il D.L. non si può abrogare” proviene dalle deputate di diversi gruppi parlamentari, i commenti entusiastici di cui parli nell’articolo su Perugia sono le donne del PD. Come spesso accade si parla dei CAV senza chiedere il parere dei CAV. Personalmente non mi prendo la responsabilità politica nè di ciò che dicono le donne del PD (partito che non ho nemmeno votato), né di ciò che dicono, momento per momento, le varie rappresentanti dei CAV. Per quanto mi riguarda, ho risposto estesamente alle tue domande e non vedo perchè ripetermi. Aggiungo che no, l’affido non decade automaticamente a fronte di specifiche condanne (che avvengono molti anni dopo i fatti) e ripeto che è ovvio che l’affido si può togliere solo dopo sentenza. Il resto, alimenti ecc.., responsabilità dello stato ecc… il tema è: rivoluzione o riforme. Dipende da che parte della barricata ti collochi in base alla tua posizione personale e sociale. In quanto “Elena” lotto per la rivoluzione, in quanto socia di un’associazione di volontariato lotto per delle leggi più giuste. Non si può chiedere ai CAV di farsi carico anche del rovesciamento della classe borghese. In fin dei conti, credo che tu chieda troppo alle donne dei CAV. Noi del resto siamo ben liete che altre compagne si specializzino sugli aspetti politici e su quelli legali, visto che a noi, comunque, resta tantissimo lavoro.

            1. I Cav chiedono di essere referenti da tenere in considerazione per leggi che non riguardano soltanto voi. Io non ho il potere di esigere da parlamentari varie quel che devono o non devono fare. Non mi rappresentano eppure parlano anche in mio nome. Lo stesso fanno i Cav che intendono parlare di tutte le donne, a nome di tutte noi, e qui ci sono io che ti dico che ci sono metodi di prevenzione auspicabili da seguire e quanto tu individui come utile invece non lo è e ci sei tu che mi dici che quello di cui sto parlando io sarebbe “rovesciamento della classe borghese”. Direi che non ci capiamo molto così come non ci si capisce con le donne del Pd (https://abbattoimuri.wordpress.com/2013/09/16/donne-pd-securitarismo-e-salvaguardia-del-sedere-della-badante/) o con molte di Snoq.

              Il lavoro che voi fate è politicamente orientato. Non mi dire che non è così. E io, o tante come me, ragioniamo dal personale al politico. La precarietà fa parte delle nostre vite. La violenza ne ha fatto o ne fa parte. Se non è con noi che volete confrontarvi rifugiandovi in un “lasciateci lavorare” allora con chi altra?

              Concludo: se per fare il “vostro lavoro” vi serve la linea riformista (e sorvolo sullo stigma involontario posto sul termine “rivoluzione”, come fosse un capriccio inutile di quelle che non hanno di che sbracciarsi e lottare tutti i giorni) e securitaria direi che non condivido. Non condivido che si immagini come possibile la legittimazione di arresti preventivi e di decadimento di diritti solo sulla base di una accusa e non condivido un orientamento che invece che puntare all’indipendenza economica delle donne le piega al volere dello Stato che rimanda le responsabilità all’ex. Non condivido il continuo riferirsi a tutori e galere per salvare le donne. Non bastasse Foucault a dire che pessimo e inutile ruolo ha il carcere in questa società ti basti il fatto che ogni uomo messo in galera quando ne esce comunque non è cambiato e le dinamiche di violenza precedenti al suo arresto rimangono esattamente quelle che erano.

              Se non è di violenza in termini di disinnesco e prevenzione (che sono le uniche strategie che salvano la vita) che volete parlare allora posso dire che siete solo enti assistenziali che mettono cerotti in superficie senza andare alle cause sociali e reali della questione. E se il lavoro che fate è simil/Asl ma targato al femminile mi chiedo dove sia l’analisi, la specificità di genere e l’approfondimento politico per andare oltre le miopi e tipiche soluzioni filo/istituzionali.

              Il mondo cambia con le rivoluzioni, incluso quelle culturali, e dovrebbero insegnartelo giusto le donne con le quali dici di avere a che fare. Una donna che si salva dalla violenza è una rivoluzionaria e di sicuro non resta viva grazie alle “riforme”.

              Comunque sia ti auguro un buon lavoro. Io continuo a fare il mio. 🙂

              Grazie per questo scambio e per aver risposto ai miei quesiti.

              1. Anche io ti ringrazio per lo scambio. Conosco da poco questo blog sul quale scrivi e trovo molto interessante l’approccio, i temi toccati e anche la vena polemica in cui leggo l’intenzione di non accettare alcun dogma. Sperando di non abusare della tua attenzione e del tuo tempo, provo a tornare su alcune questioni in quanto sono convinta che ci sia la possibilitá di capirci. Il lavoro politico nei/dei CAV: il lavoro politico dei CAV si sviluppa necessariamente in un contesto istituzionale. A partire dalla struttura associativa (statuto, notaio, registri di ogni tipo, commercialisti ecc..), passando dalla necessità di convenzioni e finanziamenti (comuni, provincie regioni enti vari pubblici, privati…) fino al concreto intervento con le donne (ass.sociali, forze dell’ordine, avvocati, tribunale penale, civile e dei minori, quando richiesti dalle parti psicologi/psichiatri, mediatori familiari). Per queste sue caratteristiche definisco il lavoro politico dei CAV “riformista”. Dobbiamo in tutti modi dare per dato questo contesto legale, burocratico, istituzionale, politico. Ovviamente le posizioni delle socie dei CAV riflettono quelle della popolazione, certo non di quella generale, ma, per lo meno, della popolazione del “movimento delle donne” e delle professioniste interessate alla questione di genere (per motivi personali, professionali e politici). Dal PD all’anarco-femminismo, passando da tutte le sfumature possibili (esistono anche casi di cristiano-popolari). Di conseguenza esistono CAV (ad esempio in toscana, da dove scrivo) assolutamente filo-PD, con un’ampia componente di tesserate e simpatizzanti. Il CAV in cui lavoro è assolutamente indipendente da altri gruppi politici e presenta una buona mescolanza di punti di vista. Noi rigettiamo in toto il D.L., ad esempio. D.i.Re ha già preso una posizione netta nei confronti dell’intera impostazione del decreto. L’affido condiviso: io credo che i CAV non possano presentare proposte globali per quanto riguarda una questione così complessa. Possono partecipare ad un dibattito solo mettendosi a disposizione per ciò che riguarda il loro campo di competenza: la violenza domestica sulla madre e quella assistita dai minori (che è violenza!), più raramente diretta sui minori. La questione è troppo ampia, e te lo dico da figlia in affido condiviso fino alla maggiore età (con una ottima esperienza di condivisione delle responsabilità e degli oneri). Comunque è necessario considerare che la maggior parte dei casi complicati che vediamo ha a che fare con terroristi-patriarcali, per cui l’approccio libertario, per quanto auspicabile (e ti giuro che non uso con saccente disprezzo il concetto di “rivoluzione” culturale e, ancora di più, sociale), risulta alquanto impraticabile. Uno di questi signori è convintissimo che se le prime tre figlie nate sono “femmine” la colpa è della moglie, ha seminato in casa anni di terrore patriarcale, facendo scappare le figlie al compimento della maggiore età ecc… Immagina quanto è aperto al dialogo e al ragionamento per trovare soluzioni ragionevoli su come togliere lui la proprietá su moglie e figlie-i. Un altro è convinto che le spese del parrucchiere della moglie che fa la segretaria “aggratis” nella sua azienda (del settore clienti) siano un “vizio” della moglie, per dire. Insomma, la legge deve in qualche modo prevedere che queste persone siano “costrette” a soluzioni ragionevoli. Non tanto perchè io non voglia cambiare il mondo, quanto perchè la moglie (o compagna) e figlie-i vivono molto concretamente tutte le difficoltà(anche atroci) di questa m**** di mondo e di stato-nazione. Per concludere, la posizione mia e delle mie colleghe: 1. processi penali più corti, certezza del giudizio; 2. applicazione delle misure cautelari della legge del 2001 su tutto il territorio nazionale con criteri più certi; 3. sospensione dell’affido pre-sentenza nei casi di alto danno e alto rischio per la madre documentati, con modalità da decidere attentamente; 4. Monitoraggio costante di tutti gli aspetti con la creazione di appositi osservatori all’interno di enti già esistenti (no alla moltiplicazione degli enti), e in questo la legge toscana del 2007 è abbastanza all’avanguardia anche se i miglioramenti di una piattaforma ancora molto incompleta sono lenti.

                1. Non abusi di nulla. Puoi raccontarmi quello che vuoi. Sennò non ponevo la domanda. Se l’ho posta vuol dire che avevo anche voglia di chiacchierare a lungo. 🙂
                  Brevemente perché sto fuggendo via, a parte chiederti, per sicurezza, se i dettagli che hai descritto di situazioni che conosci non siano una lesione della privacy o se non preferisci che li modifichi o li renda ancora meno riconoscibili, e dunque:

                  – so qual è la cornice in cui vi muovete e non è certamente quella in cui mi muovo io. Il mio sguardo è politico, libertario, deve per forza di cose guardare oltre.

                  – quando tu dici misure cautelari e sospensione pre-sentenza dell’affido per i casi ad alto rischio sono certissima che ti rendi conto di forare una maglia del diritto che in questo modo tende in direzioni non-garantiste.

                  Tu chiedi appunto una soluzione precisa diretta a soggetti precisi. Non si può fare perché sarebbe incostituzionale. Dunque quello che dici si traduce in:

                  – misure cautelari per accuse xy prima dello svolgimento di un processo;
                  – sospensione dei diritti prima della sentenza.

                  L’accezione dell’emergenzialità in relazione alla tua richiesta può essere tradotta in emergenzialità a seconda del pregiudizio di colpevolezza che hanno determinati soggetti. Varrebbe anche per migranti, manifestanti, NoTav, più in generale persone che vanno in giro con un bollino della colpa in fronte frutto di una campagna che non fa distinguo e generalizza fabbricando stereotipi.

                  Ti chiedo e mi chiedo: è davvero questa la soluzione? Cioè, tu sei convinta davvero che mettendo in galera un uomo e togliendogli i diritti, gli togli il diritto di vedere il figlio ma lo obblighi a passare il mantenimento, questa persona violenta guarirà dall’assillo, dalla sua ossessione, dall’intenzione violenta? Si può lavorare per risolvere la violenza immaginando solo a soluzioni securitarie e al carcere come deterrente? E quando quest’uomo va in carcere e poi esce? E dopo che gli hai tolto l’affido? Non può forse raggiungere mogli e figli e fare una strage se è quella la sua intenzione? O a parte il carcere e la decadenza dei diritti si pensa ad una forma di carcerazione protettiva a vita anche per la donna?

                  Sono certa, giuro che lo sono, che non è quella la strada giusta. Non solo perché sono libertaria, la mia non è una ragione “ideologica” ma di buon senso ed esperienza e sono sicura che se non agisci preventivamente non c’è situazione d’emergenza che tu possa risolvere.

                  Fossi io la donna non vorrei restare per tutta la vita a guardarmi le spalle, scappare, nascondere i miei figli, esigendo tra l’altro l’assegno mensile dal mio ex. Che vita sarebbe quella?

                  E poi ti chiedo, saltando da un tema all’altro: esistono programmi che ragionino di maltrattamenti compiuti da una madre? se è la donna quella violenta a chi si rivolge per farsi aiutare?

                  1. Buf… poni questioni molte complesse. Una parte delle mie risposte verte su uno scarto temporale ed esistenziale: il tempo del qui e ora del mangiare, lavorare, avere un tetto sopra la testa, la scuola dei minori, le bollette, le querele, le tariffe degli avvocati. Ed il tempo della politica, della riflessione, della filosofia. Lo scarto è abissale e per una donna in difficoltà che riceve continue minacce di morte anche il tempo del D.L., misura appunto “emergenziale” è almeno un’era geologica. Comunque continuo a tranquillizzarti su un punto: il garantismo allo stato attuale è totale. Ribadisco anche un concetto: il patriarcato è strutturale. Per cui la donna che subisce violenza da un terrorista-patriarcale (che non è il marito che tira uno schiaffo dopo che te gli hai lanciato una fiorera nè lo psicotico grave in piena crisi) incontrerá assistenti sociali, giudici, poliziotti, avvocati convinti che, anche se non mente per “fregare” il consorte, sicuramente 1. se l’è cercata; 2. ha provocato; 3. esagera, in fondo è solo un conflitto coniugale; 4. è inadeguata al ruolo di moglie e madre; 4. anche se non è colpa sua, comunque è colpevole per i traumi a cui ha esposto i figli “facendoli vivere con un uomo che la picchia”. Questo significa, strutturale, altrimenti sarebbe un’emergenza, un problema psichico-psichiatrico, criminalità (?). Le misure cautelari già esistono: non sono i CAV a chiedere che vengano istituite. I CAV chiedono che le misure cautelari siano applicate anche in casi di maltrattamenti. Il problema della custodia dei figli è terribile: non è a cuor leggero che si parla di sospensione dei diritti del padre prima della sentenza (cosa che non crea nessun precedente, il precedente semmai è il presunto “bruciatore di bancomat durante una manifestazione” messo in carcere cautelarmente per un paio d’anni privato di qualunque diritto ecc.. ecc…). Però, come scriveva Nadia Somma, quale sarebbe la soluzione per una madre che per garantire il rapporto padre-figli/e debba sottoporsi a percosse e umiliazioni? Attenzione perchê il garantismo rischia di risolversi nella “punizione” della “vittima”, quella che tu chiami “carcerazione protettiva della donna”: non è il coniuge violento ad essere allontanato, è la donna a dover lasciare la propria vita e andare in “Casa Rifugio”; non è il coniuge violento a dover rinunciare al suo ruolo di “padre”, ma la madre vessata in quanto altrimenti si espone a denuncia per “sottrazione di minore”; non è il coniuge violento a dover pagare gli alimenti, ma la madre a dover perdere il lavoro (non può andare a lavoro perchê in protezione). Insomma: se io in nome del difesa delle vittime pecco di giustizialismo, tu, in nome del garantismo, non ti preoccupi delle “vittime”. E questa è una parte della questione. L’altra è la “guarigione” del partner violento. Colui che maltratta solitamente non è “malato”: è lucidamente consapevole di essere un uomo, che quella è SUA moglie, che le donne sono esseri deboli, ad alcune addirittura piace essere stuprate, infatti sono tutte puttane, e Lui come uomo è autorizzato a far rispettare il suo “Ordine”, poi le donne quando dicono No, intendono forse ecc… Non è un “malato mentale”, è un “malato culturale” che vive in un contesto che rinforza le sue convinzioni (“Scusi signor carabiniere ma lei quando litiga con sua moglie non le tira uno schiaffo?” “Certo”- risponde il Carabiniere- “ma Lei sta esagerando”). Curare le “malattie culturali” lo immagino come un processo estremamente lento: esperienze interessanti esistono anche in Italia, penso al programma nelle carceri di “Maschile Plurale” o al CAM di Firenze di De Maglie. I due percorsi non sono però alternativi, quanto complementari: se da un lato è necessario intensificare gli sforzi per la messa in sicurezza delle vittime e dei figli-e, dall’altro è necessario finanziare e programmare percorsi per gli uomini maltrattanti. L’importante è non dimenticare lo scarto temporale: io rischio la vita qui e ora, lui intraprenderà un percorso di mesi o anni per riflettere sul suo comportamento. La letteratura canadese (dove esistono misure alternative al carcere per i maltrattanti da più di 20anni) indica che a parità di spesa per il welfare, si ottengono maggiori risultati puntando sull’auto-determinazione delle donne che sulla ri-educazione degli uomini. Anche questo, in un contesto di scarse risorse è da tenere di conto. Comunque, lo stato dei servizi alla persona in Italia è drammatico, e a pagare sono tutte le persone che per una ragione o per un’altra si trovano a “dover” chiedere aiuto. Senza pretendere di generalizzare, aggiungo: a questi uomini, definiti “terroristi-patriarcali” dei figli-e non importa veramente niente. Pretendono di vederli solo quando sanno che ciò infastidisce la madre (vuoi perchè in continuazione la minacciano di uccidere i bambini) e praticamente nessuno paga gli alimenti (alla faccia mia)! Molti di questi padri hanno agito violenza anche sui figli-e. Nella situazione attuale il diritto del padre (o a chiunque) di vedere i figli può già essere sospeso prima della sentenza: da Ass. Sociali e Tribunale dei Minori (giudice di sorveglianza), ma ciò avviene con criteri variabili e arbitrari, tempi imprevedibili. Se rifletti, quando un minore denuncia violenza sessuale viene immediatamente fatto allontanare da casa in quanto il “custode” ultimo dei minori è lo Stato. Per cui io analizzo queste questioni partendo dai dati di fatto e dal piano di realtà e da ciò che è realisticamente ottenibile allo stato attuale. Rifiuto i tuoi inviti ad alzare lo sguardo ed andare oltre perchè la domanda è stata posta ai CAV ed è proprio questo il ruolo dei CAV: stare accanto alla donna nella concretezza del suo difficile percorso. Ciò non significa negare altre forme di violenza intra-familiare o altro, significa semplicemente prendere una posizione specifica rispetto ad una specifica problematica. Per quanto riguarda i minori: non so nelle “capitali”, ma nelle province italiane non ci sono servizi nè minimi nè decenti per qualunque problema (e parlo del centro-nord, quindi posso anche essere pessimista). Anche se francamente non mi occupo personalmente di minori e il CAV in cui opero non offre servizi specifici ai minori (per cui in questo tema potrei peccare di ignoraza).

                    1. ti ringrazio dell’esposizione del tuo punto di vista che comunque sembra non ammettere replica. la tua visione dovrebbe essere parziale ma di fatto è una generalizzazione. perché i provvedimenti che tu immagini essere adeguati ad alcun* finiscono per ricadere su tutti e si, finiscono per costituire un precedente giuridico non garantista che riguarda la sospensione dei diritti.
                      non serve che metti sul tavolo brandelli di carne per farmi rendere conto che non può esserci altra misura preventiva che la repressione. 🙂
                      di fatto è mortificante per me – come immagino anche per te – ritenere che le istituzioni e sue associazioni alleate non sappiano immaginare altro che codesto scenario.
                      dopodichè parli di malati culturali come se di quella particolare malattia soffrissero soltanto gli uomini. quella cultura, pessima, viene veicolata da tutto e tutti e se non si realizzano percorsi preventivi che dichiarino questo si finisce semplicemente per deresponsabilizzare chiunque tra noi.
                      lo stesso schema – secondo me monco – del soccorso alla donna (con allegati bimbi) in pericolo da strappare via alle grinfie del marito bruto, nel rifiuto, giusto, di ogni spinta alla colpevolizzazione delle vittime, tuttavia rimuove un quadro di complessità che se mai lo vedessi capiresti che l’azione va rivolta in tutte le direzioni e non in una sola.

                      prendi e rinchiudi (ed è quello che dicevo) le donne per “salvarle”. le loro vite sotto controllo. codifichi il loro sentire, le “aiuti” nel loro percorso di liberazione comunque assicurandoti che seguano l’itinerario di soluzioni istituzionali che tu hai prospettato. e nel frattempo metti in circolo una narrazione che non è mai contraddittoria, mai complessa, semplificata al massimo, dove lei non ha tentennamenti, dove si pretende che risolva la violenza abituandosi all’idea che lui sia un mostro.

                      poi allontani e metti in galera lui, addirittura preventivamente, giusto per marginalizzarlo da tutto quello che conosce e che ha costruito fino a quel momento. perchè andare in carcere senza una condanna comunque significa perdere il lavoro, avere una vita massacrata, per poi magari scoprire che una condanna non c’è, significa che è in condizioni di pensare che non ha più nulla da perdere. esigere la decadenza dei suoi diritti sulla base di una tua denuncia o valutazione, mentre tu diventi giudice e boia degli affetti familiari, stabilendo che quel che di meglio possa accadere ai figli è rimanere con la madre che se anche è una vittima ciò non vuol dire che non abbia dei problemi.

                      e’ uno schema che conosco, lungamente analizzato, dove si fanno forzate semplificazioni tra le mille contraddizioni. ed è la filosofia che guida le vostre richieste. certo non ho mai pensato che voi le produceste perchè volete un mondo parafascista e autoritario. so esattamente che quel che vi muove è l’idea che siano soluzioni necessarie. ed è quello il punto. davvero sono necessarie? davvero l’azione e la richiesta dei centri antiviolenza in questo senso è utile?

                      dunque vorrei sapere: quante sono le donne che dopo essersi rivolte a voi tornano a casa dal marito. quante sono quelle che comunque vengono picchiate ancora. quante quelle che pensano sia utile mandare in galera, preventiva o a posteriori, il partner e poi lo rivedono più arrabbiato di prima a fare loro del male.

                      se lui lo metti in galera gli fai cambiare idea? e quante sono le volte che è lei che torna a cercarlo perchè non ha risolto la codipendenza da situazioni violente? se poi a lui togli il diritto di vedere i figli prima di una sentenza è questo un buon modo per disinnescare e risolvere?

                      vorrei capire, capovolgendo la prospettiva: se ad una donna viene tolto l’affido dei figli prima di una sentenza sulla base di una accusa è giusto? e se glielo tolgono dopo una sentenza si può fare o in quel caso concluderemo che sarà sempre e solo una vittima?

                      a questo proposito avevo rivolto infatti una domanda alla quale non hai risposto: se una donna/madre è violenta a chi può rivolgersi per ricevere aiuto? a chi si rivolge una madre che può anche essere vittima di violenza ma che poi finisce per picchiare i propri figli? raccontarle che è una vittima può bastare?

                      https://abbattoimuri.wordpress.com/2013/09/17/io-figlia-e-complice-mia-madre-vittima-di-violenza/

                      https://abbattoimuri.wordpress.com/2013/09/17/chi-tiene-i-figli-e-le-figlie-delle-vittime-di-violenza-al-riparo-dalle-conseguenze/

                      e no: rifiuto la dicotomia rigida per cui se non la penso come pensa chi sta nei centri antiviolenza allora non sarei dalla parte delle vittime. così vi autoeleggete a uniche detentrici di verità assolute in materia e posso riconoscervi l’autorevolezza che è dovuta a chi si dedica da tanti anni ad un problema come questo ma non al punto da lasciarvi dire che c’è un di qua e un di là del mondo per cui quel che voi dite è sacro e quel che dico io sarebbe ispirato dal demonio. 😀

                      Essere dalla parte dei tutori e delle semplificazioni non significa necessariamente essere dalla parte delle vittime. io, che vittima di violenza lo sono stata, credo che se non salvi tutti non si salva nessuno. anzi: se non salvi lui non salvi neppure lei. e per me questo significa essere dalla parte delle vittime.

                  2. Nessuna violazione della privacy, in quanto non sono riportati dati identificativi di nessun tipo (nomi, nazionalità, età, luogo di residenza, in un caso nemmeno professione, in entrambi nemmeno il numero esatto di figli-e, solo il genere delle prime tre). Non è nota nemmeno la mia identità o del CAV in cui opero, è nota solo la Regione, che comunque conta una quindicina di CAV e qualche milionata di cittadin-i/e. Impossibile risalire alle persone, ammettendo che io non abbia già ulteriormente camuffato le storie narrate.

  3. Ci sono un tot di commenti che non pubblico perché sono schizzi di veleno e insulti ma dedico loro comunque un pensiero. 🙂

    Ho rivolto una critica politica e una domanda ai #centriantiviolenza, non avendo ambizione di rappresentare nessun@, dichiarando sempre la mia parzialità, non dichiarando mai di rappresentare tutte le “donne” e ben felice di conoscere risposte e interloquire. Ebbene, tra gli interventi civilissimi (rari), ho ricevuto un tot di insulti, diagnosi psichiatriche (da persone che criticano la psichiatria demonizzante :D) e perfino un monito del quale (stai serena!) terrò conto: “sei sola e lo sai…”. Provvederò certamente, anzi sarà un mio preciso obiettivo: Se riuscissi a liberarmi della mia numerosa famigghia, almeno oggi che è domenica, per il tempo di un riposino pomeridiano e di una lettura che è lì che fa la muffa, ne sarò davvero molto felice. E comunque dalle mie parti l’autonomia politica si chiama pensiero indipendente e non “solitudine”. Mai fatto branco. Proprio mai. Baci e buona digestione a tutti/e!

  4. Ho ripostato un commento prima perche’ non vedevo pubblicato il primo. E’ lapalissiano che nel caso si faccia una legge per escludere l’affido condiviso per violenza, questa non sarebbe specifica e mirata all’esclusione dall’affido condiviso solo nei casi di violenza fatta dal padre ma riguarderebbe il genitore violento, quindi comprende la madre. (I centri parlano di violenza maschile perche’ di quella si occupano.). Quindi il quesito mi pare mal posto. Certo anche le donne uccidono figli a maggior ragione sarebbe il caso di escludere madri pericolose dall’affido condiviso. Conosco e seguo donne che continuano a prendere botte e minacce di morte perche’ costrette dall’affido condiviso ad essere in contatto con chi le minacce e fa loro violenza. Conosco una donna che non ha dormito quindici giorni perche’ temeva che il marito in vacanza col figlio lo uccidesse. Sono in affido condoviso e lui ha gi’ minacciato di uccidere lei e il figlio per vendetta. Ne ho seguite tre la scorsa estate. quanto devono restare esposte alla violenza e vivere nella paura, secondo te, in nome dell’affido condiviso? Questo Totem e nuova rivisitazione dell’indissolubilita’ del legame matrimoniale, in nome dei figli. Mi lascia perplessa che tu veda come arbitario e autoritario l’intervento del legislatore che facesse decadere l’affido condiviso (scelta civile e sacrosanta) nei casi di violenza domestica, e non veda l’autoritarismo e l’arbitrarieta’ in situazioni di violenza familiare (ogni uomo e’ un re a casa propria?). Mi pare una interpretazione strana identificare arbitarieta’ con difesa dei diritti che anche le donne hanno, il diritto ad essere padre non comprende nel pacchetto, la liceita’ di fare violenze. Lo stato non deve intervenire ? perche’? .i panni sporchi si devono forse continuare a lavare in famiglia? E in caso ci sia un uomo che subisce violenza della ex, dovrebbe continuare a subirla in nome del diritto della ex di essere madre? Tu come pensi si debba intervenire? Non ho a che fare con l’empireo ma con storie di quotidiane violenze nelle quali nessuno interviene, di solito intervengono a donna morta.
    P.s dire ha chiesto che si facessero interventi sistemici, il rinnovo del Piano nazionale antiviolenza, e l’applicazione della convenzione di Istanbul ..ma perche non metti il link all’intervento di D.i.Re?

    1. Io mi riferisco all’intervento della Carrano che ha parlato esplicitamente di “padri”. non ha detto “genitori”.
      l’intervento di Dire è linkato nel post http://130.186.87.2/dire/images/pdf/comunicati/2013/documento_d.i.resu_dl_femminicidio.pdf
      e l’intervento orale nel corso dell’audizione sta nel video. mi pare di aver messo a disposizione tutte le risorse per fare ciascuno le proprie considerazioni. 🙂

      dopodiché continui a dirmi cose che già so. non hai risposto alla mia domanda:

      il decadimento dell’affido condiviso deve avvenire prima o dopo la sentenza?
      a decidere se si tratta di violenza domestica, intrafamiliare, è un giudice o basta una denuncia?

      non è che se mi fai l’elenco del terrore mi convinci del fatto che le norme debbano tendere in direzione di soluzioni giustizialiste.

      io parlo di diritti, di tutti. dunque anche miei e tuoi.
      se qualcuno mi denuncia i miei diritti decadono all’atto della denuncia o posso avere garanzia ad un giusto processo?

      chi stabilisce la pericolosità di una situazione?
      trovi sia opportuno, ad esempio, che si esige la carcerazione preventiva sulla base di una denuncia?

      perché la modalità in cui tu presenti il problema è identica a quella di un leghista che ti dice che l’immigrato va allontanato prima perché la sua indole è criminale, perché sono tanti i crimini che gli stranieri commetterebbero e dunque è bene che li si arresti preventivamente, senza dargli il tempo di udire una sentenza per una condanna che li riguarda. dal particolare, le tue esperienze e situazioni delle quali sei testimone, al generale, come se si potessero restringere i diritti del mondo intero sulla base di un punto di vista per forza di cose parziale.

      i rischi sociali non giustificano, a mio avviso, alcun provvedimento autoritario e norme che immaginano la carcerazione preventiva (tipo per gli stalker e dice bene lì la rappresentante di snoq factory che se non aiuti lo stalker inutile che lo metti in carcere…) o il decadimento di diritti ancora prima di una sentenza rappresentano un problema per tutta la società.

      la spinta dei centri antiviolenza va in questa direzione? questa è la domanda.

      ps: piano nazionale antiviolenza e convenzione sono cose che in termini di norme legislative si traducono in? a me non è chiaro. non mi interessa la propaganda che soddisfa forse chi chiede soluzioni. io voglio entrare nel merito. il piano antiviolenza in cosa consisterebbe? l’adesione alla convenzione in quali punti?

  5. P.s. anche io ti ho sempre letto con attenzione e capisco cosa dici riguardo agli insulti, sono insultata, e recentemente minacciata dalla lobby del padri separati e le loro ancelle amorevoli, perche’ ho osato parlare della poverta’ delle madri separate, ed ho osato scrivere di congedi per paternita’ obbligatori, e di divisione del lavoro di cura.Minacce piovute da chi sul diritto della paternita’ fa barricate…e si sono poi gli stessi che quando nasce un figlio dice e no, e’ la madre che ne deve occupare magari perdendo il lavoro,cosi dopo si becca pure della parassita mantenuta perche’ in un Paese che osteggia le donne che scelgono la maternita’ delle donne lavoratrici,le donne madri non sono manager…..
    P.s i centri sono criticabili lo faccio tutti i giorni, ma devo essere sincera ero rimasta abbastanza male perche’ dal tuo post sembrava che d.i.Re fosse intervenuta solo per parlare di denaro…era riduttivo.

    1. cara, lasciami dire che parlare di lobby, per come ho approfondito e imparato a capire in questo tempo di ricerca sulla materia, quando ti riferisci ai padri è identico a quando si dice che i centri antiviolenza rappresenterebbero il luogo ultimo in cui si progetta lo sterminio degli uomini. sono improprie le une e le altre affermazioni. più corretto dire che ci sono delle persone che hanno interessi orientati a sostegno di alcune questioni che li riguardano personalmente. così per i padri e così per le madri. e da parte di chi odia dividere il mondo in padri e madri (per me sono genitori e basta :D) ovviamente tutta la mia solidarietà per qualunque minaccia e commento lesivo della tua libertà di opinione, espressione e critica. Mi spiace tuttavia considerare che da parte tua sia necessario stigmatizzare commenti di eventuali “ancelle amorevoli” non riconoscendo libertà e autodeterminazione a donne che possono non pensarla come te e avallando, e ciò mi spiace, gli stereotipi di chi oppone la sacra madre alla “ancella” (talvolta definita sterile e in quanto tale strega) che restando vicina ai padri sarebbe di per se’ brutta e cattiva. secondo me, dati gli umori abbastanza complessi e le vicende dolorose che ruotano attorno a queste situazioni, una modalità responsabile che non sposi alcuna tesi preconfezionata e che resti critica in entrambe le direzioni non può che giovare. le verità non stanno mai da una parte sola. nessuno può saperlo meglio di chi come te agisce tutti i giorni situazioni complesse.

      e il web non è lo specchio della realtà. spesso a commentare ci sono solo pochissimi dai tanti nick (lo fanno uomini, lo fanno madri) che non rappresentano altri che se stessi.

      ps: non hai idea di quanto ci sia rimasta male io a leggere o sentire costantemente, in un martellare continuo, il fatto che in primo luogo si faceva riferimento alla mancanza di finanziamenti.

      1. Goccia a goccia ci faranno chiudere senza i finanziamenti…pensa quanto siamo fuori dalle righe , siamo donne e chiediamo pure sostegno finanziario …per i nostri progetti e dire che il lavoro di cura gratuito e’ il nostro ruolo…che ragazzacce….

        1. Io ho una mia idea in proposito. Temo che fino a quando i centri non diano messaggio politico preciso di una utilità sociale complessiva che non abbisogna di sollecitazioni urgenti e campagne d’emergenza sui corpi delle donne la loro funzione non sarà mai ritenuta fondamentale. Soprattutto se smettono, così come purtroppo, ahimè, mi pare abbiate smesso, di agire in termini di rottura e mai disponibilità al compromesso con governi la cui cifra è quella di usare le donne per legittimare se stessi. Ricordo il piano concordato all’epoca della ministra Carfagna, mentre si faceva il decreto antistupri e leggi repressive contro gli immigrati. Oggi succede la stessa cosa. succede che si possa sedere allo stesso tavolo di contrattazione di un governo che visibilmente ci usa. E credo che i centri debbano stabilire qual è la propria collocazione politica ancora prima di esigere consenso acritico sulla base di una necessità che evidentemente viene sollevata meglio e con più efficaci obiettivi da gruppi di potere ben più attrezzati.
          Io esigerei una campagna per il lavoro, l’autonomia, l’indipendenza economica delle donne, non più disposte a nessuna conciliazione familiare e ad essere precarizzate con il ricatto della famiglia. Questa, io credo, sia l’urgenza sociale, perché i lividi che ci lascia addosso lo Stato e l’assenza di autonomia, quand’anche la marginalità sociale cui gli stigmi della migrante o della badante o della prostituta ti lasciano addosso, sono ben più gravi e permanenti di molti altri. E sono spesso facilitatori naturali, veicoli, o istigatori di culture sessiste e violente. E già che ci siamo esigerei una campagna contro i Cie e le leggi attuali sull’immigrazione. Perché se chiedi soldi per tappare falle a chi poi ci riduce in stato di dipendenza e schiavitù, senza levare forte la voce contro provvedimenti, sul lavoro, sull’immigrazione, su altre cose serie che ci riguardano tutti, in una ottica di genere ma anche di classe e razza, in cui essere donne, uomini, gay, lesbiche, trans va riconsiderato in questo senso, come fai a pretendere che io non ti chieda perché la tua richiesta più seria sia quella di un finanziamento alla tua iniziativa associativa?

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